September 20, 2018
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[Der Zweifel] Ed Gein: Killer da cinema

  • da der Zweifel
  • 19 aprile 2017
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Edward Theodore Gein, meglio noto come Ed Gein, il macellaio di Plainfield o il macellaio pazzo. Figura di spicco nella storia dei serial killer più famosi di sempre, l’uomo che è stato fonte di svariati studi sopra il suo caso e la sua personalità. Individuo che con la sua ingenua pazzia e grande sangue freddo è stato complice della morte di sei persone, molte delle quali di sesso femminile, ispirando così altri aspiranti assassini che come lui si dedicarono all’attività di cruenti, inauditi e spaventosi omicidi, che hanno fatto, seppur in forma minore, la storia della cronaca nera.  Gein è, senza alcuna eccezione, una star nel suo campo e un elemento di grande curiosità per criminologi e artisti di tutte le specie. L’esperto di serial killer, Harold Schechter, ha scritto un best seller sulla sua figura intitolato “Deviant”, mentre altri, come la band metal “Slayer” decise di pubblicare una canzone dal titolo “Dead Skin Mask”. Il gruppo punk capitanato dal cantante Salmo si chiama per l’appunto “To Ed Gein”. Ma il campo artistico che più di tutti ha saputo dare all’assassino la fama che tutt’oggi conosciamo, anche fin troppo bene, è di sicuro quello cinematografico; luogo in cui l’insania mentale del killer americano è stata trasportata in svariate personalità e volti che sono entrati nella nostra immaginazione, mente e cultura.

Il cinema, dunque, è riuscito a concretizzare, in maniera cruda, schiacciante, accattivante, violenta, sensibile e anche ricca di eleganza, ciò che poteva benissimo rimanere un semplice fatto di cronaca. Ma Ed Gein non è un killer come tutti gli altri. In molte parti del mondo, in Italia specialmente, ce ne sono state di figure ambigue, ma mai tanto dirompenti quanto quella di Gein. La sua storia è tanto semplice quanto incredibilmente complessa, in termini anche psicologici, a tal punto da pensare se non sia stato aiutato nel suo lavoro, a fare ciò che ha fatto. Sparizioni e individui che vengono come inghiottiti dal nulla, nessuno incolperebbe il povero e indifeso agricoltore della cittadina di Plainfield. Ciò che la polizia trovò all’interno di quella casa, andava contro ogni principio umano e morale. Un mostro che ha comunque fruttato alle case cinematografiche fior fior di milioni, dando così la possibilità a registi e attori di cimentarsi con quel personaggio, arrivando, a volte, alla convinzione che ci sia un pezzetto di Ed Gein in ognuno di noi. Prove che portarono ogni interprete a rivedere i canoni recitativi e fare luce nella mente umana, oltre che nella propria. La sua vicenda è stata trasposta in così tante pellicole da scaturire l’immagine di un singolo uomo ma dai mille volti, dalle tante personalità e sfumature, dai mille teoremi, analisi e complessi, roba che porta quello edipico a essere solo uno fra molti.

Come pilastro del cinema, influenzato dalle sue malefatte, mi sento in dovere di porre come capostipite di tale filone della morte Psycho, opera intramontabile di Alfred Hitchcock, poi revisionata e riportata alla luce in due momenti diversi; il primo con la copia esatta del regista Gus Van Sant, in cui niente manca e tutto è uguale all’originale del 1968, e con il film “Hitchcock”, interpretato da Anthony Hopkins nei panni del grande regista, in cui si cerca di far luce sulla lavorazione della pellicola e sulle vite dell’artista, da una parte, e dell’assassino dall’altra. Con solo tre morti all’interno di una durata di appena due ore, e la scena emblematica, a pochi minuti dalla fine, Hitchcock ne fa un’opera di classe, totalmente diversa da ciò che era il prodotto precedente, che pone lo spettatore in una situazione d’indicibile terrore ma cosa più importante, di grande instabilità emotiva, estraniandosi dalla realtà e arrivando a fare qualsiasi cosa pur di non conoscere la verità della madre, della vittima, quella che provoca stupore e senso di smarrimento.

Opera prima a prendere spunto dalla vicenda Gein, dalla quale, con un raffinato e indimenticabile bianco e nero, si passa a una più grezza fotografia, poco curata, con attori di bassa qualità e con un budget ridotto; ciò che ne viene fuori è un cult movie che ha fatto nascere nella nostra mente il dovere di contare almeno fino a dieci prima di entrare in una casa abbandonata che non ha nulla di sereno e familiare. “The Texas Chainsaw Massacre”, tradotto in Italia con il titolo di “Non aprite quella porta”, fa apparire quasi subito il feticcio alter ego di Gein nel mastodontico e un po’ buffo corpo di Leatherface, il macellaio che fa strage di teenager con un martello per bovini, che appende i loro corpi in ganci da macello e che sguaina la sua motosega nella lunga strada deserta del Texas e sotto i raggi del sole. Una figura rozza voluta così dal regista Tobe Hopper, qui alle prime armi, che tuttavia riesce a rendere l’idea di ciò che ha in mente e lascia nel nostro immaginario collettivo un terrore vero, non sconosciuto, che può accadere ogni volta che si entra in una stanza buia, e di sicuro la figura di Leatherface e la sua maschera fatta di pelle umana.

Da qui si passa a un più sofisticato thriller, in senso completo, forse più maturo e accattivante nella ricetta per una ben studiata suspense e nella descrizione dell’assassino. Ruolo che costò ad Anthony Hopkins un oscar come miglior attore protagonista e la fama del grande cannibale. “Il silenzio degli innocenti” è un master, un poliziesco, un giallo e un thriller potente con accenni alle precedenti pellicole dell’orrore, in cui però, come ho già detto in precedenza, la personalità di Gein riesce a essere interpretata in modo ancora più diverso, tramite il dottor Hannibal Lecter e nell’antagonista, se così vogliamo chiamarlo, John Gambe detto “Buffalo Bill”. Due personaggi che allo stesso tempo sono uguali assassini e menti deviate ma pur sempre lontani e differenti. Lecter è un medico con carisma che uccide ma in maniera quasi elegante, come elegante è la sua personalità. L’altro, Gambe, è una macchina da carneficina astuta ma più folle del dottore; la sua ispirazione è quella di fare vestiti ricavati dalla pelle di giovani ragazze in sovrappeso, per portare a termine il suo passaggio da una dimensione maschile a quella femminea, quasi come una sorta di palingenesi, una rinascita come Venere dalle acque, contemplando la sua vanità. Sarà proprio tale vanità a fare strada a Hannibal Lecter e alla sua pupilla, l’agente Starling (Jodie Foster), per arrivare nel suo covo e ambigua sartoria.

Sebbene l’abbondanza di pellicole, credo sia meglio fermarsi e citare un’ultima opera che sempre a Ed Gein si rifà, ovvero “Vestito per uccidere”, diretto da Bryan De Palma. Più che uno spunto da Gein, questo film è uno spunto dallo Psycho di Hitchcock . Benché ci siano idee nuove, il personaggio interpretato da Michael Caine non può non ricordare quello di Norman Bates. Ecco la potenza di un’opera d’arte: quando arriva il finale scioccante, la sorpresa, la nostra conclusione personale è che Bryan De Palma avrebbe voluto girare lui Psycho, ma purtroppo, a causa di età, è arrivato troppo tardi. Questo però ci fa capire quanto sia interessante e sempre verde la figura di Gein e l’intera vicenda, da far diventare ancora più grande un personaggio inventato, dalla quale altri si rifanno e prendono spunto come nel caso di Bryan De Palma.

Insomma, Bates, Lecter, Gambe, Leatherface e molti altri ancora, sono tutti figli di un’immagine onnisciente e di un mitologema che ormai sa di antichità: storico, reale e nel medesimo momento anche inverosimile, figlio anch’esso di quei personaggi che lo tengono in vita e che fanno di lui una leggenda.

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