A inizio Anni Duemila al cinema i supereroi non erano così diffusi come lo sono ora. Per una questione di costi, per una questione di diffusione, ad Hollywood il cinecomic non era ancora un qualcosa di sdoganato e si era assolutamente lontanissimi dal pensare di poter creare un filone che andasse a collegare addirittura decine di film tra di loro. Poi, però, arriva un titolo che avrebbe contribuito a far iniziare qualcosa di diverso. Un titolo che avrebbe piantato il germoglio nel pubblico e soprattutto negli addetti ai lavori, perché effettivamente era un film che funzionava e che fece breccia nel cuore di molti, se non di tutti. Era il 2002 e Sam Raimi portava in sala il suo (veramente, il suo) Spider-Man, con Peter Parker interpretato da Tobey Maguire.

Ovviamente, il film e in generale tutta quanta la trilogia del cosiddetto Raimi-Verse non hanno bisogno di presentazioni. Con Spider-Man: No Way Home ormai alle porte e il possibile ritorno di Tobey Maguire nel film, però, vale la pena tracciare un excursus di quello che è stato il personaggio portato al cinema da Sony in quegli anni, per provare a capire come mai sia entrato così tanto nel cuore dei fan, nonostante rappresenti una concezione a dir poco datata di quello che sono oggi i teenager, per non parlare delle grosse differenze col mondo dei fumetti.

DIETRO LA RAGNATELA

Poco da dire, è difficile trovare qualcuno che non sia innamorato o che comunque non apprezzi la prima trilogia cinematografica di Spider-Man. E dire che i fan sono stati messi a dura prova, tra ragnatele organiche, “peletti” sulle dita di Peter per spiegare l’adesione alle superfici, un costume con le ragnatele in rilievo. Tutti elementi che sono di quanti più distante da ciò che le pagine dei fumetti ma che per qualche motivo sono stati accettati più o meno placidamente dalla stragrande maggioranza dei fan.

Spider-ManIl motivo è probabilmente da identificarsi principalmente nel regista, Sam Raimi. Prima di cimentarsi con Spider-Man, il filmmaker non arrivava certo in cabina di regia da sconosciuto, anzi. Il suo lavoro per eccellenza, La Casa, era stato già realizzato e godeva di una discreta nomea proprio grazie a quello. Fu chiara, dunque, immediatamente una cosa. Quello che sarebbe arrivato al cinema non sarebbe stato uno Spider-Man fedele ai fumetti, ma la personale visione di un regista assolutamente a suo agio con le atmosfere horror. E questo lo si può notare soprattutto nel primo film: le già citate mutazioni fisiche di Peter, la scena in cui Norman Osborn diventa Goblin, i toni dark del combattimento finale. Ma anche in Spider-Man 2, basti pensare alle zoomate sulla faccia di Peter Parker e Mary Jane quando Doc Ock sta arrivando alla caffetteria, virtuosismo proprio dei film horror di fine del secolo scorso. Insomma, il lavoro di Raimi era un qualcosa di strettamente personale. Un lavoro lontano da ciò che veniva fatto nei fumetti ma in fin dei conti non troppo diverso, visto che ogni team artistico dà la propria lettura al personaggio e al suo microcosmo.

Fin quando infatti il regista ha avuto totalmente carta bianca, il successo dei film è stato clamoroso, sotto ogni punto di vista. Quando poi sono subentrate – non che prima non fossero presenti – in maniera pesante delle esigenze di produzione e di business, è arrivato Spider-Man 3. Se infatti i primi due, specialmente il secondo capitolo, sono ricordati come tra i migliori film del genere supereroistico cinematografico, va anche detto che il terzo capitolo è un continuo mezzo di paragone negativo quando si parla di un prodotto che mette troppa carne al fuoco. Non a caso, l’avventura sulla ragnatela di Sam Raimi si fermò lì, nonostante da anni si inseguono leggende metropolitane su un quarto capitolo mai realizzato ma concepito che, purtroppo o per fortuna, non si vedrà mai perché il mondo, e lo stesso Spider-Man, sono andati avanti.

L’EROE

Al ruolo di Peter Parker per la trilogia di Raimi ci sono andati vicini diversi attori. Leonardo DiCaprio, Heath Ledger, Jake Gyllenhaal, James Franco. La scelta poi è ricaduta su Tobey Maguire. Il risultato è sicuramente particolare, ma anche qui è impossibile parlare in maniera totalmente negativa del lavoro di Maguire sul personaggio. Ancora oggi, nel 2021, quel Peter Parker funziona perfettamente. Se da un lato questo è dovuto allo stupendo lavoro che fecero nel 1964 Stan Lee e Steve Ditko, dall’altro va sottolineato come il volto di Maguire ha la caratteristica fondamentale per essere Peter Parker: è un ragazzo comune. Un ragazzo che affronta i primi problemi della crescita, è alla fine del liceo e ancora non sa cosa fare. Nel marasma generale di una perfettissima vita ordinaria, arriva lo straordinario: Peter viene morso da un ragno, ottiene dei poteri stupefacenti e il resto è storia.

Tobey Maguire funziona perché era un ottimo Peter Parker quando il personaggio ancora indossava gli occhiali e rimane un ottimo Peter Parker quando dopo quella visita alla Oscorp non ha più bisogno di indossarli. Le insicurezze, i dubbi, le paure… Sono tutti elementi continuamente presenti nella vita di un ragazzo che non appena si sente sulla cresta dell’onda perde lo zio, quasi la totalità della sua famiglia. L’attore è spesso stato preso in giro su internet per le sue espressioni facciali durante il pianto, ma è tutto estremamente perfetto, perché è così che deve essere Peter Parker.

Il momento in cui quel ragazzo del Queens diventa irresistibile e confident è quando indossa quella calzamaglia rossa e blu e quella maschera con quei due grandi occhi bianchi. Rimane sempre Peter, ma quel costume che verrà distrutto più e più volte durante i suoi combattimenti è in realtà una corazza inscalfibile, perché niente e nessuno potrà togliergli ciò che veramente ama in quegli istanti: essere Spider-Man. E anche in questo caso, Tobey Maguire è perfetto. Il suo Spider-Man quando è in azione è ironico, tagliente, sempre con la battuta pronta e non risulta mai sopra le righe. Anche in questo caso, il tutto scema un po’ in Spider-Man 3, ma in quel film è possibile vedere una versione molto più borderline di Peter e, al di là del fatto che il film vada in confusione totale, in alcuni frangenti, come nello scontro con Harry nell’appartamento di quest’ultimo, il personaggio funziona.

LE NEMESI

Ciò che funziona tremendamente nei film del Raimi-Verse sono gli antagonisti. I villain. I supercattivi, un nome assolutamente azzeccato per parlare di personaggi del calibro di Green Goblin e il Dottor Octopus. Sul primo veramente c’è poco da dire: Willem Dafoe è semplicemente perfetto in ogni aspetto. Come Norman Osborn, come padre di Harry e, ovviamente, come Goblin. Il modo in cui il personaggio è stato portato su schermo è incredibile e anche in questo caso il costume della nemesi è profondamente diverso da quello dei fumetti ma i fan hanno accettato con immenso amore questo cambiamento, tant’è che l’hype per l’ultimo trailer di Spider-Man: No Way Home era dovuto soprattutto al vedere finalmente e nuovamente in azione quel Green Goblin.

Spider-ManSe possibile, ancora più apprezzato il dottor Otto Octavius di Alfred Molina. Presentato come non un vero cattivo, la tragicità della sua storia lo pone subito come un personaggio estremamente interessante e Molina è semplicemente perfetto. In maniera analoga alla sua controparte buona, l’attore è perfetto quando deve interpretare Octavius nella prima parte e lo è ancor di più quando diventa il dottor Octopus nella seconda parte. Lo scontro sul treno è semplicemente qualcosa di iconico e non è sbagliato dire che, ancora oggi, a diciassette anni di distanza, Spider-Man 2 sia ancora uno dei migliori film di supereroi mai realizzati. Non a caso, il teaser di No Way Home ha introdotto per primo proprio Doc Ock.

Un po’ più deboli i villain di Spider-Man 3: se da un lato il Goblin di James Franco in realtà funziona molto bene, c’è qualcosa da rivedere in Flint Marko ed Eddie Brock. Questo perché Goblin, Doc Ock e Harry avevano un grande pregio: erano tutti legati a doppio filo a Peter, alla vita del ragazzo lontana da quella con la maschera indossata. Per Venom e Sandman questo viene meno, perché le situazioni sono palesemente forzate e, in un certo senso, anche retconnate per permettere ai personaggi di avere un senso. Cionondimeno, la lettura che dà Raimi anche di questi due villain è quantomeno interessante e lo scontro finale di Spider-Man 3 è qualcosa di spettacolare, considerano che si sta parlando di un film del 2006, che all’epoca divenne il più costoso proprio per via degli effetti speciali utilizzati: iconica, in tal senso, la scena in cui Spider-Man deve salvare Gwen Stacy mentre il palazzo in cui si trovava sta crollando.

L’AMATA

Sì, in Spider-Man 3 c’è Gwen Stacy, ma l’amore di questo Peter Parker è indiscutibilmente Mary Jane Watson, interpretata da Kirsten Dunst, vero volto noto della pellicola del 2002 assieme a Willem Dafoe mentre Maguire era appena agli inizi di una carriera che in realtà, abbandonati i panni dell’Uomo Ragno, non è mai veramente decollata.

Che dire della MJ creata da Raimi? Si potrebbe parlare per ore della bellezza della Dunst, del suo essere affascinante, del suo rapporto travagliato con l’accettare che il suo ragazzo sia un supereroe in un mondo dove i supereroi non esistevano, ma sarebbe tutto riduttivo, perché sul personaggio c’è da dire semplicemente una cosa: questa Mary Jane Watson è sempre stata innamorata di Peter Parker. Nelle scene tra i due c’è sempre stata una chimica incredibile, merito soprattutto del lavoro fatto dai due attori.

Il fattore più importante da sottolineare è che mentre capiva di essere innamorata di Peter, MJ era completamente innamorata anche di Spider-Man. La scena del loro bacio nel primo film è una delle scene più famose della trilogia, del genere supereroistico e in generale del cinema d’intrattenimento. Il tutto poi culmina nel momento in cui la ragazza scopre l’identità segreta di Pete nella seconda pellicola, confessando di averlo, in fondo, sempre saputo. E questa Mary Jane funziona così tanto che anche in Spider-Man 3 il suo è un personaggio scritto bene e anche fondamentale nella trama, perché appunto legata a doppio filo con Harry e Peter. Decisamente più piccole, molto più piccole, le comparse di Gwen Stacy e Betty Brant, con la prima che è quanto di più lontano dal concetto di Gwen e che forse è una delle piccole macchie nel lavoro di Raimi.

Spider-ManL’Era di Tobey Maguire è una trilogia fondamentale per il personaggio al cinema, che grazie a questi tre film è entrato nel cuore dei fan in maniera importante. Non è del tutto errato ipotizzare, infatti, che la penultima generazione di lettori dei fumetti e di amanti del personaggio sia stata introdotta a Spider-Man proprio grazie ai film di Sam Raimi. Film che raccontano un Peter Parker sicuramente differente rispetto a quello delle pagine e delle serie animate dell’epoca, ma non per questo meno interessante, anzi. Tobey Maguire rappresentava il perfetto connubio tra ciò che un ragazzo della sua età è in atto e cosa può essere in potenza. Perché da grandi poteri derivano grandi responsabilità e il primo Spider-Man cinematografico lo aveva capito alla perfezione.

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