Con l’uscita del secondo volume della quinta e ultima stagione di Stranger Things, disponibile su Netflix dal 26 dicembre, si apre ufficialmente il capitolo finale di una delle serie più influenti e popolari della serialità contemporanea. La prima parte, rilasciata a novembre, ha totalizzato miliardi di ore di visione, consacrando la serie come la più vista nella storia della piattaforma, un risultato che conferma l’impatto culturale di un progetto nato nel 2016. L’attenzione ora è tutta rivolta all’episodio conclusivo, previsto in Italia la notte di Capodanno, chiamato a chiudere il lungo arco narrativo ideato dagli showrunner Matt e Ross Duffer. Un finale che coinvolge non solo la visione dei creatori, ma anche un cast divenuto simbolo generazionale, da Millie Bobby Brown, Finn Wolfhard, Noah Schnapp e Gaten Matarazzo, fino a Winona Ryder e David Harbour.
Questo secondo volume della quinta stagione, però, non sembra aver mantenuto le aspettative generate dalla prima parte. La risposta del pubblico è risultata più tiepida, talvolta apertamente critica. Secondo i principali aggregatori di gradimento, come Rotten Tomatoes, gli episodi di questa seconda parte figurano tra i meno apprezzati dell’intera serie, superati in negativo solo da The Lost Sister, l’episodio della seconda stagione che, a distanza di anni, continua a detenere il rating più basso del franchise. Un confronto significativo, che evidenzia come le criticità percepite non siano episodiche, ma sintomo di un malcontento più ampio legato proprio alla gestione del finale.
Una delle questioni chiave nell’analisi dell’evoluzione, e del possibile declino, di Stranger Things riguarda il ruolo di Netflix e del suo modello distributivo. La piattaforma ha di fatto sdoganato il binge watching, ovvero la pratica di rilasciare tutti gli episodi di una stagione contemporaneamente, in netto contrasto con il rilascio settimanale tradizionale. Va precisato che Netflix non ha “inventato” il binge watching, ma lo ha reso legittimo, sistematico e centrale, diventando un tratto distintivo replicato poi da quasi tutte le piattaforme concorrenti. Col tempo, tuttavia, questo modello ha mostrato limiti evidenti, soprattutto per gli show di lunga durata. L’assenza di una scansione temporale tra un episodio e l’altro riduce lo spazio per la riflessione, il dibattito e l’elaborazione, spingendo le serie verso strutture più dilatate, pensate per essere consumate rapidamente piuttosto che assimilate. Non a caso, molte piattaforme hanno successivamente adottato formule ibride o settimanali, proprio per evitare che la quantità prevalga sulla qualità.
Il rilascio simultaneo di tutti gli episodi porta inevitabilmente a un consumo rapido: gran parte del pubblico generalista tende a “fagocitare” la stagione senza soffermarsi su errori, difetti o problemi di scrittura. L’obiettivo diventa arrivare al finale il prima possibile, spesso a scapito di una fruizione consapevole. Questo comportamento è motivato da due ragioni principali: la necessità di aver visto il prodotto prima degli altri, per partecipare alla conversazione collettiva, e soprattutto evitare gli spoiler, un problema ricorrente nella serialità contemporanea che mette alla prova le regole base della netiquette. La fretta di completare la stagione può rendere più tollerabili scelte narrative discutibili o scene ridondanti, facendo apparire la qualità dello show come un dettaglio secondario rispetto al consumo veloce e alla partecipazione social, atteggiamento quanto mai più sbagliato.
Netflix, pur essendo consapevole dei limiti del binge watching, difficilmente tornerebbe sui propri passi, anche a costo di compromettere parte della qualità dei suoi prodotti. Tuttavia, con l’incredibile successo di Bridgerton, la piattaforma ha introdotto un approccio ibrido: rilasciare le serie “in parti”, dividendo la stagione in blocchi distinti. Questa strategia ha molteplici obiettivi: prolungare la messa in onda, stimolare il dibattito e incrementare la permanenza degli abbonati, assicurandosi più mensilità da chi segue con interesse il prodotto. Non a caso, questo metodo è riservato alle serie di punta, destinate a diventare fenomeni culturali, come Bridgerton, Emily in Paris e, naturalmente, Stranger Things. Il problema, però, è che una stagione pensata per essere fruita integralmente viene spezzata in modo artificiale, spesso tramite un colpo di scena più o meno interessante, per poi riprendere con la seconda parte. Sulla carta, un espediente intrigante per mantenere alta l’attenzione del pubblico, ma nella pratica privo delle caratteristiche di scrittura e sceneggiatura che potrebbero giustificarlo. La sterilità narrativa di questo approccio nasce dal fatto che gli episodi, originariamente pensati per un rilascio settimanale, creavano ritmo, discussione e passaparola, alimentando teorie e congetture, come accadeva con Lost, per esempio. Le serie settimanali intrecciavano trama verticale e orizzontale, mantenendo alta la tensione e l’interesse. È il caso di produzioni tipiche degli anni ’90 e 2000 con il celebre “mostro della settimana”, come Buffy, Supernatural, Streghe, fino a Smallville, che riuscivano a costruire episodi autosufficienti ma coerenti con un racconto più ampio. Il rilascio a blocchi su Netflix tende invece a diluire questo equilibrio, sacrificando profondità e coerenza narrativa.
Stranger Things 5 non fa eccezione. La stagione, divisa in tre parti e rilasciata strategicamente durante Ringraziamento, Natale e Capodanno, mira a raccogliere il massimo pubblico possibile. Tuttavia, persistono criticità note della serie: lungaggini inutili, dialoghi e azioni ripetitive dei personaggi, schemi circolari che sembrano intrappolati in un loop infinito, con informazioni disseminate sporadicamente per poi tornare sui soliti passi. Nelle stagioni precedenti questi limiti erano quantomeno raggirati dalla forza della storia, mentre nella quinta stagione ne rappresentano l’apice, rendendo più evidente la difficoltà di mantenere coerente la narrazione. La prima parte della quinta stagione aveva comunque gettato le basi per un finale avvincente, offrendo la possibilità di teorizzare e immaginare “cosa sarebbe venuto dopo”, alimentando hype e aspettative. Purtroppo, con la messa in onda del secondo blocco, molte di queste promesse sono svanite. La seconda parte funziona più come un lungo “ponte” (termine non usato a caso), pensato a collegare la prima metà con il gran finale. In oltre tre ore di episodi, gli avvenimenti cardine si contano sulle dita di una mano. SPOILER!
Spoiler principali: Max che esce dal coma indotto da Vecna, la fine della relazione tra Jonathan e Nancy (con in discorso non proprio chiaro, nonostante le motivazioni siano sicuramente nobili e mature), il coming out di Will (forse uno dei coming out meno riusciti della serialità contemporanea) e svelare la questione: warm-hole. Altri momenti empatici funzionano invece bene, come il discorso sull’amicizia tra Steve e Dustin e le sequenze con protagonista Holly Wheeler, tra i personaggi migliori di questa stagione insieme a Max, capaci di offrire veri spunti emotivi in un contesto altrimenti ripetitivo.
Tutto ciò dimostra quanto Stranger Things sia vittima della sua stessa produzione e del modello di rilascio della piattaforma, che tende ad allungare fino alla noia e a spremere i suoi personaggi per mantenere attivi gli abbonati. Una strategia comprensibile se considerata solo in termini commerciali, che evidenzia come cinema e televisione siano prima industria e solo successivamente arte. Tuttavia, questo approccio può compromettere la qualità anche dove essa esiste. Stranger Things rimane, per Netflix, un prodotto sopra la media, grazie a una fanbase transgenerazionale costruita con cura e all’uso sapiente della nostalgia. La seconda parte della quinta stagione non fa eccezione: i riferimenti al cinema e alla cultura nerd, da sequenze ispirate a Jurassic Park o Titanic, pur apprezzabili, non bastano a rendere questo blocco compiuto come il primo, capace almeno di stimolare la fantasia sul “cosa sarebbe venuto dopo”. Ora, l’attenzione è tutta rivolta al gran finale di due ore, nella speranza che riesca a condensare tutte le lacune emerse, offrendo un epilogo degno di un fenomeno culturale nato nel 2016 e giunto alla sua conclusione.
La prima e la seconda parte della quinta e ultima stagione di Stranger Things sono su Netflix. Il finale sarà disponibile a partire delle ore 02:00 del 1 gennaio 2026. Ecco il trailer della serie:















