Dopo esser stato presentato all’81 Mostra del Cinema di Venezia e aver fatto guadagnare a Nicole Kidman l’ambita Coppa Volpi alla Migliore Attrice Protagonista, Babygirl, diretto da Halina Reijn (Bodies Bodies Bodies) arriva nelle sale cinematografiche italiane con Eagle Pictures a partire dal 30 gennaio. Nel film anche Antonio Banderas e Harris Dickinson. Grazie a Eagle Pictures abbiamo potuto vedere il film in antperima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.

Romy (Nicole Kidman) è una donna di grande successo, a capo di un’importante azienda di New York e al tempo stesso moglie e madre di famiglia. Il rapporto con il marito Jacob, molto diverso da lei e dall’indole più artistica lavorando come regista teatrale, è solido ma dal punto di vista sessuale Romy rimane insoddisfatta. In ufficio incontra Samuel (Harris Dickinson), un giovane stagista che sembra intuire qualcosa sul desiderio della donna ed è felice di prendere il controllo. Ne nasce una relazione eccitante ma rischiosa, in cui i due giocano sul filo del rasoio di una dinamica di potere ambigua.

Good Girl“, pronunciata con disarmante semplicità ma provocazione da Samuel (Harris Dickinson) a Romy (Nicole Kidman), rappresenta il fulcro simbolico di Babygirl. In questa battuta si concentra un gran numero di significati che trascende il dialogo e permea l’intero contesto narrativo. La frase si carica di una valenza intima e trasgressiva, gettando luce sulla complessità del rapporto tra i protagonisti. Samuel non sta solo parlando con Romy, sta rispondendo a un bisogno nascosto, evocando vulnerabilità e potere in un equilibrio sottile che caratterizza il loro legame. Da questo momento, il film inizia a svelare con maggiore chiarezza la natura della loro relazione, che si articola su un piano che sfida le convenzioni sociali. Non si tratta di una dinamica di controllo unidirezionale, ma piuttosto di un continuo gioco di specchi, dove i ruoli di dominanza e sottomissione si scambiano. Halina Reijn, costruisce questi momenti, facendo sì che ogni parola, ogni gesto, siano un tassello di un mosaico più grande, in cui le emozioni nascoste trovano spazio per emergere.

Una delle caratteristiche distintive di Babygirl è la sua esplorazione della vulnerabilità umana, tema che permea ogni aspetto della pellicola. Reijn affronta la vulnerabilità non solo come una condizione emotiva, ma come un elemento centrale del rapporto tra Romy e Samuel. I due protagonisti, distanti per età, status e vissuti personali, trovano una connessione autentica proprio attraverso la loro esposizione emotiva reciproca. La vulnerabilità non è mai trattata come una debolezza; al contrario, diventa la chiave per svelare le verità più profonde dei personaggi.

Romy, è una donna che incarna uno spettro di contraddizioni. Apparentemente sicura di sé, con un ruolo di potere nella sua vita professionale, si rivela fragile e insicura nei momenti più intimi. La sua vulnerabilità emerge nei dialoghi con Samuel, ma anche nei silenzi e nei piccoli gesti che tradiscono il suo bisogno di essere vista e compresa oltre le apparenze. Dall’altra parte, Samuel, non è un semplice oggetto del desiderio. Anche lui porta con sé insicurezze e desideri che si manifestano nella dinamica con Romy, in un rapporto che ribalta continuamente le aspettative di chi guarda. Il film sottolinea come la vulnerabilità possa essere anche un atto di coraggio. Aprirsi all’altro, mostrarsi senza filtri, è un processo rischioso che porta i protagonisti a confrontarsi non solo con l’altro, ma anche con le parti più nascoste di sé.

Uno degli aspetti più interessanti di Babygirl è la sua rappresentazione del kink sessuale, un tema spesso frainteso o banalizzato nel cinema. Halina Reijn affronta questa dimensione, evitando qualsiasi approccio sensazionalistico o voyeuristico nonostante questo possa apparire su schermo come “cringe”, strano. Il kink è come una forma di comunicazione tra Romy e Samuel, un linguaggio alternativo che permette loro di esprimere desideri e bisogni che non troverebbero spazio nelle convenzioni sociali. La relazione tra i due protagonisti diventa un terreno di sperimentazione, dove il consenso è alla base. Ogni interazione è costruita con una cura meticolosa, mostrando come i confini vengano stabiliti e rispettati. Questo non solo aggiunge realismo alla narrazione, ma offre anche una rappresentazione rispettosa e complessa di una tematica che troppo spesso viene semplificata o stigmatizzata. Romy e Samuel non usano il kink come una fuga dalla realtà, ma come un mezzo per esplorare sè stessi e la loro relazione in modo più profondo e autentico.

In particolare, la pellicola si distingue per il modo in cui tratta la sessualità femminile. Romy non è un personaggio passivo, è una donna che prende il controllo della propria sessualità, che si permette di desiderare e di esplorare senza vergogna. Questa rappresentazione è resa ancora più potente dalla performance di Nicole Kidman, che porta sullo schermo un’intensità e una vulnerabilità che rendono Romy incredibilmente umana. La sessualità, in Babygirl, non è mai ridotta a un semplice elemento narrativo; è una parte integrante del viaggio dei personaggi, una forza che li trasforma e li avvicina.

Halina Reijn si conferma una regista sensibile e di talento, capace di coniugare una visione moderna con un omaggio ai classici del thriller erotico, pur non essendo questo un vero thriller erotico. La sua regia è un equilibrio perfetto tra minimalismo e intensità, in cui ogni inquadratura è pensata per rivelare qualcosa di più sui personaggi. Mani che si sfiorano o gli sguardi prolungati diventano strumenti narrativi potenti, capaci di costruire un’atmosfera carica di tensione emotiva e erotica. L’uso dello spazio è altrettanto significativo. Gli ambienti in cui si muovono i personaggi – uffici asettici, interni lussuosi ma spogli, sale conferenze fredde e impersonali – diventano i luoghi dell’isolamento interiore di Romy. Questi spazi riflettono il suo senso di alienazione, contrastando con i momenti di intimità che condividere con Samuel.

Le interpretazioni di Nicole Kidman e Harris Dickinson sono il centro di Babygirl. Kidman offre una performance sfumata e intensa, dando vita a un personaggio che è un mix di forza e fragilità. Romy è una donna che deve affrontare le contraddizioni della propria vita: il successo professionale non basta a colmare un vuoto emotivo che solo Samuel sembra comprendere. Harris Dickinson, dimostra una maturità artistica sorprendente. Samuel è un personaggio complesso, consapevole del potere della sua bellezza ma anche vulnerabile. Dickinson riesce a catturare queste sfumature, trasformando Samuel in un personaggio tridimensionale, ben lontano dal semplice stereotipo dell’ “oggetto del desiderio”.

Babygirl è molto più di un film: è un’esperienza emotiva e sensoriale che sfida lo spettatore a confrontarsi con temi complessi come il potere, la vulnerabilità e la scoperta del piacere. Grazie a una regia raffinata, interpretazioni centrate e una narrazione coraggiosa, il film si afferma come un’opera capace di lasciare un segno profondo nel bene e nel male. Nonostante alcune imperfezioni, come il rischio di indulgere troppo nel simbolismo, Babygirl dimostra che il cinema può ancora sorprendere, emozionare e affrontare temi tabù con eleganza e profondità.


Babygirl di Halina Reijn arriva al cinema a partire dal 30 gennaio con Eagle Pictures. Ecco il trailer italiano del film:

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