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C'era una volta a Hollywood

C’era una volta a Hollywood – Quentin Tarantino ed il cast presentano il film a Roma

  • di Riccardo Cozzari
  • 5 Agosto 2019
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Nella mattina dello scorso 3 agosto si è svolta presso il Cinema Adriano di Roma la proiezione in anteprima italiana di C’era una volta a Hollywood. Noi di RedCapes eravamo presenti ed abbiamo visto il film e seguito la conferenza stampa, alla quale erano presenti il regista e sceneggiatore Quentin Tarantino, accompagnato dai protagonisti Leonardo DiCaprio e Margot Robbie. Inoltre c’erano anche i produttori David Heyman e Shannon Mclntosh che sono intervenuti in varie questioni relative al film e non solo.


Shannon, com’è produrre un film di Tarantino? Ogni volta Quentin ci ha abituato a delle avventure diverse come spettatori, e questo, da quello che abbiamo visto, è oggettivamente un film molto affascinante, di grande intrattenimento ma anche molto complesso produttivamente. Allora, vorremmo sapere qualcosa del rapporto produttrice – regista.

Shannon Mclntosh – E’ un percorso molto emozionante, ogni volta si impara qualcosa di nuovo. Ricevo questo lungo copione, lo leggo e poi partiamo insieme per una nuova impresa, nella quale le avventure ed il divertimento sono moltissime. Leggiamo la sceneggiatura, cerchiamo di capire come procedere, cosa faremo, quali saranno le location, il cast. Ripeto, è un avventura, ma stupenda.

David, tu sei abituato a portare lo spettatore in un’altra dimensione, qui andiamo in un mondo dove invece ci si interfaccia con una realtà storica. Com’è stata questa esperienza da produttore?

David Heyman – Un privilegio, questa devo dire che è la prima parola che mi viene in mente.
Ho avuto la fortuna di lavorare con tanti registi nella mia carriera, ma questa esperienza è stata veramente unica. Quentin è un maestro dell’arte cinematografica, controlla tutti gli aspetti della produzione. Quando si legge la sceneggiatura è come leggere un romanzo, dove i particolari sono tantissimi e riesce a portarli in vita grazie a quella famiglia di persone che si trovano davanti alla camera. E’ un’ invenzione senza fine che procede con grande facilità, con un ventaglio enorme di possibilità e di inclusione. Ho lavorato con tanti che creano per professione, lui crea per piacere.

Leonardo DiCaprio, questa è una delle tue tante grandi interpretazioni, è una performance che resterà nella storia del cinema. La cosa interessante è che tu qui interpreti un attore al tramonto, chissà quanti ne hai incontrati nella tua esperienza di attore, tu che sei uno dei migliori in tutto il mondo. A questo tuo personaggio tu regali la debolezza, la commozione e l’insicurezza, ci parli un po’ di questa sfida?

Leonardo DiCaprio – Fin dall’inizio, innanzitutto, la sceneggiatura era così brillante, così intelligente, il rapporto così stretto tra stuntman e attore. Una cultura hollywoodiana che cambia come è cambiata l’industria. Si cerca di sopravvivere, di tenersi vivi, è tutto questo visto con un approccio normale, affrontando 2-3 giorni nella vita di due persone. Ho parlato molto con Quentin e in una di queste conversazioni ci siamo chiesti come ritrarre l’anima di questo personaggio in pochissimi giorni. Il nostro personaggio era protagonista di un western e non lavorava poi tanto volentieri. Abbiamo dovuto immaginare quei momenti particolari che portassero all’esterno la vera natura di questo uomo. Con battute, atteggiamenti, forse questo personaggio è bipolare, è angosciato dalla propria mortalità, dal fatto che la cultura e il mondo vanno avanti, malgrado lui.

Che effetto ti ha fatto recitare dentro dei telefilm, dentro dei modelli di racconto cinematografico che non si fanno più? Al di là immagino il divertimento e le difficoltà di finire dentro la serie FBI o dentro “La Grande Fuga”. Deve essere stata un’esperienza singolare.

