In uscita nei cinema italiani dal 30 luglio con Sony Pictures, Bring Her Back – Torna da me segna il ritorno alla regia dei fratelli Danny e Michael Philippou, acclamati esordienti del cinema horror con Talk to Me (2022), film che a modo suo ha ridefinito il concetto di possessione giovanile nel panorama contemporaneo. Stavolta, però, il duo australiano sceglie di spingersi oltre i confini del teen horror per costruire un racconto adulto, cupo, segnato dal lutto e dalla maternità. Nel cast spicca una straordinaria Sally Hawkins, affiancata da Billy Barratt, Sora Wong e Jonah Wren Phillips, in un’opera che fonde il dramma familiare al cinema dell’orrore più viscerale e disturbante. Abbiamo visto il film in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.
Andy e Piper sono fratelli segnati dalla recente morte del padre. I due vengono affidati a Laura (Hawkins), un’ex assistente sociale dal passato segnato da una tragedia personale: la perdita della figlia, morta in circostanze mai chiarite. Nella sua casa silenziosa e inquietante, iniziano ad accadere fenomeni inspiegabili, mentre Laura si immerge sempre più in rituali antichi e proibiti che promettono ciò che nessun essere umano dovrebbe desiderare: riportare indietro chi è andato via.
Con Talk to Me, i Philippou avevano già dimostrato di saper gestire tensione, allegoria e dinamiche relazionali con maestria, specialmente considerando le loro origini come youtuber e autori di contenuti virali. Quel film giocava sull’attrazione e la paura del contatto con l’aldilà, ma lo faceva con un linguaggio giovane, frenetico, quasi punk. In Bring Her Back, il salto è evidente: lo stile visivo si fa più controllato, la messa in scena più densa e la sceneggiatura abbandona le suggestioni adolescenziali per affrontare uno dei temi più devastanti e universali: la perdita di un figlio. L’orrore non nasce più dalla curiosità, ma da un buco nero emotivo, un dolore muto che diventa sangue, carne. Bring Her Back si inserisce nel filone dell’horror del lutto, che negli ultimi anni ha conosciuto una nuova centralità grazie a film come Hereditary di Ari Aster, The Babadook di Jennifer Kent o La casa oscura di David Bruckner. Tutte opere che riflettono sul dolore come forza trasfigurante, capace di distorcere la realtà, piegare la mente e – nel caso dei Philippou – prendere possesso dei corpi. Il dolore di Laura è simile a quello della madre interpretata da Toni Collette in Hereditary: un dolore che non si elabora, ma che si incarna, si trasforma in eredità mostruosa. Al tempo stesso, la figura materna tratteggiata da Hawkins ricorda la paranoia silenziosa di Rosemary in Rosemary’s Baby o la determinazione fanatica della madre di Relic (2020). Ma qui non ci troviamo di fronte a una parabola simbolica: Bring Her Back affonda le mani nel rituale, nel corpo e nel sangue.
Le scene gore non mancano. Un’estetica che a tratti potrebbe sembrare eccessiva, persino gratuita, se non fosse che i Philippou riescono a radicare ogni sequenza nel vissuto psicologico dei personaggi. Qui la violenza non è solo decorativa: è un linguaggio che mostra com il dolore ha superato ogni forma verbale. Tuttavia un punto critico c’è: il cortocircuito tra dramma e horror non sempre è gestito con pieno equilibrio. Alcune sequenze finiscono per minare la delicatezza emotiva del racconto, spingendo il film verso un eccesso che potrebbe alienare parte del pubblico.
La performance di Sally Hawkins è un piccolo capolavoro. L’attrice britannica, che aveva incantato in La forma dell’acqua con la sua dolcezza silenziosa, qui è in un ruolo molto più oscuro, stratificato, inquietante. Il suo volto segnato dal dolore, il suo corpo minuto e curvo, i suoi sussurri interrotti da scoppi improvvisi di furia: Laura è una madre devota fino all’ossessione, ma anche un essere vuoto, che si lascia possedere da qualcosa che forse è solo amore. Hawkins riesce a non cadere mai nel melodramma o nella caricatura, mantenendo sempre vivo quel senso di ambiguità che rende il personaggio tragico e allo stesso tempo minaccioso. Anche i giovani interpreti — Billy Barratt nei panni del fratello maggiore e Sora Wong in quelli della fragile ma percettiva Piper — offrono interpretazioni misurate, capaci di restituire il senso di spaesamento, paura e affetto reciproco che attraversa i loro personaggi.
La sceneggiatura, firmata dagli stessi Philippou, si distingue per una costruzione non banale dei personaggi e un uso intelligente del non detto. I dialoghi sono misurati, spesso suggeriti, lasciando che siano gli sguardi e i gesti a comunicare ciò che è realmente in gioco. Il dolore, in fondo, non ha parole adeguate. La regia è matura, raffinata, priva di manierismi: la camera si muove con fluidità tra gli spazi della casa, spesso stretti, bui, attraversati da luci calde che diventano improvvisamente taglienti.
Bring Her Back – Torna da me è un film profondamente triste, più che spaventoso. La sua forza non risiede nei jump scare (pochi) o nell’originalità del plot (classico nella sua struttura), ma nella capacità di trasformare il dolore in immagini, il lutto in carne, e l’amore in ossessione. Non tutto è perfetto: alcuni eccessi visivi potrebbero stonare, e la narrazione rallenta nella parte centrale. Ma ciò che resta, dopo i titoli di coda, è una sensazione di perdita vera, vissuta attraverso lo sguardo stanco e tragico di una madre che non vuole arrendersi alla morte. In un panorama horror sempre più diviso tra intrattenimento e allegoria, i Philippou offrono un’opera visceralmente sincera, capace di disturbare senza perdere profondità.
Bring Her Back – Torna da me arriva al cinema a partire dal 30 luglio. Ecco il trailer italiano del film:















