Akira – Un capolavoro dell’animazione Giapponese tra ieri e oggi

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Akira

Che Akira sia il capolavoro di Katsuhiro Otomo lo sentiamo ripetere da quando uscì per la prima volta nelle sale nel 1988, ma cos’è Akira oltre a un “capolavoro”? O meglio, cosa lo rende un “capolavoro”?

Credo sia capitato a molti degli spettatori di Akira, a me personalmente è capitato, di sentire i più svariati commenti fuori dalla sala. La prima volta che vidi Akira al cinema fu a un festival; i commenti in sala erano pervasi di eccitazione, in quella particolare occasione ero da sola e mi soffermai ad ascoltarne alcuni. Si sentiva continuamente parlare di “un must della fantascienza”, “uno dei migliori film cyberpunk mai fatti”, “una storia animata che i giovani di adesso non riescono nemmeno a immaginare”, insomma: un vero e proprio capolavoro (giusto per ribadire). Usciti dalla sala però i commenti erano un tantino differenti. Si parlava sempre di capolavoro (ovviamente non ci si può contraddire), ma al momento di approfondire quanto appena visto ci si fermava SOLO alla definizione di “capolavoro”, con un po’ di confusione generale. Uno dei commenti migliori che ho sentito, e che mi fece molto sorridere, fu: “no il film è bello per carità, però il giapponese è proprio strano!”

Insomma, Akira è complesso, confonde e lascia senza parole, ma allo stesso tempo affascina e tiene incollati allo schermo. Ma facciamo un piccolo passo indietro e torniamo alle domande di inizio articolo per provare a districarci nell’universo di Akira.
Voglio cominciare rispondendo a cosa rende Akira un capolavoro. Oltre a tutte le ragioni già elencate negli anni, ciò che secondo me rende Akira davvero intramontabile è la sua costante attualità.
Non è una bella prospettiva, ma oggi come allora la paura di un conflitto nucleare è forte, e questa paura Akira la ripropone sin dalle prime immagini, dall’esplosione silenziosa accompagnata solo da un forte rumore di vento, vista dall’alto e ripresa in un campo lunghissimo, molto simile alle immagini di Hiroshima il 6 Agosto 1945.

L’inizio del film stabilisce un mood molto chiaro e denota da subito che Akira è una sorta di esorcismo della bomba atomica, quasi un tentativo di cicatrizzare una ferita ancora aperta e che torna a bruciare dopo le recenti minacce missilistiche nord coreane. Ma non solo, Katsuhiro Otomo racconta una società priva di una forza politica in grado di dare risposte alle difficoltà della popolazione, una crisi ciclica che ha messo in ginocchio il Giappone per diverso tempo (e che nel 1988 non era ancora terminata, basti pensare al lungo periodo di stagnazione economica che ha colpito il Giappone agli inizi degli anni ’90), una crisi sociale e l’eterno dibattito tra eugenetica ed etica. Sebbene siano passati 30 anni dall’uscita di Akira, è impossibile per noi non ritrovarci nei temi trattati.

La storia segue le vicende di Kaneda, leader di una gang di motociclisti di Neo Tokyo. Kaneda è un personaggio carismatico, sicuro di sé e rispettato dai suoi compagni. È parte integrante e fondamento di un gruppo unito come una famiglia.
A lui si contrappone Tetsuo, suo migliore amico sin dall’infanzia. Piccolo e sempre preso in giro dai compagni, Tetsuo fa fatica a trovare un suo posto all’interno del gruppo, sentendosi fuori luogo e sviluppando un senso di competizione con Kaneda, che ammira profondamente.
L’introduzione dei personaggi principali propone già uno dei temi fondamentali di tutto il film: l’isolamento.
I personaggi principali rappresentano un’umanità che non ha niente da perdere, che vive per il rischio e che non vede un futuro per se stessa. L’isolamento di Tetsuo è ciò che farà da combustibile per ciò che segue: il suo senso di inadeguatezza e la sua voglia di primeggiare su Kaneda decideranno il suo destino. Dopo essere stato preso dal colonnello Shikishima, in seguito all’incidente con Takashi (uno dei tre bambini esper), Tetsuo viene sottoposto a cure ed esperimenti, che risveglieranno in lui poteri psichici dal potenziale quasi illimitato.
Ma questi poteri non fanno che aumentare le sue debolezze, ovvero la sua solitudine e il suo senso di inadeguatezza, trascinandolo in un delirio di onnipotenza che ci porta a sbattere la faccia contro un altro tema fondamentale: il potere!

Otomo, attraverso Tetsuo, si addentra in un territorio spinoso. Un ragazzo, un essere umano che controlla un potere divino, finendo per cedere alla corruzione di tale potere e per essere controllato da esso!
Questo discorso viene affrontato apertamente nei dialoghi del film: è Kei, la ragazza del gruppo terroristico contro il progetto Akira, a farlo, quando racconta a Kaneda di Akira, un bambino che aveva il dono dell’energia pura, ma che non riusciva a controllarla. Come un’ameba non può gestire l’energia che appartiene a un essere umano, un uomo non può gestire un’energia divina.

Il potere e il mito di Akira, oltre alla carenza di una politica forte e stabile, portano alla formazione di gruppi di fanatici che attendono il ritorno del salvatore, che li condurrà in una nuova era e salverà le loro anime dalla corruzione, e che vedranno questo salvatore in Tetsuo, nel suo potere semi divino e nella sua follia distruttiva. Ma il potere non è il solo territorio spinoso in cui si addentra l’autore, come accennato precedentemente, con gli esper racconta uno dei temi forse più cari alla narrazione nipponica contemporanea: la modifica genetica, la scienza usata per scopi immorali.
Questione che il film critica fortemente, poiché questi ibridi creati da esperimenti altro non portano se non distruzione, sebbene i tre bambini esper Kyoko, Takashi e Masaru tentino di fermare Tetsuo.

Non bisogna però fraintendere. Otomo non porta una critica al progresso scientifico, ma solo all’uso, se vogliamo, “immorale” della conoscenza scientifica che, come nel caso non tanto dei tre bambini, il cui potere ridotto è controllabile da loro, ma di Tetsuo che possiede un potere ben più grande, gioca con ciò che non è ancora pronta per controllare e che ci riporta all’uomo che maneggia un’energia divina, che gioca a fare Dio. Per raccontare tutti questi temi, Otomo non si affida a un singolo personaggio, ma sceglie un racconto corale, in cui i diversi personaggi portano avanti obiettivi differenti e personali, che si intrecciano tra loro in modo impeccabile, completandosi a vicenda senza tralasciare i dettagli e formando una storia che da una visione amara della società dell’epoca, ma che non toglie la speranza.
Nel profondo, sotto tutti gli altri strati, Akira parla di uomini: delle loro paure e delle loro debolezze. Tetsuo è tutto questo, rappresenta i limiti dell’uomo, ma anche la sua riabilitazione, la speranza di trovare una nuova strada e, alla fine del film, la sua furia distruttiva diventa creazione di un nuovo universo, un uso consapevole del suo potere. La qualità dell’animazione e le scelte registiche di Otomo contribuiscono a rendere il film ancora più immersivo. Le inquadrature tendenzialmente strette su Tetsuo denotano il suo isolamento e riflettono il senso di soffocamento di chi è schiacciato dalla propria vita e non ha il controllo di sé. Al contrario, le inquadrature su Kaneda “respirano”, comprendono spesso altre persone e non sono claustrofobiche su di lui, restituendo un personaggio più aperto, che non deve dimostrare nulla e che è pronto a mettere in gioco sé stesso per ciò a cui tiene, come fa con Tetsuo e Kei.

A enfatizzare il tutto ancora di più, si aggiunge il sonoro. La musica, composta da Shoji Yamashiro e interpretata dal gruppo Geinoh Yamashiro Gumi segue ogni movimento dei personaggi e ne completa l’azione. Un esempio lampante è all’inizio del film, quando un uomo sta scappando proteggendo Takashi dall’esercito. L’uomo è ferito e ansima, la musica lo segue e sembra ansimare con lui, ed è così insistente che finisce per togliere il fiato anche allo spettatore. Notevole, e forse ancor più da sottolineare, è il silenzio che accompagna molti momenti chiave e che sospende tutto, dando una sensazione estraniante e talvolta di disagio, aumentando però la potenza delle immagini.
Silenzio che apre e chiude il film e che accompagna entrambe le manifestazioni del potere di Akira, come ad avvolgerle in un mistero.

Per concludere, Akira è -e torniamo al punto di partenza- un capolavoro che ti colpisce come un pugno nello stomaco e ti impedisce di essergli indifferente.
Forse, come spesso accade con la narrazione nipponica, non di immediata comprensione, ma capace di lasciare un segno indelebile già dalla prima visione.
Akira torna nelle sale il 18 Aprile 2018, per festeggiare i 30 anni dalla sua uscita, con un doppiaggio tutto nuovo e degli impianti audio nei cinema in grado di rendere giustizia alla colonna sonora!! Non perdetelo!!


Se foste interessati alla visione del film vi rimandiamo al sito di Nexo Digital in cui troverete la lista completa dei cinema aderenti a questa serata speciale.

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