In uscita il 20 giugno e firmata dal trio creativo Ibai Abad, Laia Foguet e Jan Matheu, Olympo si inserisce all’interno del prolifico filone dei teen drama targati Netflix con determinazione e una certa dose di rischio rispetto alle formule più consumate di prodotti come Élite o Outer Banks. La differenza sostanziale è che Olympo ha un centro tematico preciso: lo sport e attorno ad esso costruisce tensioni fisiche e relazionali che trasformano il racconto adolescenziale in una riflessione più ampia sulla performance, sul corpo e sulla competizione. Grazie a Netflix abbiamo potuto vedere la serie in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.
Ambientata in un esclusivo centro di alto rendimento sportivo immerso nei Pirenei – il CAR Pirineos – la serie racconta la preparazione di un gruppo di atleti under 18, futuri olimpionici, sotto la pressione costante di allenatori, federazioni e aspettative familiari.
Il teen drama degli anni duemilaventi è ormai saturo. Da Riverdale a Élite, da Outer Banks a Gossip Girl (reboot), si è assistito a un progressivo esaurimento dei modelli narrativi: triangoli amorosi, intrighi di potere scolastico, misteri da soap e relazioni che si accavallano con estetiche iper-patinate. Olympo, pur adottando alcuni di questi elementi, li reinquadra in una struttura duale: la prima metà della stagione è più legata allo sport, focalizzata sull’allenamento, la fatica, i sacrifici e il doping; la seconda diventa più relazionale, spostando l’attenzione sulle dinamiche affettive e sessuali tra i personaggi. Il passaggio seppur abbastanza netto e non graduale, funziona di più rispetto ad altri prodotto del genere, perché non è una rottura, ma uno sviluppo. A differenza di Élite, che nelle sue ultime stagioni ha completamente abbandonato la tensione del thriller per abbracciare un’estetica da videoclip e una narrazione incentrata quasi esclusivamente sulle coppie, Olympo mette in scena un conflitto reale, esistenziale: essere adolescenti dentro un sistema in cui si è valutati solo per ciò che si è capaci di produrre.
L’elemento di rottura più evidente rispetto ai teen drama classici è il ruolo del corpo. In Olympo, il corpo non è solo oggetto del desiderio (come in gran parte delle serie Netflix), ma è un soggetto narrativo. Allenamenti, infortuni, dolori, cicatrici, fallimenti, diventano strumenti di racconto. E il doping – che serpeggia fin dalle prime puntate – è la scorciatoia di chi cerca di non perdere il proprio valore dentro una gabbia di aspettative. Le riprese sono spesso ravvicinate, sudate. La fotografia alterna colori freddi, metallici (nelle scene in piscina, palestra, laboratori) a toni più caldi e saturi nei momenti di intimità, sottolineando lo scontro tra controllo e vulnerabilità.
Il cast è ampio e ben dosato, e nonostante la coralità, alcuni personaggi emergono con forza: Clara Galle è Amaia Olaberria, leader della squadra di nuoto sincronizzato. La sua traiettoria, da esempio virtuoso a corpo che crolla sotto il sospetto del doping, è la spina dorsale emotiva della serie; Maria Romanillos è Nuria Bórgues, sua migliore amica e rivale improvvisa. Il passaggio da relazione quasi co-dipendente a competizione tossica è il fulcro del loro rapporto e quello che darà il via alla serie. Nuno Gallego (già visto in Élite) è Cristian, un rugbista conteso tra le aspettative che gli altri hanno su di lui e una sua persoanle rivincita. Infine Agustín Della Corte è Roque, rugbista carismatic che nasconde una relazione ambigua con la verità e l’identità. È uno dei personaggi più enigmatici e stratificati nonché portatore di una delle storyline più interessanti e approfondite della serie.
Se Olympo si distingue è anche per la sua capacità di non separare i temi, ma intrecciarli: lo sport come competizione, il doping come strumento, il sesso come arena di potere. Le scene di intimità sono esplicite, ma mai gratuite: sono atti di dominio, conforto, manipolazione o sfogo. In questo senso la serie è volutamente voyeristica, ma consapevole. Il doping, infine, è trattato con lucidità. Non come atto criminale ma come risposta sistemica a una struttura disumana. Non tutti scelgono di barare, ma tutti sono costretti a essere perfetti. La serie non giustifica, ma mostra.
Olympo è una serie che mantiene l’energia, l’intensità emotiva e il fascino sensuale del genere teen drama, ma aggiunge alla complessità tematica una narrazione più adulta, che non ha paura di interrogarsi sui limiti della performance. Non è perfetta: alcune linee secondarie si perdono, certe dinamiche restano abbozzate, ma è una serie coraggiosa, sensuale e triste, che parla ai giovani non come consumatori, ma come esseri fragili in cerca di forma.
Olympo è disponibile su Netflix. Ecco il trailer italiano della serie:
















