In uscita al cinema il 23 aprile, The Long Walk è il ritorno alla regia di Francis Lawrence, cineasta già noto per aver portato sul grande schermo universi distopici come la saga di Hunger Games. Il film è tratto dall’omonimo romanzo pubblicato nel 1979 da Stephen King sotto lo pseudonimo Richard Bachman. Il cast corale del film è guidato da: Cooper Hoffman, David Jonsson, Charlie Plummer, Garrett Wareing e Mark Hamill, quest’ultimo nel ruolo dell’enigmatico e inquietante “Major”, figura autoritaria che supervisiona la competizione al centro del racconto. Noi di RedCapes abbiamo visto il film in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.

Ambientato in una versione distopica degli Stati Uniti, il film racconta la “Lunga Marcia”, una competizione annuale a cui partecipano cento adolescenti selezionati da tutto il paese. Le regole sono semplici e brutali: i concorrenti devono continuare a camminare lungo un percorso prestabilito mantenendo una velocità minima costante. Chi rallenta o si ferma riceve un ammonimento; al terzo richiamo, la punizione è immediata e definitiva. La gara prosegue finché non rimane un solo partecipante. Il vincitore otterrà un premio illimitato e la possibilità di chiedere qualsiasi cosa desideri per il resto della sua vita. Ma mentre i chilometri scorrono e il numero dei concorrenti diminuisce, la marcia si trasforma in una prova estrema che mette a nudo paure, fragilità e legami inattesi tra i ragazzi coinvolti.

Pubblicato nel 1979, La lunga marcia rappresenta uno dei lavori più singolari nella produzione di Stephen King. Il romanzo fu il primo ad uscire sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, nome con cui l’autore decise di firmare alcuni dei suoi testi più duri e pessimisti, spesso caratterizzati da una visione cruda e spietata della società americana. Nei libri attribuiti a Bachman emerge uno stile narrativo essenziale, quasi spoglio, che privilegia la tensione psicologica e la dimensione allegorica rispetto all’horror più esplicito tipico di altre opere. The Long Walk è prima di tutto una potente metafora della competizione e della pressione sociale, un racconto distopico in cui la violenza diventa spettacolo pubblico e strumento di controllo. Non è un caso, dunque, che il progetto sia finito nelle mani di Francis Lawrence, regista che ha dimostrato una particolare sensibilità nel raccontare universi distopici popolati da protagonisti adolescenti. Il suo nome è indissolubilmente legato alla saga cinematografica di The Hunger Games, dove ha saputo unire spettacolo e riflessione sociale, trasformando la competizione mortale al centro della storia in una riflessione attraverso cui osservare dinamiche di potere, manipolazione mediatica e ribellione.

Con The Long Walk Lawrence torna a confrontarsi con un materiale simile per atmosfera e tematiche, ma profondamente diverso per tono. Se la saga di Hunger Games si sviluppava su un impianto epico e spettacolare, qui la dimensione è più claustrofobica: la tensione nasce dalla ripetizione del gesto, dal ritmo della marcia e dal progressivo logoramento dei protagonisti. Lawrence si rende capace anche di trovare la chiave per attualizzare un romanzo scritto oltre quarant’anni fa. La competizione descritta da King appare oggi ancora più inquietante, in un’epoca in cui il rapporto tra spettacolo, violenza e intrattenimento continua a interrogare il pubblico contemporaneo, Lawrence enfatizza questa dimensione, mantenendo intatta l’allegoria del racconto ma rendendola accessibile a una nuova generazione di spettatori. A sostenere il film è inoltre una squadra di giovani promesse di Hollywood, un cast corale in cui spiccano interpreti come Cooper Hoffman, David Jonsson, Charlie Plummer e Garrett Wareing. La scelta di puntare su volti relativamente nuovi si rivela quindi particolarmente efficace. L’energia degli attori contribuisce a rendere credibile il senso di precarietà e di paura che accompagna la marcia, trasformando il film in un racconto corale dove ogni personaggio diventa tassello di una tragedia annunciata.

Il film si distingue inoltre per una violenza costante, inevitabile, ma mai fine a sé stessa. In The Long Walk, la brutalità non è mai concepita come mero spettacolo, quanto piuttosto come strumento narrativo e linguaggio politico. Al di sotto della superficie narrativa, emerge con forza la dimensione più politica e sociale dell’opera. Come già nel romanzo di Stephen King, la competizione diventa una metafora esplicita di una società che trasforma la sofferenza in intrattenimento e la sopravvivenza in merce di consumo. Lawrence aggiorna questa lettura senza tradirne lo spirito originario, rendendola ancora più pertinente in un contesto contemporaneo in cui il confine tra spettacolo e realtà appare sempre più labile.

The Long Walk è un’opera tesa e coerente, capace di tradurre in immagini la natura più cupa e allegorica del romanzo di Stephen King scritto sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. La regia di Francis Lawrence conferma la sua solidità nel costruire universi distopici a forte impronta giovanile, ma qui sceglie una via più essenziale e meno spettacolare rispetto ai suoi lavori precedenti, privilegiando la durata, l’attesa e il logoramento. Pur con qualche inevitabile rigidità narrativa dovuta alla natura stessa del materiale originale, il film riesce a mantenere alta la tensione e a restituire la sua dimensione più profonda: quella di una riflessione sulla competizione, sul controllo e sulla spettacolarizzazione della violenza.


The Long Walk arriva al cinema a partire dal 23 aprile. Ecco il trailer del film:

RASSEGNA PANORAMICA
The Long Walk
7.5
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Alessandro Pallotta
Classe 1995, laureato in critica cinematografica, trascorro il tempo tra un film, una episodio di una serie tv e le pagine di un romanzo. Datemi un playlist anni '80, una storia di Stephen King e un film di Wes Anderson e sarò felice.

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