Quando nel 2023 Prime Video decise di espandere l’universo di The Boys con lo spin-off Gen V, il rischio di cadere in un prodotto derivativo e senza identità era altissimo. Eppure la prima stagione si era rivelata una sorpresa: un teen drama travestito da serie supereroistica, capace di mescolare ironia, ultraviolenza e critica sociale in un contesto universitario, la Godolkin University, che fungeva da laboratorio sia narrativo che politico. Due anni dopo, la seconda stagione arriva con il compito di consolidare quanto di buono è stato seminato e di dimostrare che Gen V può vivere di luce propria pur restando legata a doppio filo alla serie madre.

Il risultato è una stagione ambiziosa, più cupa e matura, che non si limita a ricalcare i toni della prima ma cerca di elevarli, abbandonando molte delle sfumature da dramma adolescenziale per addentrarsi in territori più adulti e complessi.

La nuova stagione si apre sulle conseguenze del massacro della Godolkin e sulla morte di Andre Anderson (Chance Perdomo), evento che diventa subito il motore emotivo e narrativo di gran parte della trama. I sopravvissuti Jordan Li (Derek Luh) ed Emma Meyer (Lizzie Broadway) tornano all’università con un obiettivo chiaro: vendicare l’amico caduto mentre tentava di fuggire da Elmira. Nel mentre, anche Marie Moreau (Jaz Sinclair) torna alla Godolkin per scoprire il segreto di Odessa e del misterioso nuovo rettore, Cipher (Hamish Linklater).

La scelta degli sceneggiatori di affrontare in modo diretto l’assenza di Andre, resa ancor più dolorosa dalla tragica scomparsa reale dell’attore, è un atto coraggioso che conferisce alla serie un’inedita profondità. Non si tratta di una semplice “uscita di scena”: la mancanza di Andre diventa un tema centrale che permea i dialoghi, le relazioni e ha un effetto anche sulle scelte di potere all’interno dell’università. I personaggi, e di riflesso gli spettatori, sono costretti a fare i conti con il lutto, la colpa e la necessità di andare avanti.

Se i primi tre episodi hanno il compito di riacclimatare lo spettatore e ricollegare i fili lasciati in sospeso, il cuore della stagione affronta temi di grande spessore. Il lutto, l’accettazione di sé e il perdono — verso gli altri e verso se stessi — diventano i motori che guidano ogni personaggio.

Jordan, Emma e Marie sono costretti a confrontarsi non solo con la perdita di un amico, ma anche con i limiti dei loro poteri, che smettono di essere semplici strumenti di spettacolo per rivelarsi fardelli. Il concetto di “supereroe” smette di coincidere con la celebrazione e inizia a configurarsi come maledizione: un fardello che chiede responsabilità, sacrificio e, soprattutto, consapevolezza. In questo contesto, emerge con forza la figura di Polarity (Sean Patrick Thomas), padre di Andre e supereroe storico della Godolkin. Finalmente la serie gli concede lo spazio per dimostrare che la sua vita non era solo marketing e immagine: dietro la patina si cela un eroe autentico, pronto a confrontarsi con la perdita e a dimostrare la solidità del proprio lascito. La stagione non si regge solamente sulla perdita, la componente emotiva certamente scaturisce da questo avvenimento ma vi è anche altro; l’impalcatura narrativa è invece sorretta da due grandi linee guida: il progetto Odessa e la figura enigmatica del nuovo rettore Cipher, interpretato da un convincente Hamish Linklater.

