I Fantastici 4: Gli inizi, in arrivo nelle sale italiane il 23 luglio, segna l’atteso ritorno della “prima famiglia Marvel” all’interno del Marvel Cinematic Universe inaugurando la tanto attesa Fase 6. Diretto da Matt Shakman, già apprezzato per il suo lavoro su WandaVision, il film vede un cast d’eccezione composto da Pedro Pascal nei panni di Reed Richards, Vanessa Kirby come Sue Storm, Joseph Quinn nel ruolo di Johnny Storm, Ebon Moss-Bachrach come Ben Grimm e Julia Garner nella sorprendente e inedita versione femminile del Silver Surfer. A completare il cast, Ralph Ineson interpreta una minacciosa incarnazione di Galactus. Dopo anni di tentativi poco riusciti, il franchise dei Fantastici 4 riceve qui un trattamento più maturo ma al contempo fedele allo spirito originale, con una narrazione che si muove tra spettacolo cosmico e riflessione personale. Grazie a Disney e Marvel abbiamo potuto vedere il film in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.

Costretti a bilanciare il loro ruolo di eroi con la forza del loro legame familiare, I Fantastici 4 devono difendere la Terra da un famelico dio dello spazio chiamato Galactus (Ralph Ineson) e dal suo enigmatico Araldo, Silver Surfer (Julia Garner). E se il piano di Galactus di divorare l’intero pianeta e tutti i suoi abitanti non fosse già abbastanza, la situazione diventa improvvisamente molto personale.

Prima di entrare nel merito del film, è inevitabile guardarsi alle spalle e considerare il peso dell’eredità che i Fantastici 4 si portano dietro. Creati nel 1961 da Stan Lee e Jack Kirby, rappresentano il primo grande successo del nascente universo Marvel. A differenza di altri supereroi, questi personaggi hanno sempre funzionato come una famiglia: un gruppo coeso ma imperfetto, pieno di frizioni interne e di vulnerabilità emotive. Il cinema ha provato più volte a catturare questo spirito, senza mai centrare veramente il bersaglio. Dalla versione camp del 2005 a quella più oscura ma ancora meno riuscita del 2015, i precedenti film hanno oscillato tra leggerezza e pretenziosità senza trovare un’identità. I Fantastici 4: Gli inizi riesce per la prima volta a sintetizzare fedeltà e modernità, restituendo al pubblico un racconto in cui le dinamiche familiari sono il vero fulcro narrativo.

Il tema della famiglia è infatti ciò che dà coerenza al film. Non si tratta di una famiglia tradizionale, ma di una famiglia elettiva, formata da individui molto diversi tra loro, uniti dalla necessità di sopravvivere e proteggersi a vicenda. Reed, il leader intellettuale, vive la difficoltà di chi deve guidare un gruppo senza avere certezze morali; Sue è il cuore razionale, colei che tenta di tenere insieme i pezzi, non solo del team ma delle loro identità; Johnny rappresenta la giovinezza impulsiva, lo spirito ribelle e brillante, mentre Ben, trasformato in un mostro di roccia, è il simbolo della perdita e del rifiuto sociale. Se i primi tre beneficiano di un arco narrativo più coerente e ben costruito — strettamente legato alle azioni della trama, ma in grado di restituire una crescita personale — Ben rimane invece più statico, relegato a una funzione drammaturgica che lo isola rispetto al resto del gruppo. È un peccato, perché la sua figura avrebbe potuto offrire spunti emotivi più intensi. Un’aggiunta notevole al film è il personaggio del Silver Surfer, qui interpretato da Julia Garner. La scelta di affidare il ruolo a una donna e di riscriverlo con una nuova sensibilità risulta sorprendentemente efficace. Il Surfer di Garner è un essere a tratti poetico, diviso tra la fedeltà a Galactus e la progressiva scoperta della compassione umana. Il personaggio, pur mantenendo la sua aura di mistero e solennità, viene qui rivisitato con accenti più vulnerabili e intensi e alcune delle sue scene sono tra le più riuscite e toccanti del film.

Il conflitto centrale si articola così su due piani: uno interno, intimo, che riguarda la difficoltà di accettare il cambiamento e costruire un’identità collettiva a partire da quelle individuali; e uno esterno, epico, rappresentato dalla minaccia di Galactus. Ma è proprio nel passaggio dal personale al cosmico che il film trova la sua struttura narrativa più interessante. Il fallimento o il successo della missione non dipende solo dalle capacità individuali, ma dalla loro capacità di agire come un tutt’uno. In questo senso, il film costruisce un conflitto credibile perché emotivamente forte: ciò che è in gioco non è soltanto la salvezza dell’universo, ma la possibilità che queste persone riescano davvero a diventare una famiglia.

Lo stile del film si distingue per una scrittura volutamente fumettistica. Non tanto nella messa in scena — che è invece sofisticata, con una direzione artistica curata e una fotografia che mescola colori saturi a texture retrò in una cornice deliziosamente retro-futuristica — quanto nella struttura narrativa. Gli eventi si susseguono in modo fluido ma senza troppi approfondimenti psicologici, come accade spesso nei fumetti seriali. Questa scelta può apparire come una semplificazione, ma in realtà consente al film di mantenere un ritmo costante e una leggerezza che evita la retorica e lo spiegone. Pur essendo lineare e didascalico, il film non risulta mai superficiale: preferisce agire in sottrazione, evitare accumuli inutili e mantenere il focus sulle dinamiche centrali. Non c’è quella sensazione di “troppe cose insieme” che ha afflitto molte produzioni recenti del MCU e non solo… La regia di Shakman è pulita ed efficace e la messa in scena raggiunge momenti davvero ispirati, in particolare durante le sequenze nello spazio. La colonna sonora, firmata da Michael Giacchino, accompagna con eleganza sia le scene d’azione sia quelle più intime, mentre gli effetti visivi riescono a coniugare spettacolo e coerenza stilistica.

Il cast si dimostra uno dei punti di forza più evidenti. Pedro Pascal interpreta Reed con una tensione tra controllo e fragilità che rende il personaggio umano, pur nella sua genialità. Vanessa Kirby regala a Sue Storm una forza e un carisma misurato, ed è probabilmente la vera protagonista emotiva del film. Joseph Quinn, invece, dona energia e spavalderia a Johnny, con una performance che riesce a oscillare tra comicità e tenerezza senza stonature. Ben, interpretato da Ebon Moss-Bachrach, resta purtroppo il personaggio meno sviluppato del gruppo, ma non per mancanza d’intensità: l’attore riesce comunque a trasmettere il peso esistenziale della “Cosa“, lasciando intravedere un dolore silenzioso e una riflessione continua sul proprio corpo, visto come condanna. La chimica è palpabile e restituisce l’idea di un gruppo che si forma attraverso il conflitto. Meno riuscito, purtroppo, è il doppiaggio italiano, che penalizza soprattutto la performance di Pascal: la voce scelta non restituisce sfumature emotive, risultando piatta e a tratti fuori registro.

Nonostante alcune sbavature — una partenza rallentata dalla necessità di spiegare troppo, un personaggio lasciato un po’ ai margini e un doppiaggio italiano sottotono — I Fantastici 4: Gli inizi sembra essere un buon inizio di questa nuova Fase 6. Dopo l’ottima riuscita di Thunderbolts, questo film rappresenta un ulteriore passo nella direzione giusta. Non sarà un capolavoro, ma è un inizio solido, emozionante e visivamente affascinante per la prima famiglia Marvel.


I Fantastici 4: Gli Inizi arriva al cinema a partire dal 23 luglio. Ecco il trailer italiano del film:

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