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First Man di Damien Chazelle – Storia del Primo Uomo sulla Luna | Recensione

  • di Mattia Pozzoli
  • Ottobre 30, 2018
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First Man

First Man è il nuovo lungometraggio firmato dal più giovane “miglior regista” nella storia degli Oscar, Damien Chazelle. Ormai associato con film dalle forti connotazioni musicali, stavolta Chazelle opta per un soggetto apparentemente estraneo alle sue corde: un biopic su Neil Armstrong, il primo uomo ad aver messo piede sulla Luna.

Diversi i modi con cui approcciarsi al racconto di un evento simile: soffermarsi sull’aspetto socio-politico e sull’importanza che l’allunaggio rivestì nell’eterna guerra fredda tra Stati Uniti e Russia? Oppure concentrarsi sulla natura eroica dell’epica corsa allo spazio di un manipolo di coraggiosi, disposti a rischiare la vita pur di arrivare là dove nessuno era mai giunto prima? Dinanzi a molteplici opzioni, Chazelle ha scelto di raccontare la storia di un uomo. Le sue ambizioni, le sue debolezze. La sua piccolezza, dinanzi all’immensità dello spazio. “First Man” non è la cronaca dettagliata e rigorosa delle vicende che portarono all’allunaggio. E’ il ritratto intimo di Neil Armstrong, e delle esperienze personali che plasmarono la sua ostinazione.

Proprio in questa scelta netta e precisa di Chazelle risiedono le luci e le ombre del film. A livello tecnico, la pellicola è ineccepibile. La regia, che alterna riprese in steadycam ad inquadrature più rigorose e pulite, rispecchia la filosofia di fondo dell’intera operazione. Non stupisce notare, infatti, come la macchina da presa non abbandoni mai i personaggi: li tallona, li segue, come un investigatore che cerca di svelare cosa si nasconde sotto la superficie delle cortesie formali. Il focus è dunque intimista, ma sarebbe un errore supporre che “First Man” tralasci l’aspetto più spettacolare dell’impresa di Neil Armstrong. Anzi, proprio la visuale ravvicinata ci permette di vivere, letteralmente in prima persona, le peregrinazioni spaziali degli astronauti. Assieme a loro, ci ritroviamo stretti in cabine di pilotaggio anguste, a bordo di navicelle claustrofobiche che potrebbero improvvisamente diventare ottovolanti mortali. Le vicende rappresentate, per loro stessa natura, hanno un esito scontato, eppure Chazelle riesce a suscitare nello spettatore forti emozioni: angoscia, ansia, trepidazione. Difficile restare impassibili dinanzi al lancio dell’Apollo 11, messo in scena con un pathos per nulla dozzinale, e che coglie perfettamente nel segno. Merito anche della colonna sonora di Justin Hurwitz, composta da pochi brani ricorrenti e perfettamente intonati alle immagini che scorrono sullo schermo.

Se l’emotività la fa da padrona nelle fasi di esplorazione spaziale, purtroppo non si può dire lo stesso per le porzioni della pellicola dedicate alla vita privata di Neil Armstrong. “First Man” è la sua storia. L’attenzione è sempre rivolta alle sue traversie, alle sue difficoltà, coronate infine dal successo. Eppure, quando scorrono i titoli di coda, la sensazione che permane è quella di non averlo conosciuto davvero. Di non essere entrati a fondo nella sua psicologia. Di non avere compreso quali sono le motivazioni che l’hanno spinto a fare il primo passo sulla Luna. Anche se un movente, in realtà, c’è. Un avvenimento che accompagna la vita di Neil Armstrong e che influenza, in maniera più o meno consapevole, ogni suo comportamento. Tale evento drammatico, però, viene liquidato in maniera frettolosa nelle prime battute del film, senza particolare incisività. Forse sviscerarlo in ogni sua componente sarebbe risultato eccessivo, ma la cronaca stringata non permette di empatizzare a fondo con il personaggio.

Un personaggio, peraltro, freddo e distaccato. L’interpretazione di Ryan Gosling è presumibilmente fedele alla vera personalità di Neil Armstrong, e calarsi nei panni di caratteri schivi ed enigmatici non è cosa facile neppure per gli attori più quotati. Si percepisce, tuttavia, una mancanza. Una spessa coltre di neve, glaciale quanto lo spazio profondo, separa il protagonista di “First Man” dallo spettatore.

Difficile capire perché i suoi colleghi tengano così tanto a lui. Ancora più arduo comprendere perché la moglie di Neil, interpretata da Claire Foy, gli sia così devota. L’attrice inglese regala la performance più memorabile e calorosa del film. Dinanzi all’impassibilità quasi fastidiosa del resto del cast, la sua umanità, i suoi scatti d’ira sempre ben motivati e la sua apprensione nei confronti del marito rappresentano una necessaria boccata d’ossigeno. Gli altri personaggi secondari sono, invece, perlopiù abbozzati e anonimi. Soprattutto, balza all’occhio il pochissimo spazio dedicato a Buzz Aldrin, compagno di Neil sul suolo lunare. Le interpretazioni del cast sono sicuramente all’altezza, ma si percepisce l’assenza di vere e proprio caratterizzazioni. “First Man” è, in definitiva, un film dall’anima duplice.

Damien Chazelle si riconferma uno dei registi più talentuosi della sua generazione, ma se il racconto delle peregrinazioni spaziali è emozionante e memorabile, la trattazione delle vicende private di Neil risulta troppo fredda, glaciale, e addirittura superficiale. Il risultato è una pellicola efficace più nella superba forma, ché nel contenuto.

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