Leonardo DiCaprio –  Beh, La Grande Fuga è un film eccezionale. Uno dei grandi privilegi della nostra professione è quello di poter entrare in contatto con temi, fatti ed eventi che non sono poi aperti a tutti. Quentin é un cinefilo , conosce perfettamente il cinema, ma anche la televisione, la musica e io, grazie a lui, sono entrato nel mondo della televisione e del cinema western degli anni ’50. Quentin rispetta moltissimo questa categoria, i western e tutti gli altri capolavori di questo genere. È incredibile il rispetto che ha Quentin per un attore che io non conoscevo, che magari ha girato tante cose che le persone hanno dimenticato. Ha una conoscenza della cinematografia impressionante e ci ha portato dentro a questo, con rispetto, con passione, con una ricerca di tante cose che magari col tempo sono andate dimenticate. E questo credo sia proprio alla base di tutto, un contributo enorme al cinema e alla televisione, a volte non se ne è nemmeno accorto il mio personaggio.

A che punto credi di essere nella tua carriera professionale?
Leonardo DiCaprio –  Molto semplicemente , sono cresciuto guardando film e non pensavo mai di poter fare quello che facevano i miei eroi, e quindi ho cercato tanto di migliorare, di lavorare in film sempre migliori ed entrare nei miei personaggi il più possibile.
Quentin era poco più che un bambino nel 1969, Margot e Leonardo non erano ancora nati. Lavorando a questo film, recuperando un po’ quello che Hollywood, le TV e non solo ci offrivano, vedendole ora, che effetto vi fanno? Un critico britannico da Cannes (dove il film è stato presentato) l’ha definita una nostalgia piena di tenerezza, ma vedendo quelle storie nel 2019 che effetto vi fanno?

Margot Robbie – Sotto tanti aspetti sono felicissima di lavorare adesso, in questo momento come donna, però esisteva qualcosa del genere anche anni fa. Tra i film degli anni ’60 e degli anni ’70 sono tantissimi quelli che amo. Hollywood è molto cambiata, soprattutto nel periodo tra il ’65 e il ’69, un periodo davvero forte, che ha aperto la strada agli anni ’70 e a tutto quello che è accaduto allora, e credo che Hollywood sia passata proprio adesso per un periodo molto simile , un periodo dove le cose cambiano e quindi qualsiasi cosa di quel periodo mi appassiona moltissimo.

Quentin Tarantino – Molte delle cose di cui parliamo in questo film le ho viste, le ho viste nel ’69, nel ’70, i film delle volte in quell’epoca restavano nella stessa sala o cambiavano sala anche per un anno. Quindi, per esempio, The Wrecking Crew l’ho visto quand’è uscito. Non sono andato a cercarlo adesso, e la cosa interessante, ovviamente sapevo chi fosse Dean Martin, ero già un suo appassionato. Jerry Lewis all’epoca tutti sapevano chi fosse, era uno dei personaggi più famosi all’epoca. . Mi ricordo che ero seduto al Garfield’s Theatre and Gabriel vedendo quel film con Sharon Tate, sono tutti impazziti. E questa ispirazione mi ha fatto scrivere anche parte di quello che ha recitato Margot, il patio in cui si svolge la scena è simile al cinema in cui sono andato a vedere il film io all’epoca. Poi uscendo andavo a vedere il poster e mi domandavo chi fosse la signora Clarson. Quindi, sostanzialmente, The Wrecking Crew è un film fantastico, sono anche un grande appassionato del regista, e poi lei era straordinaria e era molto affascinante. Abbiamo anche fatto vedere un pezzo del film vero e proprio, e anche la lotta coreografata da Bruce Lee, è troppo divertente come cosa.

Che effetto ti fa vedere quel momento della storia dello spettacolo?

Leonardo DiCaprio – É stato affascinante, perché pensiamo all’anno 1969 e a quanto sia stato un momento particolare. Su Google ho iniziato a cercare quello che è accaduto in quell’anno, tutti i film di quell’anno. E indubbiamente è un anno di svolta per l’America e per il cinema e questo ha consentito anche di vedere emergere l’era che si basava soprattutto sui registi, che avevano il potere di fare i film più straordinari della storia, ma è stata una svolta anche culturale e non solo per il cinema.

