Il 19 novembre arriva nelle sale italiane, distribuito da Eagle Picture, 40 Secondi, il nuovo film di Vincenzo Alfieri che ricostruisce la vicenda dell’omicidio di Willy Monteiro Duarte; presentato alla Festa del Cinema di Roma 2025, dove il cast si è aggiudicato il Premio Menzione Speciale Progressive Cinema, il film si concentra sulle ore che hanno preceduto la tragedia a Colleferro e sul contesto sociale in cui è avvenuta: Alfieri racconta la storia con sobrietà, mettendo in luce la banalità del male e la violenza gratuita e inaudita che ha portato a quel drammatico epilogo. Alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma abbiamo visto il film in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.
Ci troviamo a Colleferro, in provincia di Roma, dove i giovani si conoscono tutti: sanno chi evitare e chi invece fa parte della cerchia dei ragazzi “per bene”. Willy Monteiro Duarte è uno di questi. Conosciuto per la sua gentilezza e disponibilità, sogna di uscire dalla periferia in cui è cresciuto. Una notte, per un tragico caso del destino, si ritrova coinvolto in un litigio che finisce nel peggiore dei modi. Intorno a lui, tensioni accumulate, dinamiche di gruppo e rivalità di provincia alimentano un clima di violenza silenziosa. Mentre Willy cerca di proteggere chi gli sta accanto, la situazione degenera senza preavviso, mostrando quanto la normalità possa essere fragile. L’arrivo degli eventi fatali costringe tutti i protagonisti a confrontarsi con le proprie responsabilità, mentre la vita di Willy viene spezzata in soli quaranta secondi.
40 Secondi affronta la vicenda dell’omicidio di Willy attraverso una costruzione narrativa rigorosa, che privilegia l’osservazione contestualizzata al giudizio fine a se stesso e rinuncia consapevolmente alla pornografia del dolore; il film si apre restituendo la quotidianità del mondo che circonda Willy, presentato non come un simbolo né come un protagonista eroicizzato, ma come un ragazzo reale, definito da piccoli gesti, quasi un estraneo all’interno del film, con un carattere mite e da una spontanea disponibilità verso gli altri. Lo sguardo registico si posa sui vari punti di vista dei protagonisti della vicenda e sul loro microcosmo affettivo e lavorativo, con una messa in scena che predilige la naturalezza degli ambienti e dei dialoghi, puntando a un’estetica del vero più vicina al cinema sociale che al dramma giudiziario.
Alfieri dimostra una notevole precisione nella costruzione del contesto, inteso non come semplice scenografia ma come elemento attivo della narrazione: la provincia di Colleferro infatti viene filmata come un insieme di tensioni sotterranee, ritualità quotidiane e dinamiche di gruppo che, seppur apparentemente marginali, costituiscono il terreno su cui attecchisce la tragedia. È in questa rappresentazione che si innesta la riflessione più ampia del film sulla banalità del male; il regista non ricerca spiegazioni psicologiche complesse né attribuzioni morali nette: la violenza emerge dalla somma di comportamenti normalizzati, dalla competitività disfunzionale, dalla sottocultura della periferia, dall’esibizione della forza come linguaggio identitario. Il male non ha una forma spettacolare, ma una quotidianità inquietante: è un prodotto del contesto, non un’esplosione improvvisa dovuta ad un trauma, è una degenerazione che si manifesta senza consapevolezza, senza controllo, senza che chi la esercita percepisca la portata di ciò che sta compiendo. In questo senso, il film parla di un orrore privo di eccezionalità: un atto atroce compiuto da mostri che non si percepiscono come tali, immersi in un sistema di riferimenti e retoriche che li rende familiari a certe dinamiche di sopraffazione.
La direzione degli attori è uno degli aspetti più solidi dell’opera; Justin De Vivo, nei panni di Willy, restituisce un’interpretazione misurata e così credibile che sembra quasi di rivedere il giovane davanti ai propri occhi, seppur evitando qualunque deriva santificante e retorica. Francesco Gheghi, già candidato ad un David di Dontello per Familia, offre invece un ritratto complesso, in cui fragilità e aggressività coesistono, incarnando la contraddizione di un personaggio che interiorizza la violenza e il senso di colpa più di quanto comprenda. La scelta di coinvolgere giovani attori per gli altri personaggi, molti dei quali provenienti da esperienze non professionali, contribuisce ulteriormente alla coerenza realistica del film, conferendo autenticità ai corpi, ai gesti e alla rabbia di chi la strada l’ha vissuta davvero.
Dal punto di vista formale, Alfieri opta per una regia sobria, che rifiuta l’enfasi drammatica e lavora sulla distanza: camera mobile ma mai invasiva, un’illuminazione naturale che richiama la dimensione documentaria; degna di nota per scelteregistiche e di montaggio bisogna sottolineare una scena in particolare all’interno di una discoteca. Seguendo una logica antispettacolare e preferendo la durata e la continuità alla frammentazione emotiva, Alfieri lascia che il peso della storia emerga autonomamente: a questo si aggiunge un uso del suono particolarmente calibrato, l’assenza di musica nei momenti cruciali non è solo una scelta estetica, ma un modo per restituire la nuda verità dei fatti.
La decisione finale di inserire il punto di vista di Willy prima della chiusura è inoltre la più significativa sul piano teorico; il regista interrompe la prospettiva analitica e torna al soggetto chiave, che aveva dapprima sottotratto alla narrazione degli altri in modo da riaffermarne l’estraneità totale ai meccanismi che l’hanno travolto. In quell’ultimo sguardo, il tempo circoscritto del titolo (quei quaranta secondi inconcepibili) diventa un’unità narrativa e morale: il margine minimo entro cui una vita piena, coerente, luminosa viene cancellata da un sistema di violenza che non la riguardava in alcun modo.
40 Secondi è un film che lavora sulla precisione, sul controllo e sulla responsabilità di una tragedia di cui il popolo italiano ne porta la responsabilità. Non cerca di spiegare l’inspiegabile, perché non avrebbe senso in questo contesto sottoculturale e di violenza quotidiana come nel caso di Willy, ma tenta di mostrare le condizoni sociali che portano a questi scenari. La sua forza sta nella capacità di mettere su schermo la banalità del male senza amplificarla, infatti Alfieri chiaramente non cerca la commozione facile dal pubblico né la spettacolarizzazione della violenza: piuttosto preferisce la rabbia e il disgusto, facendo emergere l’inquietudine dell’ordinario (quella che potrebbe svolgersi tranquillamente sotto le nostre finestre) e mostrando quanto fragili possano essere le vite davanti all’ignoranza, all’arroganza e all’omertà.
Il film offre dignità a Willy Monteiro Duarte senza trasformarlo in un simbolo, restituendogli piuttosto la sua umanità di ragazzo con sogni e speranze come tanti altri della sua età: una vita spezzata a soli 21 anni, una tragedia che lascia l’amaro in bocca e non basteranno 40 secondi per dimenticarsene.
40 Secondi di Vincenzo Alfieri è al cinema. Ecco il trailer del film:
















