A quattro anni dalla conclusione della sesta stagione, Peaky Blinders torna sotto forma di lungometraggio con Peaky Blinders: The Immortal Man, un’opera che si propone come epilogo definitivo della saga ideata da Steven Knight e diretta da Tom Harper. Un ritorno atteso, quasi inevitabile, che si carica sulle spalle il peso di una mitologia televisiva costruita negli anni e che, proprio per questo, finisce per confrontarsi con aspettative forse impossibili da soddisfare pienamente. Il risultato è un film che colpisce per solidità e ambizione, ma che lascia anche una sensazione persistente di occasione mancata.

La produzione del film è stata, fin dall’inizio, segnata da difficoltà evidenti. Gli impegni cinematografici del cast, tra cui spicca Cillian Murphy, e i problemi personali legati a Paul Anderson, hanno inevitabilmente influenzato la struttura narrativa. L’assenza di Arthur Shelby, figura cardine della serie, non è solo un vuoto emotivo ma anche strutturale. La sua morte offscreen appare come una soluzione frettolosa e poco rispettosa di un personaggio che era diventato essenziale per comprendere l’evoluzione di Tommy. Arthur non era soltanto il fratello violento e imprevedibile: era il contrappeso umano, l’elemento che impediva a Tommy di diventare completamente inumano. Senza di lui, l’intero equilibrio della narrazione viene meno.

Siamo nel 1940, la Seconda Guerra Mondiale impazza in Europa e sta colpendo duramente il Regno Unito, che resiste sotto le bombe, in questo continente dilaniato nuovamente dalla guerra tornano a muoversi le gesta dei Peaky Blinders. Tommy Shelby (Cillian Murphy) è ormai un eremita, abbandonato nel vasto lusso che ha costruito con anni di sacrifici; ma quando il figlio, Duke Shleby (Barry Keoghan), fa un passo più lungo della gamba, il leader dovrà tornare dal suo autoimposto esilio, per salvare quello che rimane della sua famiglia e anche il suo paese nel mentre.

Al posto di Arthur, la sceneggiatura introduce un nuovo fulcro relazionale: quello tra Tommy e Duke Shelby, interpretato da Barry Keoghan. Un rapporto che tenta di ricalcare dinamiche familiari già note, ma senza riuscire a raggiungere la stessa intensità. Duke è un personaggio che esiste più come funzione narrativa – l’erede designato – che come individuo pienamente formato. Keoghan riesce a donargli una certa fisicità, fatta di tic, sguardi e gestualità nervosa, ma resta intrappolato in una scrittura che non gli permette mai di emergere davvero.

Il centro gravitazionale del film resta dunque Tommy Shelby. Il personaggio che ritroviamo è un uomo spezzato, lontano dalla Birmingham che lo aveva reso re. Vive isolato, in una villa che è ormai un mausoleo della sua stessa esistenza. Cillian Murphy offre un’interpretazione straordinaria, profondamente diversa rispetto al passato: il suo Tommy è stanco, consumato, quasi svuotato. Non c’è più la scintilla del stratega, ma solo il peso di ciò che è stato. È un uomo che sembra già appartenere al mondo dei morti, e che continua a vivere più per inerzia che per volontà.

Harper insiste molto su questa dimensione crepuscolare, costruendo un immaginario visivo fatto di presagi e simboli. Gli uccelli morti che circondano la tenuta, il silenzio irreale degli interni, la luce filtrata che attraversa le stanze come un ricordo sbiadito: tutto contribuisce a raccontare un protagonista che è ormai una figura spettrale. In questo senso, il titolo stesso – The Immortal Man – assume un valore ironico e tragico allo stesso tempo: Tommy è “immortale” non perché invincibile, ma perché incapace di morire davvero, condannato a sopravvivere ai propri affetti.

Il ritorno di Ada Shelby, interpretata da Sophie Rundle, rappresenta uno dei legami più forti con la serie originale, ma anche uno dei più frustranti. Rundle è impeccabile e dimostra ancora una volta quanto Ada sia cresciuta nel corso della serie: più lucida, più politica, meno impulsiva. Eppure, il film la utilizza con parsimonia, quasi con timore. Le sue scene con Tommy sono tra le migliori, perché riportano in vita quella dimensione familiare che è sempre stata il cuore della narrazione. Ada è forse l’unico personaggio che riesce ancora a parlare a Tommy come a un uomo, e non come a un simbolo o a un leader. Nei loro dialoghi si percepisce il peso degli anni, delle scelte, dei lutti condivisi. E proprio per questo, il suo sottoutilizzo è uno degli aspetti più deludenti del film. In un contesto in cui la famiglia è stata progressivamente smantellata, Ada avrebbe potuto rappresentare l’ultimo vero legame con ciò che i Peaky Blinders erano stati. Invece, resta una presenza intermittente, quasi accessoria, quando avrebbe potuto essere centrale.

Ed è proprio nella gestione della dimensione familiare che The Immortal Man rivela il suo limite più evidente e, per certi versi, più grave. Peaky Blinders ha sempre costruito la sua identità sul conflitto tra intimità e potere, tra legami di sangue e ambizioni personali. Anche nei momenti più spettacolari, la serie non perdeva mai di vista i suoi personaggi, le loro fragilità, i loro rapporti. Qui, invece, quella dimensione viene sacrificata in favore di una narrazione più ampia, più articolata, ma anche più fredda. Il film sembra voler colmare l’assenza di alcuni personaggi fondamentali attraverso l’introduzione di trame più grandi, più complesse, più “cinematografiche”. Ma nel farlo, perde ciò che lo rendeva unico.