Marie Moreau (Jaz Sinclair), già protagonista della prima stagione, torna alla Godolkin spinta non solo da un desiderio di giustizia ma anche dal bisogno di indagare su Odessa, un programma segreto che si rivelerà essere il vero motivo dell’esistenza stessa dell’università. È un arco che la mette di fronte a dilemmi morali e personali: non solo deve scoprire la verità, ma anche fare i conti con i sensi di colpa per aver abbandonato i compagni e indirettamente spinto Andre a un sacrificio inutile. Cipher si impone come il nuovo villain della stagione: il suo legame con Elmira e con il passato oscuro della Godolkin è svelato progressivamente, ma sin dalle prime apparizioni appare evidente che il personaggio non è ciò che sembra. Linklater riesce a conferire al rettore un carisma ambiguo, a metà tra figura paterna e manipolatore, incarnando alla perfezione quella sottile linea che distingue il mentore dall’antagonista. Questa introspezione rappresenta un deciso passo avanti rispetto alla prima stagione, che spesso si rifugiava nei codici del teen drama per raccontare i conflitti dei protagonisti. Qui gli showrunner Evan Goldberg e Craig Rosenberg scelgono di rinunciare a gran parte della patina adolescenziale per costruire una narrazione che parla di crescita individuale, di consapevolezza del corpo e dei propri limiti, di accettazione del dolore e di capacità di trasformarlo in forza collettiva.

Come The Boys, anche Gen V continua a usare i supereroi come metafora della società americana contemporanea. La contrapposizione tra Vought e i suoi campioni — simbolo di un nuovo ordine autoritario, assimilabile alla retorica trumpiana — e gli umani divisi in “Patrioti” e “Starlighter” non è mai stata così evidente. La serie non teme di essere politica: il conflitto non si combatte soltanto con i pugni o con i raggi di energia, ma anche sul terreno dell’informazione, della propaganda e del marketing. Ogni volta che lo spettatore vede i media manipolare la realtà, è invitato a riflettere su quanto questo meccanismo sia simile al mondo reale, dove la verità è spesso sacrificata in nome del consenso. Il parallelo con l’America odierna è esplicito: i super di Vought incarnano la potenza muscolare e l’arroganza imperialista, mentre i giovani protagonisti rappresentano la generazione che tenta di ribellarsi, di ridefinire i confini morali e di affermare la propria identità nonostante un sistema costruito per schiacciarla.

Dal punto di vista registico, la seconda stagione di Gen V conferma e in parte supera gli standard già fissati dalla precedente. La messa in scena continua a giocare con il linguaggio visivo tipico di The Boys – fatto di inquadrature serrate, ralenti iper-stilizzati e un uso della violenza tanto grafico quanto coreografato – ma qui acquista un carattere più maturo. Non si tratta soltanto di “shock visivo”: la regia sceglie di far convivere momenti spettacolari, spesso caotici e saturi di dettagli, con pause intime che permettono di calarsi nell’interiorità dei personaggi. Questo equilibrio fra esplosioni di sangue e silenzi meditativi è uno dei tratti distintivi della stagione. Il comparto tecnico mostra un passo in avanti soprattutto nella fotografia e nella direzione artistica. Le tonalità cromatiche variano in base alle ambientazioni: fredde e claustrofobiche nelle sequenze di Elmira o dei laboratori di ricerca, calde e apparentemente rassicuranti negli spazi universitari che però nascondono un retrogusto inquietante. È un lavoro che contribuisce a sottolineare i contrasti narrativi, rendendo visibile il conflitto tra superficie e sostanza, tra immagine e verità. Anche la colonna sonora, che alterna brani pop a sonorità più oscure ed elettroniche, accentua questa tensione, sostenendo il ritmo delle scene d’azione e amplificando il pathos delle sequenze drammatiche.

Il cast è uno dei veri punti di forza. Jaz Sinclair conferisce a Marie Moreau una gamma espressiva sorprendente: la sua performance ci regala un personaggio fragile ma determinato, incarnando al meglio il tema della colpa e della ricerca di redenzione. Derek Luh riesce a rendere Jordan Li un personaggio complesso, finalmente libero da certi cliché legati al dualismo dei poteri e alla fama che si voleva prendere, e l’intesa con Lizzie Broadway (Emma Meyer) dona autenticità a una delle relazioni più interessanti della stagione, che senza neanche quello si sviluppa grazie alla prigionia insieme e al lutto. Broadway stessa dimostra una crescita notevole, trasformando Emma da comprimaria leggera a figura centrale, capace di reggere la tensione emotiva di intere sottotrame.

