Presentato ad Alice nella Città, Anemone è il film d’esordio di Ronan Day-Lewis, che dirige suo padre Daniel Day-Lewis insieme a Sean Bean. Il film segna il ritorno di uno dei più grandi attori viventi sul grande schermo dopo una pausa di quasi dieci anni che però pesa su ogni fotogramma e sulla lettura complessiva dell’opera. Il film uscirà in Italia il 6 novembre.
Due fratelli, separati da anni e ferite mai rimarginate, si ritrovano in un paesaggio rurale aspro e silenzioso. Il film cerca di trasformare questo incontro in un’indagine sul dolore, la memoria e la responsabilità, usando un tempo rallentato, pause lunghe e immagini che puntano alla sensazione.
Daniel Day-Lewis torna e ricorda, istantaneamente, perché il suo nome è sinonimo di maestria. Ogni suo dettaglio fisico — un movimento della mandibola, un sussurro, un piccolo tic — diventa vera e propria maniera. La sua performance è da manuale: precisa, stratificata, commovente. Ed è anche il nodo centrale del film: Ronan costruisce un’opera evidentemente pensata per esaltare queste doti, arrivando però al paradosso per cui la qualità attoriale mette in luce i limiti del resto del progetto. Quando l’attrazione principale è la recitazione, tutto il resto — sceneggiatura, ritmo, coesione tematica — finisce per apparire insufficiente e quindi è praticamente impossibile valutare il film solo sulla base del suo attore protagonista.
Ronan mostra un gusto visivo spiccato: un’ottima composizione visiva, un uso ossessivo del silenzio, inquadrature che cercano quasi di creare una forma di meditazione cinematografica. Tuttavia la regia soffre di sovrabbondanza di idee: il film salta dall’astrazione al minimalismo esasperato senza una linea che li leghi. La sceneggiatura è frammentata, più interessata ad evocare stati d’animo che a costruire un arco narrativo coerente. Il risultato è una sensazione di ricchezza estetica ma di povertà di sostanza.
La fotografia è coerente con l’intento: toni freddi, luce filtrata, campi lunghi che isolano i personaggi nel paesaggio. Funziona a momenti, specie quando la macchina da presa cerca l’intimità dello sguardo. Ma l’effetto perde forza per la ripetitività: ciò che all’inizio crea atmosfera, dopo diventa mero esercizio stilistico. Il montaggio privilegia la dilatazione ma non sempre riesce a generare tensione o progressione; le scelte sonore accentuano il senso di sospensione ma non ottemperano ai vuoti narrativi.
Sean Bean è altrettanto convincente: misura la sua presenza in rapporto a quella titanica del collega, offrendo una performance contenuta che funziona nei singoli momenti. Il resto dei pochi personaggi secondari resta in ombra, funzionali più a creare suggestioni che a nutrire il racconto. Il film si propone di parlare di memoria, colpa e legame fraterno però, evita il rischio della concretezza. Il simbolismo non viene elaborato e la riflessione resta superficiale. La libertà creativa di Ronan, più che emancipazione, è dispersione. Idee belle nella forma ma mai davvero organizzate in un pensiero compiuto.
Anemone è un’opera ambiziosa che di rado raggiunge la sua ambizione. Regista ed interpreti mostrano talento e coraggio, ma la mancata tensione narrativa e l’eccesso di stile senza sostanza trasformano l’interesse in frustrazione. Vedere Daniel Day-Lewis recitare di nuovo è un privilegio — e proprio per questo è ancora più amaro constatare quanto la materia filmica non sia all’altezza della sua presenza.
Anemone sarà al cinema a partire dal 6 novembre. Ecco il trailer del film:















