Dopo aver inaugurato il nuovo DC Universe con Superman, James Gunn e Peter Safran proseguono il loro universo condiviso con Supergirl, nelle sale italiane dal 25 giugno, distribuito da Warner Bros. Pictures. Diretto da Craig Gillespie (I, Tonya, Cruella) e scritto da Ana Nogueira. Il film porta sul grande schermo una versione inedita di Kara Zor-El, interpretata da Milly Alcock, affiancata da Matthias Schoenaerts, Eve Ridley, Jason Momoa nei panni di Lobo e David Corenswet, che torna a vestire i panni di Superman. Ispirato alla miniserie a fumetti Supergirl: Woman of Tomorrow, il film di racconta un’eroina profondamente diversa da quella a cui il pubblico è stato abituato, più segnata dalle ferite del passato e meno incline a incarnare il simbolo di speranza rappresentato dal suo celebre cugino. Di seguito il nostro parere!
Kara Zor-El ha trascorso i primi anni della sua vita assistendo al lento declino di Krypton, un’esperienza che l’ha resa più disillusa e irrequieta rispetto a Superman. Nel corso di un viaggio ai confini della galassia incontra la giovane Ruthye, decisa a vendicare l’assassinio del padre per mano del crudele Krem. Quella che nasce come una semplice richiesta d’aiuto si trasforma presto in un’odissea attraverso pianeti e civiltà lontane, costringendo Supergirl a confrontarsi con il proprio passato, con il significato della giustizia e con il peso delle scelte che definiscono un’eroina.
Con Superman, James Gunn ha inaugurato il nuovo DC Universe, scegliendo di ripartire non da una storia delle origini, ma da un mondo già popolato da eroi, metaumani e creature straordinarie. Un universo che punta a recuperare il senso del meraviglioso tipico dei fumetti, alternando leggerezza e avventura. Supergirl si inserisce in questo progetto non solo espandendo la dimensione cosmica del DCU, ma mostrando anche il lato più duro e disincantato, raccontando un’eroina che, pur condividendo le stesse origini di Superman, ha affrontato un destino molto diverso. Supergirl dimostra quanto il progetto di James Gunn stia prendendo una direzione precisa. Se Superman aveva il compito di gettare le basi del nuovo DC Universe, presentandone i principi e il tono, il film dedicato a Kara Zor-El amplia quell’universo.
La scelta di Craig Gillespie alla regia appare quindi tutt’altro che casuale. Nel corso della sua carriera il regista ha mostrato una particolare capacità nel raccontare figure femminili complesse, controverse, lontane dagli archetipi tradizionali. In I, Tonya aveva trasformato la vicenda di Tonya Harding in un ritratto ironico e amaro; con Crudelia aveva invece riscritto le origini di uno dei villain più iconici della Disney senza rinunciare alla sua natura ribelle e anticonvenzionale. Kara Zor-El rappresenta una naturale prosecuzione di quel percorso: una protagonista che porta sulle spalle il peso di un trauma enorme, incapace di affrontarlo con l’incrollabile ottimismo del cugino Superman e, proprio per questo, più irrequieta. Gillespie comprende perfettamente questa natura e costruisce attorno a lei un film che privilegia il carattere della protagonista rispetto alla spettacolarità fine a sé stessa. L’azione, l’umorismo e le sequenze più spettacolari non servono soltanto ad alimentare il ritmo del racconto, ma diventano strumenti attraverso cui definire il carattere di Kara, il suo modo impulsivo di affrontare il pericolo e la costante difficoltà nel trovare un posto all’interno di un universo che sembra chiederle continuamente di essere all’altezza di un simbolo che non sente suo.
Gran parte del merito è di Milly Alcock, l’attrice costruisce una Supergirl distante dall’immagine più classica dell’eroina. Kara è sarcastica, testarda, spesso insofferente verso qualsiasi forma di autorità, ma dietro quella corazza emerge una fragilità mai ostentata, che rende il personaggio credibile e sorprendentemente umano. Ma quando il film prova ad andare oltre il fascino della sua protagonista, però, emergono anche i principali limiti dell’opera. Se la costruzione di Kara rappresenta senza dubbio il punto di forza del film, è sul piano della scrittura che Supergirl mostra le sue fragilità. La sensazione è che tutta la narrazione poggi su una trama troppo esile, che fatica a sostenere il peso dell’intero racconto. Al netto delle deviazioni lungo il viaggio, il motore della storia resta infatti il recupero di Krypto, un obiettivo semplice che, pur funzionando come pretesto per accompagnare la protagonista nella sua evoluzione personale, non acquisisce mai quella complessità capace di rendere davvero coinvolgente il percorso narrativo.
Questa leggerezza nella costruzione della storia si riflette inevitabilmente anche sui personaggi che popolano il film. Fatta eccezione per Ruthye, probabilmente l’unico comprimario a beneficiare di un arco narrativo riconoscibile e di un rapporto realmente significativo con Kara, gran parte del cast di supporto rimane confinato a funzioni narrative piuttosto elementari. Molti personaggi entrano ed escono di scena senza lasciare un’impronta concreta, privi di uno sviluppo o di motivazioni che vadano oltre ciò che la trama richiede in quel preciso momento. Anche gli antagonisti finiscono per risentire di questa impostazione. Più che veri personaggi, appaiono come ostacoli disseminati lungo il cammino della protagonista, raramente dotati di uno spessore capace di renderli memorabili o davvero minacciosi.
Un discorso simile riguarda anche Lobo. L’arrivo del personaggio interpretato da Jason Momoa avrebbe dovuto rappresentare uno dei momenti più attesi, sia per il valore iconico del cacciatore di taglie nei fumetti sia per la curiosità di vedere l’attore entrare ufficialmente nel nuovo DC Universe dopo aver interpretato Aquaman. Eppure il film sembra non sapere realmente cosa farsene. La sua presenza è scenicamente efficace, ma il suo contributo alla storia resta marginale. Lobo entra in scena, lascia intravedere il potenziale del personaggio e poco altro, risultando più una promessa per il futuro del franchise che una componente realmente indispensabile del racconto. Ed è forse proprio questa la sensazione che accompagna Supergirl fino ai titoli di coda. Più che un’opera pienamente compiuta, il film sembra il primo tassello di qualcosa di più grande, un lungo prologo incaricato di presentare una protagonista estremamente convincente e di suggerire le potenzialità future del nuovo DC Universe.
Dal punto di vista tecnico, Supergirl conferma l’ambizione produttiva del nuovo DC Universe, ma lo fa con risultati altalenanti. Craig Gillespie dimostra di saper gestire il ritmo dell’avventura e di costruire sequenze d’azione dinamiche e mai caotiche, valorizzando soprattutto il carattere della protagonista. Alcuni momenti, in particolare quelli ambientati nello spazio e su pianeti lontani, contribuiscono ad ampliare l’immaginario del nuovo DCU con scenari affascinanti, ma momenti tutte le scelte tecniche raggiungono lo stesso livello. In più di un’occasione il ricorso massiccio alla computer grafica finisce per appesantire l’immagine, con effetti visivi che appaiono meno rifiniti di quanto ci si aspetterebbe da una produzione di questo calibro. Non si tratta di un problema costante, ma di un’alternanza qualitativa piuttosto evidente: accanto a scene di grande impatto visivo se ne trovano altre che sembrano acerbe, quasi incompiute che finiscono per togliere forza ai momenti in cui il film dovrebbe impressionare maggiormente.
Nonostante queste incertezze, Supergirl rappresenta comunque un tassello interessante nella costruzione del nuovo universo DC. Il film dimostra che il progetto di James Gunn possiede una direzione chiara e, soprattutto, una forte fiducia nei propri personaggi. Se i prossimi capitoli riusciranno a costruire attorno a Kara una narrazione più ambiziosa e strutturata quanto la sua caratterizzazione, il futuro del DC Universe potrebbe davvero essere all’altezza delle promesse che questo film lascia intravedere.
Supergirl è al cinema con Warner Bros. Ecco il trailer del film:
















