Con Alpha, che arriverà al cinema a partire dal 18 settembre con I Wonder Pictures, Julia Ducournau torna a confrontarsi con i corpi e con i legami che li attraversano, dopo aver diviso critica e pubblico con Titane, Palma d’Oro a Cannes nel 2021. La regista francese, già autrice di Raw, uno degli esordi più sorprendenti del cinema europeo degli ultimi anni, sceglie questa volta una strada apparentemente meno radicale, che rinuncia all’eccesso visivo e al body horror più esplicito per addentrarsi in un territorio ibrido tra dramma familiare, allegoria e distopia. Il cast è guidato dalla giovanissima Mélissa Boros nei panni della protagonista Alpha, affiancata da Golshifteh Farahani nei panni della madre, Tahar Rahim nel ruolo dello zio tossicodipendente e da interpreti secondari come Emma Mackey e Finnegan Oldfield. Abbiamo visto il film in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.
Alpha una ragazzina di tredici anni degli anni ’80, vive con la madre, una dottoressa che lavora in una clinica specializzata e con lo zio Amin, tossicodipendente in cerca di disintossicazione. Una notte, al ritorno da una festa, la protagonista mostra sul braccio un tatuaggio artigianale: una lettera “A” incisa in maniera rudimentale. Quel segno scatena nella madre il timore di un possibile contagio da virus trasmissibile per via ematica, portando con sé ansie, sospetti e tensioni familiari. Intorno a questo nucleo si intrecciano i conflitti domestici, le paure adolescenziali, le fragilità della dipendenza e il senso di un futuro incerto che incombe come una minaccia invisibile.
Il problema principale di Alpha risiede proprio nell’eccesso tematico. Ducournau prova a condensare nella stessa cornice questioni come eutanasia, malattia, bullismo, tossicodipendenza, maternità, adolescenza e persino i risvolti sociali della stigmatizzazione. Ognuno di questi aspetti avrebbe meritato uno sviluppo autonomo, mentre qui si sommano in un mosaico che appare sì ambizioso ma anche squilibrato. La scelta di ambientare la vicenda in una realtà vagamente distopica, con un sistema sociale e sanitario opprimente, si rivela poco più che un contorno, incapace di incidere davvero sullo sviluppo narrativo. Questa impostazione genera una sensazione di disordine, senza riuscire ad offrire uno spazio ai singoli drammi personali. È come se la regista, temendo di apparire meno incisiva rispetto al passato, avesse riempito la narrazione di temi e allegorie, sacrificando però la coerenza e la linearità del racconto.
Ciò che resta, dunque, è un film che cerca non tanto di scioccare, come Raw, né di scandalizzare, come Titane, ma di emozionare. Ducournau vuole mettere al centro il dolore e i legami, le dinamiche tra madre e figlia, il peso del corpo malato, la fragilità della dipendenza. Tuttavia, la struttura non riesce a sostenere questa intenzione. Il dramma familiare, che dovrebbe costituire la spina dorsale del film, si disperde in continue deviazioni e in sottotrame che raramente trovano compimento. Lo spettatore viene trascinato in un percorso che appare fin troppo carico di sottolineature e metafore, tanto da compromettere l’empatia che pure alcune sequenze, prese isolatamente, riescono a evocare.
Il finale, infine, rappresenta l’apice delle contraddizioni del film. Con un ribaltamento di prospettiva che intende riscrivere l’intera vicenda, Ducournau punta a sorprendere lo spettatore e a lasciare una traccia ambigua. In realtà, il colpo di scena produce soprattutto smarrimento: non apre a nuove interpretazioni, non stimola la riflessione, ma dà la sensazione di un gesto narrativo che contraddice quanto costruito fino a quel momento, svuotandolo di significato.
Alla luce di questo percorso, Alpha sembra un paradosso nella carriera di Julia Ducournau. Se Rawresta il suo film più riuscito, essenziale e preciso nella sua crudeltà, e Titane, pur nella sua natura volutamente pretenziosa, ha lasciato un segno indelebile per radicalità e coraggio, il nuovo lavoro appare come un passo indietro. L’autrice sembra aver confuso la maturità con la complessità, senza comprendere che crescere come regista significa soprattutto imparare a gestire i propri strumenti e i propri temi, non moltiplicarli fino a perdere il controllo. Alpha è il film di una regista talentuosa, capace di creare universi visivi riconoscibili e perturbanti, ma che qui sembra sopraffatta dalla sua stessa ambizione, incapace di trovare un equilibrio tra intimità e allegoria, emozione e metafora.
Alpha arriva al cinema a partire dal 18 settembre con I Wonder Pictures. Ecco il trailer del film:















