Con Sirens, disponibile su Netflix dal 22 maggio, la sceneggiatrice Molly Smith Metzler (Maid) tenta un salto ambizioso: adattare per la televisione la sua pièce teatrale Elemeno Pea (2011), trasportandola in una cornice contemporanea e visivamente sontuosa. La miniserie, composta da cinque episodi e prodotta da LuckyChap Entertainment (la casa di produzione di Margot Robbie), mette in scena un confronto tra donne, potere e identità in un contesto di privilegio e opacità morale. Il risultato, però, non sempre sembra centrato. Sirens si apre come un dramma familiare carico di tensione affettiva e sottotesti sociali, ma nel corso della narrazione perde coerenza, spostandosi di tono e genere fino a diventare un ibrido indefinito.
Devon pensa che la sorella Simone abbia una relazione davvero inquietante con la sua nuova capa, l’enigmatica e mondana Michaela Kell. Lo stile di vita lussuoso ed esclusivo di Michaela è come una droga per Simone e Devon ha deciso che è arrivato il momento di intervenire. Ma quando rintraccia la sorella per dirle francamente cosa pensa non immagina nemmeno che tipo di formidabile avversaria sia Michaela. Raccontata nell’arco di un esplosivo fine settimana nella sontuosa tenuta sul mare dei Kell, Sirens è una rappresentazione incisiva, sexy e venata di umorismo nero delle donne, del potere e delle classi sociali.
Il titolo Sirens non è solo evocativo: è quasi una sorta di dichiarazione d’intenti. Come le creature mitologiche che attiravano i marinai con il loro canto, qui Michaela Kell (Julianne Moore), miliardaria dal fascino disarmante, seduce chiunque entri nella sua orbita. Il simbolismo è chiaro: Michaela è una sirena moderna, padrona di un mondo dorato che attrae ma potenzialmente distrugge. Questo paradigma si concretizza nel rapporto che si instaura tra Michaela e Simone DeWitt (Milly Alcock), giovane assistente affascinata dal lusso e dallo stile di vita della sua datrice di lavoro. Ma la serie non si limita a rappresentare la fascinazione: cerca, almeno in teoria, di scavare nei meccanismi di potere, dipendenza emotiva e sfruttamento camuffato da cura. Peccato che, come accade in più momenti della serie, la metafora resti sulla superficie e non trovi una vera risonanza strutturale nello sviluppo narrativo.
Uno dei problemi principali di Sirens è la sua costante oscillazione di tono. Parte come un family drama — con Devon (Meghann Fahy) che arriva nella villa sulla costa per “salvare” la sorella Simone da un ambiente che intuisce subito come disturbante — ma ben presto i confini del racconto si affievoliscono. C’è una volontà evidente di fondere generi diversi: la commedia nera, il thriller psicologico, la satira sociale e il dramma intimo, spesso nello stesso episodio. Ma questa mescolanza non produce tensione o stratificazione, bensì disorientamento. A ogni svolta, la serie sembra reinventarsi, dimenticando ciò che aveva impostato poco prima. Non si tratta di un’opera “ibrida” in senso propriamente positivo, ma piuttosto di una narrazione indecisa, che cerca di adattarsi al mood del momento senza mai abbracciare una propria identità. L’episodio centrale, ad esempio, cerca un climax emotivo e narrativo ma lo stempera in una svolta thriller troppo improvvisa per risultare credibile.
L’aspetto più interessante di Sirens – e quello in cui si intravede la penna teatrale di Metzler – è l’indagine sulle relazioni femminili, soprattutto in contesti segnati da squilibrio di potere. Il rapporto tra Michaela e Simone è una zona grigia in continuo cambiamento: amicizia, dipendenza, influenza quasi da setta. La serie solleva domande sulla natura del lavoro servile contemporaneo — anche quando travestito da “relazione speciale” — e su come il capitale possa manipolare i legami emotivi per mantenere il controllo. Non meno complesso è il legame tra le due sorelle. Devon rappresenta un principio di realtà, ma anche un giudizio severo che rischia di replicare schemi paternalistici. L’interazione tra le due è a tratti intensa, soprattutto grazie alla bravura di Fahy, ma spesso viene sacrificata per far avanzare subplot meno riusciti. Sullo sfondo aleggia una critica sottile (ma mai del tutto articolata) al culto della performance, al lavoro come vocazione, e all’ambiguità morale delle dinamiche domestiche tra ricchi e dipendenti.
A salvare Sirens c’è sicuramente il cast, che eleva il materiale anche nei momenti più fragili. Julianne Moore è magnetica come sempre, ma si affida a un registro già noto e controllato. Milly Alcock ha carisma ma viene spesso limitata da una scrittura incerta. I due veri fuochi della serie sono Meghann Fahy e Kevin Bacon. Fahy riesce a bilanciare durezza e vulnerabilità con grande naturalezza, restituendo a Devon una complessità che il copione tende a semplificare. Kevin Bacon, invece, sorprende per intensità e ambiguità: il suo Peter Kell, marito di Michaela, è una presenza disturbante e silenziosa, apparentemente marginale ma capace di dominare le scene con piccoli gesti e battute taglienti.
Sirens è una serie piena di spunti, di buone intenzioni e di talento attoriale, ma manca una bussola narrativa. È seducente a tratti, affascinante per ambientazione e dialoghi, ma spesso troppo confusa per risultare incisiva. Il tentativo di affrontare insieme famiglia, lavoro, potere, genere e classe sociale in cinque episodi sarebbe già ambizioso; farlo senza una struttura chiara finisce per trasformare l’esperienza in un vero canto di sirena: attira, ma poi lascia incagliati. Non una serie da dimenticare, ma nemmeno quella riflessione contemporanea tagliente che sembrava promettere.
Sirens arriva su Netflix a partire dal 22 maggio. Ecco il trailer ufficiale della miniserie:
