Il film ha aperto in maniera straordinaria in America, con oltre 40 milioni nel primo fine settimana (il suo più grande incasso in America per i primi giorni) , pensa che questo centri che il pubblico abbia avvertito la nostalgia dei giorni d’oggi per un periodo che non c’è più? Perché oggi è tutto molto diverso.
Quentin Tarantino – Si, credo ci sia anche un elemento interessante in tale aspetto, poi al pubblico interessa anche il cast ma anche quello che c’è dietro, e una certa capacità di fare breccia. Ma non sottovalutiamo anche le ottime intuizioni della Columbia per quanto riguarda il marketing.
E’ nota la sua passione per il cinema italiano, ma non il cinema di Fellini o De Sica, quello più celebrato, ma quello invece dei B Movie e degli Spaghetti Western. Volevo chiederle come nasce questa passione e soprattutto cosa la affascina di questo cinema, anche se Rick Dalton (il personaggio di DiCaprio ) in questo film un po’ lo disprezza, soprattutto i western. Cosa le piace in particolare di questo cinema?

Quentin Tarantino – Io amo film di genere e sono appassionato dei cosiddetti B Movie. Ho sempre amato il modo in cui gli italiani hanno sviluppato il tema del western o la commedia sexy all’italiana, fino ai film ambientanti nell’ antica Roma e via dicendo, o anche i polizieschi come French Connection o Dirty Harry che si rifanno ai western all’italiana. Gli italiani hanno reinventato i generi, e questa capacità di prendere vecchi generi e rifarli era un’idea completamente nuova per un pubblico nuovo, con un enfasi nuova, e questa è una cosa straordinaria. E’ un modo per vedere le cose con occhi nuovi e dare nuova vita ad un genere. Mentre per quanto riguarda gli spaghetti western, Leone , Corbucci , Sollima e Tessari, quasi tutti sono partiti come critici cinematografici, poi sono diventati sceneggiatori e poi sono diventati registi di seconda unità. Erano quelli che servivano per le scene d’azione ed erano appassionati di cinema come la Nouvelle Vague francese che ha visto molti critici trasformarsi in registi, quindi il cinema di genere è veramente qualcosa di assolutamente appetibile per un regista; e poi c’è questa italianità , sono veramente un prodotto italiano, anche per quanto riguarda il concetto operativo, mi piace moltissimo questa qualità lirica dove tutto quanto è un po’ surreale e un po’ sopra le righe. Il primo libro che ho letto sugli spaghetti western è stato scritto da un autore inglese ed era intitolato “Gli spaghetti western, l’opera della violenza” e io sto cercando di fare l’opera della violenza sin dal mio primo lavoro come regista.

Dopo aver fatto finire un anno e mezzo prima la seconda guerra mondiale in Bastardi senza Gloria e ciò che ha fatto in C’era una volta a Hollywood, ha una terza riscrittura della storia in programma?
Quentin Tarantino – Io credo che questo sia il terzo film, perché prima ho fatto Bastardi Senza Gloria, poi ho fatto Django Unchained e questa è la fine di questa trilogia, se vogliamo.
Margot, una delle tante scene più belle è quando tu entri al cinema a vedere quel film , che in Italia è stato tradotto in un modo assurdo (Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm).  Questa è la creatività, non so come si possa creare una cosa simile
Quentin Tarantino – (ride per qualche secondo, poi) Beh ma ricordiamoci che anche Inglorious Basterds di Enzo G. Castellari ha avuto un titolo italiano stranissimo, anche in quel caso c’è qualcosa da dire.
Margot, tu in quella scena sei bravissima e Quentin riesce a dirigerti perfettamente, come con tutto il resto del cast, che in tutti i suoi film riesce sempre ad essere al timone di questa nave sempre in modo convincente. Ci porti sul set quando avete girato questa scena ci racconti le emozioni che hai provato a di là del personaggio?
Margot Robbie – il giorno in cui abbiamo girato, Quentin mi ha raccontato di un episodio simile, di quando lui è entrato in una sala cinematografica deciso ad andare a vedere questo film, dicendo “beh sono io il regista posso entrare gratis?” ed è stato questo un po’ lo spunto. Ci sono questi ricordi di Quentin presenti nel film, che gli danno una caratteristica molto personale. Ovviamente io non ero nata nel ’69, però Quentin ha scritto nella sceneggiatura una storia che mi ha veramente presa e mi sono sentita dentro a questa realtà, alla musica che si sentiva alla radio, quello che si vedeva quando si percorreva la strada in macchina; ecco, c’è un livello di taglio e di specificità che è veramente un regalo per un’attrice, devo dire che comunque si è lasciato ben poco all’immaginazione perchè lui crea un mondo che è tutto lì, non usa la tecnologia digitale. Oggi come oggi non accade più, accade fino ad un certo punto, forse per i 3 metri davanti a te, poi tutto il resto è green screen e ci pensano in post-produzione . E’ stata una gioia, una gioia vera non solo a fare quel tipo di scena e sapere che Quentin aveva avuto un esperienza simile in quella sala, ma essere proprio ad Hollywood nel ’69. La sensazione era proprio quella, in tutta questa scena ho avuto questa esperienza, non so se mi troverò mai nella mia carriera in una situazione del genere, sentirmi trasportata in questa realtà.
Quanto dal suo punto di vista la Hollywood di oggi è diversa di quella di allora, se dovesse dire una cosa in cui è particolarmente cambiata? Lei crede davvero che il cinema possa mutare la realtà?
Quentin Tarantino – Beh, il cinema è già molto diverso da come era negli anni ’90, e ogni volta che mi fanno una domanda penso alla prima cosa che mi viene in mente, ed è come diceva Margot: in fondo, “ai vecchi tempi”, ma anche negli anni ’90 e negli anni 2000, la gente si impegnava a creare dei set, non si creavano dopo nella post-produzione, ci sono dei film con dei set meravigliosi. Basta andare in uno di questi luoghi cinematografici, ricordo Corsari di Renny Harlin, un film bello, ma che oggi sembra addirittura fantastico perchè tutto è stato costruito da zero, tutto il villaggio, le sequenze che dovevano proprio realizzare fisicamente, non c’era il digitale, non c’era la CGI , costava un sacco di soldi e avveniva veramente, mentre adesso nemmeno le grosse produzioni lo fanno più, e penso che abbiamo perso veramente un patrimonio enorme per quanto riguarda l’immagine, per quanto riguarda il cinema e anche per proprio quello che riguarda l’artigianato, la capacità di fare, la manualità, è un pericolo enorme la cinematografia digitale. Non voglio fare il vecchio rincoglionito che dice “preferisco le cose come stavano prima” , è un altro discorso, un discorso diverso , come si fa a catturare un’immagine in modo che sia bella? Veramente, non con il digitale. Certo il digitale ti può far fare tante cose, pensiamo a Robert Richardson (direttore della fotografia del film) è stato così bravo e alla fine il risultato è fantastico, lo fanno le persone, non lo fa il digitale e secondo me così si separa il grano dall’olio. Le persone che sanno gestire un film su tutti i livelli sanno creare una cosa fantastica, mentre invece col digitale tutto questo si perde. Non so veramente se il cinema può cambiare la storia, però ci può essere un’influenza.
Leonardo, che responsabilità c’è nel diventare l’attore di riferimento di un regista come Tarantino o come Scorsese o come altri, che tipo di responsabilità senti ogni volta? al di là immagino della gratificazione di essere scelto.

Leonardo DiCaprio – beh responsabilità è un parolone, mi sento intimidito da questa parola. Io ho sempre amato il cinema, sono sempre andato al cinema fin da giovanissimo e ogni qualvolta un giovane mi dice che vuole entrare in questo mondo io gli dico “guarda più film che puoi, trova i tuoi eroi, crea la tua identità perché puoi crescere sulle spalle di giganti”. Se pensiamo agli anni ’20 e torniamo sempre sullo stesso discorso, i set, era veramente il west, le masse di persone che hanno unito i loro talenti per creare qualcosa di nuovo hanno fatto la storia. Tanti generi diversi, tante storie diverse che mi hanno influenzato, hanno creato la mia personalità, quindi la mia responsabilità è piuttosto diversa, mi chiedo sempre con chi è che posso lavorare che possa migliorarmi e far diventare realtà quella sceneggiatura che sto leggendo, o quale regista sarà più capace di farmi recitare bene e dare al pubblico quel senso di essere veramente parte di quello che stanno vedendo, e questo è un dono molto raro e dipende sempre dal regista.

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