In uscita nelle sale italiane il 22 gennaio, distribuito da I Wonder Pictures, Marty Supreme segna il ritorno alla regia di Josh Safdie, dopo Uncut Gems e Good Times, realizzati insieme al fratello. Il film vanta un cast d’eccezione guidato da Timothée Chalamet, affiancato da: Gwyneth Paltrow, Odessa A’Zion, Tyler, Fran Drescher e Kevin O’Leary. Il ruolo di Marty Mauser ha consacrato ulteriormente Chalamet, che ha vinto il Golden Globe come Miglior Attore Protagonista, imponendosi come volto simbolo della stagione cinematografica. Marty Supreme è diventato uno dei più grandi incassi nella storia di A24, risultato ottenuto anche grazie a una campagna di marketing senza precedenti per la casa di produzione: teaser virali, apparizioni mirate, storytelling transmediale e una costruzione dell’attesa che ha trasformato il film in un vero e proprio evento culturale prima ancora della sua uscita. Grazie a I Wonder Pictures abbiamo visto il film in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.

Ambientato nella New York degli anni Cinquanta, Marty Supreme racconta l’ascesa di Marty Mauser, giovane ossessionato dal ping-pong, che vede in questo sport apparentemente marginale una via di riscatto personale e sociale. Tra locali fumosi, tornei improvvisati, scommesse rischiose e incontri ambigui, Marty costruisce il proprio mito pezzo dopo pezzo, spinto da un’ambizione che è insieme ingenua e feroce. Il suo percorso non è lineare: ogni vittoria porta con sé nuove tentazioni, ogni successo apre la porta a compromessi morali sempre più complessi. Marty non cerca soltanto di diventare il migliore, ma di diventare qualcuno, in un mondo che sembra riconoscere valore solo a chi riesce a imporsi con forza, astuzia o spettacolo.

Prima ancora di arrivare nelle sale, Marty Supreme era già un evento. Gran parte del merito va a una campagna di marketing senza precedenti, costruita attorno alla figura di Timothée Chalamet, vero e proprio motore promozionale del progetto. L’attore ha sostenuto il film fin dalle prime fasi, utilizzando in modo strategico i propri canali social, alimentando l’attesa. Per la storia di A24 si è trattato di qualcosa di unico: una campagna così esposta, personale e continua, capace di unire il fascino autoriale del marchio con una comunicazione pop. Il risultato dimostra quanto un marketing ben strutturato sappia incidere concretamente: Marty Supreme è oggi uno dei più alti incassi nella storia di A24, complice anche l’uscita negli Stati Uniti nel periodo delle feste, ma soprattutto grazie a una strategia che ha saputo trasformare la curiosità in attesa e l’attesa in partecipazione.

Marty Supreme è una scheggia impazzita — anzi, una pallina da ping-pong impazzita. Non è un biopic in senso classico: pur ispirandosi liberamente alla figura reale di Marty Reisman, il film rifiuta qualsiasi intento celebrativo. Safdie firmaun’opera sfacciata, caotica, densa, che trova la propria coerenza proprio nel suo continuo strabordare. La narrazione procede per scatti, deviazioni, accelerazioni improvvise, ma senza mai perdere la propria traiettoria. È un film che sembra confuso solo in apparenza: in realtà è perfettamente lineare nel suo essere eccessivo, fedele a una logica interna che privilegia l’energia e il movimento. Il montaggio segue questa filosofia: la storia rimbalza da una parte all’altra come una pallina su un tavolo da gioco, richiamando — per dinamica più che per stile — l’escamotage narrativo e ritmico usato da Luca Guadagnino in Challengers. Non è un caso che entrambi i film utilizzino uno sport come struttura simbolica: là il tennis, qui il ping-pong.

E infatti non c’è bisogno di amare il ping-pong per entrare in Marty Supreme. Il gioco è solo un pretesto, una superficie su cui far rimbalzare temi molto più grandi: l’ambizione, il desiderio di riconoscimento, la fame di successo come forma di sopravvivenza. Il tavolo da gioco diventa un palcoscenico e la pallina che rimbalza. rumorosa, ossessiva, è il metronomo di una vita che corre più veloce di quanto il suo protagonista riesca davvero a controllare. “Dream big”, suggerisce il film. Marty questo lo sa fin troppo bene. Il protagonista di Marty Supreme non è un eroe, né un modello: è un personaggio grigio, spesso apertamente negativo, egoista, egoriferito, disposto a sacrificare chiunque pur di avvicinarsi al proprio obiettivo. Safdie non cerca di renderlo simpatico a tutti i costi, né di giustificarne le azioni.

Ed è proprio questa scelta a rendere Marty interessante. Il cinema ha bisogno anche, e forse soprattutto, di figure così: scomode, folli, eccessive, capaci di trascinare fuori dallo schermo la materia viva della settima arte. Personaggi che non chiedono di essere amati, ma guardati. Marty Supreme non vuole insegnare nulla, non propone alcuna morale. Al contrario, mostra esattamente come non si dovrebbe inseguire un sogno: calpestando, mentendo, manipolando, bruciando legami. Ma lo fa con uno stile apertamente cinematografico, fatto di ritmo, musica, sguardi, e in questo sta la sua forza. Perché l’intrattenimento più autentico non è quello che rassicura, ma quello che mette a disagio divertendo, che spinge lo spettatore a tifare e a respingere lo stesso personaggio nello stesso istante.

La colonna sonora di Oneohtrix Point Never gioca un ruolo fondamentale, così come già accadeva nel film “fratello” di Guadagnino. La musica non accompagna le immagini: le spinge, le distorce, le accelera. È una partitura roboante, caotica, sconnessa, che rispecchia perfettamente la natura della storia, fatta di continui rimbalzi narrativi. Il suono diventa movimento, instabilità, vertigine. La scenografia di Jack Fisk e la fotografia di Darius Khondji lavorano in sintonia per dare al film una consistenza quasi tattile. La scelta della pellicola 35mm non è solo nostalgica, ma funzionale: restituisce una grana viva, imperfetta, che rende l’immagine instabile. Ogni ambiente sembra progettato per essere vissuto più che osservato. È un cinema di immersione, che non chiede distanza ma partecipazione fisica.

A sorreggere tutto, però, c’è la performance di Timothée Chalamet. Marty vive attraverso il suo corpo: nei gesti nervosi, nello sguardo febbrile, nella voce che cambia ritmo come la pallina che rimbalza sul tavolo. Chalamet si conferma ancora una volta come uno degli attori più versatili — se non il più versatile — della sua generazione. Chalamet punta dritto all’Oscar, e quest’anno potrebbe davvero essere la volta buona. Il cast di personaggi secondari, pur ricchissimo di volti e talenti, rimane volutamente più defilato. Le loro performance sono solide, precise, ma non invadenti: la scelta di tenerle in ombra è coerente con la natura egocentrica del protagonista, che tende a fagocitare tutto ciò che lo circonda. Ogni personaggio ha una propria storyline, chiara e riconoscibile, anche se alcune di queste, con il passare del tempo, sembrano lentamente dissolversi.

Marty Supreme è un film che non chiede permesso. Entra, urla, corre, sbatte contro le pareti e lascia il segno. Non è un biopic, non è un film sportivo, non è un racconto edificante: è un’esperienza cinematografica che usa lo sport come linguaggio. Josh Safdie firma un’opera che vive di ritmo, corpi, suono e sguardi, mentre Timothée Chalamet si prende la scena con una performance che ha il peso delle grandi prove destinate a rimanere.


Marty Supreme arriva al cinema a partire dal 22 gennaio con I Wonder Pictures. Ecco il trailer del film:

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