Aveva fatto paura. Lo slittamento della data di uscita di Dune: Parte Due di Denis Villeneuve annunciato a fine 2023 aveva fatto obiettivamente paura. Paura perché la nuova programmazione per marzo sembrava lontanissima e perché dopo più di due anni scoprire di dover aspettare ancora per posare i propri occhi sul nuovo capitolo della storia di Paul Atreides al cinema sembrava essere effettivamente una maledizione. Il tempo, però, da novembre 2023 a febbraio 2024 (grazie anche alla scelta di Warner Bros. di anticipare l’uscita del film) è passato relativamente in fretta e tra una folata di vento nel deserto e un carico di Spezia, ecco che Dune: Parte Due è finalmente qui, pronto per regalarsi al pubblico che tanto lo ha aspettato.
Il viaggio di Paul Atreides (Thimothéè Chalamet) si incrocia definitivamente con quello di Chani (Zendaya) e dei Fremen sul sentiero della vendetta contro i cospiratori che hanno distrutto la Casa degli Atreides. Di fronte alla scelta tra l’amore della sua vita e il destino di tutto l’universo conosciuto, Paul intraprende una missione per impedire un terribile futuro che solo lui è in grado di prevedere.
E “regalarsi” è con ogni probabilità il termine più giusto per parlare di Dune: Parte Due. È il termine più giusto perché il nuovo film di Denis Villeneuve è un vero e proprio tripudio di emozioni per tutta la sua durata. Visivamente maestoso – come e più del primo capitolo – come in molti si aspettavano, questa volta anche la narrazione e lo sviluppo della trama sono una parte importantissima della pellicola. Questo è necessario sottolinearlo perché uno dei punti deboli – e qui si potrebbe fare comunque un discorso a parte, trattandosi di un adattamento della prima parte di un libro diviso in tre parti che compone una saga – del film era proprio la mancanza di incisività dal punto di vista narrativo al punto da far assumere a Dune il contorno di un vero e proprio prologo.
Questa visione con il secondo capitolo viene decisamente confermata, ma la prima pellicola di quella che con ogni probabilità sarà una trilogia (come detto più volte dallo stesso regista, l’eventuale terzo film andrebbe a coprire il secondo libro del ciclo, Messia di Dune) finisce anche per essere elevata grazie a ciò che viene messo su schermo nel nuovo titolo: dopo aver visto Parte Due diventa chiaro come la prima parte fosse in qualche modo indispensabile nell’essere concepita con quel tipo di struttura e natura, proprio per preparare il pubblico al climax ascendente che è l’ultima fatica di Villeneuve e cast.
Un climax ascendente perché sin dai primi istanti di pellicola gli eventi incalzano e procedono a ritmo serrato, pur senza mai dare la sensazione di voler in qualche modo travolgere il pubblico, bensì è chiara l’intenzione di coinvolgere lo spettatore e portarlo in una spirale di eventi sempre più importanti, sempre più chiave e sempre più determinanti per il prosieguo della trama. Non era facile. Non lo era perché di carne al fuoco sotto questo punto di vista ce n’è veramente tanta e questo, unito al cast di eccezione a disposizione del film, rischiava di rendere il tutto confusionario e/o troppo veloce. Villeneuve invece riesce a fare decisamente centro, dando il giusto spazio a tutti gli elementi del film, partendo dal plot fino ad arrivare alla gestione del cast, controllando ogni frammento di questo mosaico immenso che è Dune: Parte Due in maniera sensibilmente perfetta, al punto che lo sviluppo che c’è all’interno del film è lampante è preciso: l’universo narrativo e i personaggi di inizio film finiscono per essere quasi del tutto trasformati entro la fine dello stesso ed è forse questo l’aspetto più importante.
Atreides, Fremen e Harkonnen
Chiaro, Villeneuve ha fatto un ottimo lavoro come direttore d’orchestra, perché riuscire a far muovere tutto alla perfezione senza mai – al netto di qualche minuscolo calo di ritmo nella parte centrale – inciampare non era facile. Ma come ogni direttore d’orchestra che si rispetti, il concerto riesce nel migliore dei modi solo se anche i musicisti riescono a fare il loro dovere.
In tal senso, il lavoro svolto da parte del cast di Dune: Parte Due è semplicemente perfetto. Per l’ennesima volta, sì, serve sottolineare il perfetto bilanciamento cercato e trovato da Villeneuve con questo deluxe, ma serve poi parlare di quanto accurate e grandiose siano state le interpretazioni degli attori. A partire dal protagonista, Thimothée Chalamet: esattamente come il primo film, l’interprete di Paul Atreides è decisamente in parte e in questo secondo capitolo riesce ad andare ancor più in profondità, tracciando una linea netta tra le varie versioni del personaggio. Paul, Muad’dib e Lisan al Gaib sono tre iterazioni del protagonista di Dune, tutte completamente differenti tra loro ma in qualche modo tutte simili grazie all’ottimo lavoro fatto da Chalamet, bravissimo nel cogliere le sfumature e condensarle tutte negli sguardi e, sopratutto, nell’utilizzo e nella modulazione della voce. Nel terzo atto la sua prova è semplicemente da applausi.
Non sono da meno tutti gli altri attori che ruotano attorno al protagonista: Zendaya offre al pubblico una Chani dura e forte, ma anche dalla tenerezza palpabile, tant’è che i primi piani sull’attrice sono tra gli elementi più forti e che più si fisseranno nella mente del pubblico, anche grazie agli occhi blu (dovuti alla Spezia) che penetrano veramente in maniera incredibile. Non più “relegata” ad un semplice cameo, questa volta l’attrice sfodera le sue armi migliori confezionando un’interpretazione memorabile; Rebecca Ferguson con la sua Jessica riesce a compiere un viaggio che porta il suo personaggio dalla paura al potere e l’attrice trasmette benissimo incertezza nella prima parte del film e consapevolezza nella seconda; ancora, Javier Bardem è Stilgar ed è perfetto in questa veste di guerriero del deserto ma al tempo stesso quasi fanatico religioso, un binomio – quello guerra/religione – che nella storia reale si è visto più volte e che è centrale in un mondo come quello di Dune, quindi non c’è da meravigliarsi se per un personaggio così importante e iconico si sia scelto un attore di questo calibro; per non parlare di Florence Pugh, Dave Bautista, Christopher Walken, Josh Brolin o Léa Seydoux, che pur con meno tempo a disposizione hanno modo – anche grazie alla scrittura – di centrare esattamente il punto dei loro personaggi. La maestria di questa seconda parte sta proprio nella capacità di dare ad ogni personaggio il giusto approfondimento che merita a prescindere dall’importanza che rivestono su schermo.
Discorso a parte lo merita Austin Butler, che nel film interpreta Feyd-Rautha Harkonnen, nipote del Barone Harkonnen che viene descritto come un vero e proprio psicopatico: con un’interpretazione che a tratti ricorda molto il modo di recitare di Bill Skarsgård, l’attore si rivela essere la scelta perfetta per dare vita a questa nemesi di Muad’dib: freddo ma istintivo, potente ma manipolabile, folle ma estremamente lucido, Butler porta sul grande schermo un personaggio semplicemente vivo e quando è su schermo con Thimothée Chalamet le scene tra i due sono magnetiche. Il loro scontro a fine film è destinato a diventare iconico.
La Bellezza di Arrakis
E se lo scontro tra Paul Atreides e Feyd-Rautha Harkonnen è destinato a diventare iconico lo si deve anche – e soprattutto – al talento e al gusto per il bello di Denis Villeneuve. Lungo la sua carriera, i film del regista canadese hanno sempre avuto la particolarità di essere non solo mastodontici, ma anche maestosi: sempre belli da vedere e una gioia per gli occhi. Questo Dune: Parte Due non fa assolutamente la differenza.
Anzi, guardando la pellicola è lampante come la cura per i dettagli e per la messa in scena sia stata portata ad un altro livello. In film fantascientifici non è raro riscontrare un immaginario preciso e ideato appositamente per un universo narrativo, ma qui la cosa viene portata a tutt’altro livello: architettura, tecnologia, abbigliamento, armi e persino moda, tutto ideato in maniera funzionale ma soprattutto esteticamente stupenda.
Lato messa in scena, dunque, il lavoro è sublime. Lo è altrettanto dal punto di vista registico, perché la crew di produzione non sbaglia un movimento di macchina e riesce a concertare tutto nel migliore dei modi, anzi. Durante la visione, nonostante sia palese che tutto quello che si sta vedendo sia finzione, non si ha mai – mai – l’impressione di essere davanti a qualcosa di finto: la CGI di livello top, si mischia alla perfezione con il resto della scena, illuminazione e regia fanno poi il resto, andando a rendere – sembra quasi banale dirlo – cinematografico ogni singolo istante di questo film.
Messia di Dune
Dune: Parte Due, quindi, porta al livello successivo tutto quello che già il primo capitolo aveva fatto vedere e intravedere. La storia esplode in un tripudio di eventi e colpi di scena che coinvolgeranno il pubblico al punto da non fargli sentire la durata importante della pellicola (due ore e quarantacinque minuti) perché ogni singola scena mostrata durante il film ha il suo perché e una sua valenza dal peso specifico molto importante. Registicamente si potrebbe dire che si è davanti al solito ottimo lavoro di Denis Villeneuve, ma non sarebbe corretto: il regista fa veramente uno step dal punto di vista della messa in scena e si vede, eccome, perché ogni frame è una gioia per gli occhi. Come gioia per gli occhi (e per le orecchie) sono le interpretazioni del cast, di Thimothée Chalamet, Zendaya e Austin Butler su tutti. Dune: Parte Due è arrivato, il Messia di Dune anche: non resta che andare assolutamente al cinema.
Dune: Parte Due è al cinema a partire dal 28 febbraio. Di seguito, il trailer ufficiale italiano del film:

















