Digger, il nuovo film di Alejandro G. Iñárritu, arriva nelle sale italiane il 1° ottobre, distribuito da Warner Bros. Pictures. Il regista premio Oscar torna dietro la macchina da presa con una commedia nera dai toni satirici e grotteschi, affidando il ruolo da protagonista a Tom Cruise, affiancato da un cast che comprende: Riz Ahmed, Sandra Hüller, John Goodman, Michael Stuhlbarg e Jesse Plemons. Abbiamo visto il film in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.
Al centro della storia troviamo Digger Rockwell, uno degli uomini più ricchi e potenti del pianeta. Quando le sue azioni contribuiscono a provocare una catastrofe dalle conseguenze potenzialmente devastanti per l’umanità, Digger si convince di poter essere anche l’uomo capace di porvi rimedio. Ha così inizio una corsa contro il tempo tanto ambiziosa quanto assurda, durante la quale il magnate tenta di convincere il mondo di essere proprio lui la soluzione a un disastro che ha contribuito a creare.
Qualsiasi cosa detta di troppo su Digger rischierebbe di trasformarsi in uno spoiler e di compromettere l’intera esperienza cinematografica. Quello di Iñárritu è infatti un film esagerato, grottesco e volutamente sopra le righe, che chiede allo spettatore uno sforzo non indifferente: accettare fin da subito l’eccesso come regola. È proprio entrando in sintonia con questa natura esasperata che diventa possibile accettare anche tutto ciò che, preso singolarmente, potrebbe apparire troppo: il manierismo della recitazione, l’opulenza delle scenografie, la teatralità della messa in scena e il grottesco delle situazioni. Digger è volutamente impostato, teatrale e pomposo, perché è attraverso l’esagerazione che Iñárritu costruisce il linguaggio del film.
Più che una semplice satira politica, Digger assume i contorni di una vera e propria farsa del presente. Il film affonda infatti le proprie radici nel contemporaneo più immediato, partendo da uno sguardo dichiaratamente pop sulla politica americana per allargare progressivamente il campo verso qualcosa di più universale. Nel mirino non finiscono soltanto le istituzioni o chi detiene il potere economico e politico, ma un intero sistema di comportamenti, contraddizioni e compromessi che attraversa la società.
Iñárritu osserva così l’ipocrisia a ogni livello, dai grandi poteri fino alle persone comuni, mettendo in scena un mondo in cui interessi personali, narcisismo, opportunismo e bisogno di apparire finiscono continuamente per confondersi con ideali e buone intenzioni. L’assurdità delle situazioni diventa allora uno specchio deformante del presente: tutto è portato all’estremo, ma proprio questa esasperazione permette al film di rendere riconoscibili dinamiche che appartengono alla contemporaneità.
Ed è forse proprio qui che emerge anche la contraddizione più evidente – e paradossalmente più affascinante – di Digger. Un film che si scaglia con tanta decisione contro l’ipocrisia, il narcisismo e la megalomania della società contemporanea finisce inevitabilmente per portare con sé una parte di quella stessa ipocrisia. Per utilizzare un’espressione si potrebbe dire: predica bene e razzola male. A realizzarlo è uno dei registi contemporanei maggiormente associati a un cinema ambizioso, monumentale e autoriale, mentre al centro dell’operazione troviamo Tom Cruise, una star che ha costruito parte della propria immagine cinematografica proprio sulla spettacolarità, sulla grandezza e su una presenza impossibile da ignorare.
Ma potrebbe essere esattamente questo il punto. Digger sembra consapevole della propria contraddizione e, anziché nasconderla, finisce quasi per inglobarla nel suo discorso. Come si potrebbe dire prendendo in prestito una massima da seduta di psicologia: “riconoscere di avere un problema è già un primo passo“. Iñárritu costruisce una critica dell’ego attraverso un film che di ego sembra nutrirsi continuamente; parla di eccesso attraverso l’eccesso e mette in discussione la spettacolarizzazione del potere servendosi di due personalità cinematografiche che dello spettacolo e della propria riconoscibilità hanno fatto elementi centrali delle rispettive carriere.
Non sorprenderebbe, quindi, se Digger diventasse uno di quei film capaci di dividere radicalmente il pubblico. Non sembra esserci molto spazio per le mezze misure: bisogna accettarne il tono, la recitazione esasperata, la pomposità, il grottesco e persino una certa compiaciuta megalomania. Entrare nel suo gioco significa lasciarsi trascinare da una farsa volutamente debordante; restarne fuori può invece rendere le stesse caratteristiche difficili da sopportare. Al netto delle sue contraddizioni, però, Digger resta un’opera profondamente radicata nel presente, capace di parlarne con una sfacciataggine che a tratti può risultare persino inquietante.
Digger è quindi un film eccessivo, imperfetto, provocatorio e consapevolmente divisivo, che rischia continuamente di diventare vittima dello stesso gigantismo che vuole mettere alla berlina. Eppure è anche proprio in questo cortocircuito che trova una parte consistente del proprio fascino. Una farsa grottesca che ride del presente deformandolo appena abbastanza da permetterci di riconoscerlo e che, dietro tutta la sua esagerazione, lascia emergere una domanda tutt’altro che rassicurante: quanto di ciò che stiamo guardando è davvero una caricatura?
Digger arriva al cinema a partire dal 1 ottobre con Warner Bros. Ecco il trailer del film:














