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[der Zweifel] La stagione della caccia – Dal romanzo di Andrea Camilleri, un film di Roan Johnson

  • di der Zweifel
  • 3 Marzo 2019
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Vi starete aspettando un buon articolo sull’ultimissima edizione degli oscar 2019. In verità, dovremmo proprio parlarne, visto il trionfale e per certi versi quanto inaspettato risultato. La vittoria di Rami Malek, il superamento di Green Book al film Roma di Cuarón, e molto altro. Ma come ho detto, non voglio parlarvi di questo, bensì di un film andato in onda in prima tv assoluta negli scorsi giorni, e che solo per la superba prova recitativa supera, almeno nella mia testa, lo sgomento degli Academy Awards.

Seguendo la scia dello scrittore siciliano Andrea Camilleri, che comparirà tra l’altro il 5 marzo in televisione per presentare il suo spettacolo Conversazione su Tiresia, questo mese si può definire all’insegna del suo buon nome. Dopo il ritorno del Commissario Montalbano, interpretato da un altro grande come Luca Zingaretti, arriva, quasi inaspettatamente, un gran ben film. L’opera in questione è La stagione della caccia, diretto da Roan Johnson e ripreso dall’omonimo romanzo di Camilleri pubblicato nel 1992. Fra gli interpreti principali spiccano Francesco Scianna (Baaria, La mafia uccide solo in estate, Latin Lover), Tommaso Ragno, Donatella Finocchiaro, Giorgio Marchesi e Ninni Bruschetta.

Sicilia di fine ‘800. Tornato nella città di Vigata dopo tanti anni, Fofò La Matina apre una farmacia. Sin da piccolo era stato affascinato dalle erbe, e l’orto del padre era stato una buona scuola per iniziare. Al personaggio di Fofò si aggiungono i componenti della famiglia Paluso, soprattutto il capofamiglia, il Marchese Filippo Paluso. Uomo ingordo, dedito al bere e alle belle donne, ha sempre cercato di avere un erede maschio. Dopo vari tentativi ci riesce ma quando il figlio diventa un ragazzo, muore intossicato da un fungo. Un avvenimento al quanto strano, vista la sua passione e conoscenza per i funghi. Tuttavia, dalla sua morte in avanti, saranno molti gli eventi inspiegabili che si susseguiranno. Infatti, dopo la morte del ragazzo, muore anche la moglie del marchese il quale, nel frattempo, mette incinta la moglie di un suo servo per avere un altro erede maschio a cui lasciare tutto, sebbene abbia già una figlia. Anche il marchese Paluso verrà trovato morto ai piedi di una scarpata; tuttavia le pillole che ritrovano sul suo comodino non sono sufficienti ad incolpare il farmacista, visto che quest’ultimo gliele aveva prescritte proprio per evitare attacchi e bruciori di stomaco. Persino uno spasimante della figlia Ntontò viene trovato morto e, poco dopo l’arrivo dall’America del fratello del marchese, anche questo, con tutti i suoi servi, segue la morte di tutti gli altri. Restata sola, la marchesina Ntontò decide di sposare il farmacista Fofò, verso il quale aveva sempre nutrito un profondo sentimento d’amore.

Ma non è mica finita qui. Camilleri ci regala un finale a sorpresa che fa restare tutti di stucco.

In un’intervista, lo scrittore racconta magistralmente e con la sua solita ironia, come aveva trovato l’idea per questo romanzo. Dagli archivi storici di una città dell’isola, lo scrittore aveva trovato una corrispondenza tra un alto funzionario statale e il sindaco di un piccolo paese. Alla domanda del funzionario se nel paese ci fossero mai stati fatti di sangue, il sindaco rispose così: “No signore. Salvo che per un uomo che, per amore, ha ucciso nove persone”.

“Mi si è aperto un mondo”, dice Camilleri, e da questo piccolo e breve scambio di battute, costruisce una storia che è a metà strada fra una commedia teatrale, una storia d’amore,  un cupo dramma  e un thriller dal finale inatteso. Un gran buon romanzo, ma soprattutto un ottimo film i cui attori fanno da colonna portante per l’opera del regista Johnson; come è di regola per ogni trasposizione televisiva o cinematografica delle opere dello scrittore.

L’interpretazione di Francesco Scianna, sempre sobria e pulita, è solo una delle tante figure che si susseguono in poco più di un’ora. Bruschetta, il Duccio di Boris e interprete di altre fortunate pellicole, è un sacerdote fedele alla tonaca che indossa, ma che non si tira indietro quando c’è bisogno di litigare e mettere bocca in ogni faccenda del paese. Tuttavia, è il personaggio del Marchese Paluso, il cui volto è quello di Tommaso Ragno, a ricoprire per buona parte del film un ruolo centrale. Una fantastica interpretazione di un uomo abituato a godere, un despota che vuole assolutamente un erede ma che riserva anche lati positivi e soprattutto lascia spazio anche a delle sincere risate.

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