Il piano di John Beckett, interpretato da Tim Roth, è il fulcro di questa scelta narrativa. L’idea di introdurre una rete di sterline false per destabilizzare il sistema economico britannico durante la Seconda guerra mondiale è affascinante e coerente con il contesto storico. Si tratta di una trama che amplia il respiro del racconto, inserendolo in una dimensione geopolitica più ampia. Ma è proprio questa ampiezza a diventare un problema. La trama economica, con tutte le sue implicazioni, finisce per occupare uno spazio eccessivo rispetto alla durata del film, sottraendolo allo sviluppo dei personaggi. In altre parole, il film sembra utilizzare questa storyline come una struttura portante alternativa, quasi a compensare l’assenza di dinamiche familiari forti.

Questo approccio risulta ancora più evidente se si considera la costruzione dello stesso Beckett. Tim Roth offre una performance solida, ma il suo personaggio soffre di una forte sensazione di déjà-vu. La somiglianza con Chester Campbell, interpretato da Sam Neill, è evidente: entrambi sono uomini segnati dalla guerra, portatori di un ordine rigido e spesso distorto, antagonisti che incarnano una forma di autorità oppressiva. Tuttavia, se Campbell era un personaggio profondamente umano, capace di oscillare tra ossessione personale e senso del dovere, Beckett appare più schematico, meno sfaccettato. È come se il film riprendesse un archetipo già funzionante, senza però riuscire a rinnovarlo o ad approfondirlo. Anche il suo legame con l’ideologia nazista, che avrebbe potuto aggiungere ulteriore complessità, resta in superficie. In questo senso, Beckett diventa quasi il simbolo dei limiti del film: un personaggio che funziona, ma che non sorprende; che occupa spazio, ma che non lascia un segno duraturo. E ancora una volta, è la dimensione personale a farne le spese.

Anche il rapporto tra Tommy e Duke risente di questa impostazione. Il passaggio di consegne, che avrebbe dovuto rappresentare il cuore emotivo del film, viene inserito all’interno della trama principale senza mai diventare davvero centrale. Le loro interazioni sono troppo poche, troppo brevi, troppo poco incisive per costruire un vero legame. Duke resta così sospeso tra ciò che potrebbe essere e ciò che il film non ha il tempo di raccontare. Questa tendenza, già visibile nella sesta stagione, qui viene portata alle estreme conseguenze. The Immortal Mansembra voler essere più grande, più epico, più universale. Ma nel farlo, perde quella dimensione intima che aveva reso Peaky Blinders qualcosa di unico nel panorama televisivo.

Accanto ai protagonisti, il film introduce nuove figure. Rebecca Ferguson interpreta Kaulo, un personaggio affascinante e misterioso, legato al mondo spirituale e al passato di Tommy. È una presenza magnetica, ma anche in questo caso la scrittura non le concede lo spazio necessario per svilupparsi pienamente.

Se sul piano narrativo il film mostra crepe evidenti, è invece sul piano tecnico che The Immortal Man raggiunge i suoi risultati più convincenti. La regia di Tom Harper è elegante, controllata, e dimostra una profonda conoscenza dell’universo visivo della serie. Harper non si limita a replicare lo stile televisivo, ma lo espande, adattandolo al linguaggio cinematografico.

Le inquadrature sono costruite con una precisione quasi da ritratto di un’altra epoca. I campi lunghi isolano Tommy all’interno di spazi vasti e vuoti, sottolineando la sua solitudine. I primi piani, invece, catturano ogni minima variazione espressiva, trasformando il volto di Murphy in un vero e proprio paesaggio emotivo. I movimenti di macchina sono lenti, controllati, quasi solenni, e contribuiscono a creare un ritmo seducente. La fotografia è uno degli elementi più riusciti del film. La palette cromatica, dominata da toni freddi e desaturati, riflette perfettamente lo stato emotivo dei personaggi e il contesto storico. L’uso della luce è particolarmente interessante: una luce naturale, però filtrata da dei toni sporchi, che contribuisce a creare un’atmosfera sospesa tra realtà e memoria, simile a quella della serie, ma anche più accentuata e lugubre in alcuni momenti. Il montaggio, pur essendo efficace nel mantenere alta la tensione, evidenzia anche i limiti della durata del film. La compressione delle scene impedisce ai momenti più intimi di respirare, rendendo alcune transizioni narrative troppo brusche. La colonna sonora curata da Antony Genn e Martin Slattery, con brani dei Fontaines D.C. e di Nick Cave, si conferma un elemento fondamentale. La musica non accompagna semplicemente le immagini, ma le amplifica, contribuendo a costruire quell’identità sonora che ha sempre contraddistinto la serie.

In definitiva, Peaky Blinders: The Immortal Man è un film che chiude, ma non completa. Un’opera che sceglie di espandersi invece di approfondire, di raccontare il mondo invece delle persone che lo abitano. Tecnicamente impeccabile, narrativamente ambizioso, ma emotivamente incompleto, il film rappresenta un epilogo che lascia più domande che risposte. E forse è proprio questo il suo limite più grande: aver dimenticato che, al di là delle guerre, dei complotti e delle ambizioni, Peaky Blinders è sempre stato prima di tutti i drammi criminali e politici, la storia di una famiglia: gli Shelby.


Peaky Blinders: The Immortal Man, diretto da Tom Harper e con protagonisti Cillian Murphy e Barry Keoghan è disponibile su Netflix Italia dal 20 Marzo insieme alle sei stagioni precedenti della serie. Qui di seguito il trailer.

RASSEGNA PANORAMICA
Peaky Blinders: The Immortal Man
6.5
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Luca Brindani
Sono Luca, fin da piccolo mi sono interessato ai fumetti e successivamente alle serie tv, quando mi è stata data la possibilità di parlare delle mie passioni mi sono ficcato in questo progetto. PS: Ryan Ottley mi ha chiamato Tyrion non ricordandosi il mio nome.

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