[der Zweifel] Ultimo Tango a Parigi: Il cinema di Bertolucci si da una ritoccata

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Ultimo Tango a Parigi torna al cinema. Dopo Novecento in versione restaurata, ora è il momento di quell’ultimo tango che fece di Bernardo Bertolucci un regista d’essai; spinto ma poetico, artistico ma eccessivo. In un momento come questo, in cui il pubblico di Cannes si alza dalla sala schifata dall’ultimo film di Lars Von Trier, The House that Jack Built, non si può non citare Ultimo Tango a Parigi. Un film del 1972 che procurò al produttore Alberto Grimaldi qualche mese di carcere, e a Bertolucci la perdita del diritto di voto che durò quasi un anno. Un’opera fortemente criticata per molto tempo non tanto per la trama, quanto per quel contenuto di scene scabrose e immorali, come venivano descritte all’epoca dell’uscita nelle sale, e alla curiosa storia che si cela dietro ad un film del genere. Curiosità raccontate più volte da Bertolucci ma ripetiamole ugualmente.

Ambientato in una Parigi più cupa del normale; la città dell’amore sembra capovolta in un baratro d’infelicità e rancida vecchiaia. Jeanne (Maria Schneider), una ventenne parigina in cerca di un appartamento per lei e il suo fidanzato, s’imbatte nel misterioso Paul (Marlon Brando); un uomo di mezza età, di nazionalità americana, stanco e visibilmente provato. Più tardi si scoprirà che la moglie si era suicidata e lui aveva perduto ogni speranza e ragione per continuare a vivere.

L’indifferenza di lui, e la giovinezza scrutatrice di lei, portano a un fugace e improvviso amplesso nel momento in cui i due si trovano nello stesso appartamento. Non c’è vergogna né rimorso da parte di tutti e due, i quali decideranno di continuare a vedersi per diversi giorni in quello stesso luogo, a patto che nessuno chieda niente all’altro sul proprio passato. Nel frattempo Jeanne inizia a distanziarsi dal giovane fidanzato (Jean-Pierre Leaud), un regista cinematografico, al quale, tuttavia non dice niente. Paul, invece, riceve la visita della suocera, in città per la morte della figlia, e fa una più profonda conoscenza di Marcel (Massimo Girotti); l’amante di sua moglie.

Tutto è così tralasciato da far quasi paura. Fino a un certo momento, ogni sentimento umano sembra svanito; specie tra Paul e Jeanne. Tutto è immobile e salvo in quell’equilibrio di sensi e passati inesplorati. Quando Jeanne si stuferà di tale situazione, così segreta e stancante, e del vero Paul, il castello di carta costruito cadrà facendo fuoriuscire segreti reconditi vite straziate. In effetti, Paul e Jeanne s’incontrano in un locale, dove ballano questo famoso tango e bevono fino a ubriacarsi. Paul le confessa il suo amore, confessando anche parte della sua vita. Jeanne, decisa a interrompere il rapporto, fuggirà verso casa. Lui la insegue e continua a rincorrerla fin dentro casa sua, dove la ragazza, spaventata, afferra la pistola del padre colonnello. In un momento di lucida pazzia, Paul si avvicina, forse con l’intento di porre rimedio alle sue sofferenze e le chiede il suo nome. Nel momento in cui lo pronuncia, Jeanne gli spara e l’uomo, percorrendo tutto il terrazzo, davanti al panorama parigino, si accascia a terra e muore.

Nota quasi a tutti è la famosa scena del burro. La stessa scena che accese alcuni contrasti tra Maria Schneider e lo stesso Bertolucci. Secondo il regista, fu una cosa improvvisata tutta da Brando, che riuscì a inchiodare a terra l’attrice simulando una scena di stupro; il tutto documentato e integrato nel film e a insaputa della Schneider, che continuava a dimenarsi, pregando di smettere. Altre leggende che circondano la pellicola, sono quelle del vero rapporto sessuale avvenuto fra Brando e la Schneider quando Paul e Jeanne s’incontrano la prima volta. Oppure, quando Bertolucci propose prima a Jean Paul Belmondo, poi ad Alain Delon, il ruolo dell’americano Paul. Belmondo cacciò il regista italiano accusandolo di pornografia. Il secondo invece era abbastanza convinto del progetto, ma quando chiese a Bertolucci di produrre anche il film, quest’ultimo rifiutò per paura di aver meno controllo del progetto.

Un film che, a distanza di anni, ancora è temuta glorificata come una reliquia profana e indecente. L’erotismo non è il solo fulcro della pellicola. Oltre alla descrizione così dissacrante delle varie contrapposizioni tra anzianità e gioventù, c’è tutto il grande tributo all’arte francese; quella cinematografica soprattutto. Jean Pierre Leaud, che interpreta il fidanzato di Jeanne, è noto per essere stato l’attore feticcio di molti registi della Nouvelle Vague Francese; specialmente di Truffaut, che lo prese da bambino per il film “I quattrocento colpi” e non lo lasciò più. Bertolucci regala il film agli artisti e ai registi di Francia, consacrandosi, non solo come regista scomodo, ma anche impegnato politicamente e colto. Forse un po’ snob ma sempre grande e inimitabile.

Presentato al festival del  cinema di Bari, dove Bertolucci si è lasciato andare a un commento a favore di Kevin Spacey, che, a quanto pare, potrebbe essere un possibile interprete per un nuovo film del maestro italiano.