Accanto ai protagonisti, due personaggi di supporto guadagnano un ruolo centrale: Polarity e Cate. Sean Patrick Thomas, nei panni di Polarity, riesce a offrire una performance intensa che restituisce dignità a un eroe spesso relegato a semplice mascotte di marketing. La sua parabola, segnata dalla perdita del figlio Andre, si trasforma in un percorso di riscoperta personale e professionale: non più volto di una campagna pubblicitaria, ma padre ferito e uomo chiamato a dimostrare che dietro i riflettori si cela una vera coscienza eroica. La sua presenza arricchisce la stagione di un’ulteriore dimensione emotiva, rendendo tangibile il peso del lutto non solo sui giovani, ma anche su chi appartiene a una generazione precedente.

Cate, interpretata da Maddie Phillips, prosegue invece la sua evoluzione già complessa dalla prima stagione. La ragazza, dotata di poteri legati al controllo mentale, incarna al massimo il conflitto tra libero arbitrio e manipolazione. La seconda stagione ne esplora i sensi di colpa e la difficoltà di distinguere tra ciò che è stata costretta a fare e ciò che ha scelto consapevolmente. Cate non è mai un personaggio monolitico: è fragile e pericolosa al tempo stesso, capace di suscitare empatia e diffidenza. La sua presenza contribuisce a tenere viva la tensione narrativa, perché rappresenta costantemente un’incognita, un personaggio mai del tutto affidabile ma proprio per questo tra i più interessanti dell’intero ensemble.

Ma è Hamish Linklater, nei panni di Cipher, a rubare la scena: il suo rettore è al tempo stesso affabile e minaccioso, capace di passare da un tono paterno a uno intimidatorio con pochi gesti. La sua presenza aggiunge spessore a una stagione che aveva bisogno di un antagonista credibile e sfaccettato. La sua interpretazione lo colloca tra i migliori villain apparsi finora nell’universo di The Boys, con una complessità che va oltre la semplice malvagità.

Sul piano narrativo, la serie trova un tono più definito rispetto al debutto. Non è più un teen drama travestito da satira, ma una storia di formazione che riflette sulla natura stessa dell’eroismo e sulle conseguenze del potere. L’umorismo nero, marchio di fabbrica del franchise, rimane presente ma è meno invadente, sostituito da una tensione costante che accompagna lo spettatore fino al finale. È come se la serie fosse cresciuta insieme ai suoi protagonisti: più consapevole, meno caotica, e capace di reggere il confronto con la serie madre senza apparire una semplice derivazione. Il principale punto di forza di questa stagione è la capacità di affrontare la perdita senza indulgere nel melodramma, trasformandola invece in occasione di crescita per i personaggi. L’approfondimento psicologico è superiore rispetto alla prima stagione e il villain di Linklater porta con sé un fascino ambiguo che rende la trama avvincente.

Al contrario, alcuni passaggi narrativi soffrono di una certa ridondanza: il ritmo a tratti rallenta, soprattutto nei primi episodi, e non tutte le sottotrame ricevono la stessa attenzione. Inoltre, per quanto la serie tenti di emanciparsi dal modello teen drama, resta pur sempre ancorata a dinamiche giovanili che non sempre parlano a un pubblico adulto. La seconda stagione di Gen V rappresenta un notevole passo avanti rispetto all’esordio. Non è più soltanto uno spin-off utile a intrattenere i fan di The Boys: è una serie che ha trovato la propria voce, capace di coniugare azione, introspezione e critica sociale. Se la prima stagione era un coming of age travestito da satira supereroistica, questa seconda è una vera e propria epopea di formazione che esplora cosa significhi davvero essere un eroe in un mondo che ti tratta come prodotto. Non è un percorso semplice, né privo di difetti, ma il risultato è una stagione che chiude molte trame, ne apre di nuove e si inserisce in modo organico nell’universo narrativo principale.

Per chi ha apprezzato l’esordio, questa seconda stagione è imperdibile; per chi guarda all’universo di The Boys come a una grande allegoria della società americana, è un tassello fondamentale. E con la serie madre avviata verso la conclusione, Gen V dimostra di poter raccogliere il testimone, accompagnando gli spettatori in un viaggio che non sarà mai privo di sangue, ironia e domande scomode.


I primi tre episodi di Gen V arrivano su Prime Video a partire dal 17 settembre, per poi continuare con un episodio a settimana. Ecco il trailer della nuova stagione:

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