Dopo il debutto a Cannes, Eddington di Ari Aster approda alla Festa del Cinema di Roma, portando con sé l’aura di uno dei film più discussi dell’anno. Si tratta del progetto più ambizioso — e più divisivo — del regista di Hereditary e Midsommar: un’opera che abbandona l’horror in senso stretto per inseguire il western atipico, ambientato durante la pandemia di COVID-19 che tenta di raccontare il volto frammentato dell’America contemporanea. Al cinema dal 17 ottobre con I Wonder Pictures.
Joe Cross (Joaquin Phoenix) è lo sceriffo di una cittadina del New Mexico, che durante i mesi più duri del 2020 si ritrova a incarnare l’opposizione a un sindaco (Pedro Pascal) deciso a imporre misure restrittive e ordine in un contesto di crescente tensione sociale. La cittadina di Eddington diventa presto un microcosmo: una terra in ginocchio dove la paura, la rabbia e il sospetto reciproco si mescolano alla violenza latente di un Paese diviso.
In Eddington Ari Aster usa il western come specchio deformante dell’America. Non un western classico, ma contaminato da elementi di satira politica, dramma corale e allegoria pandemica. L’ambientazione desertica e l’isolamento della comunità in questo senso evocano la fine di un mito: l’America che si guarda allo specchio e non riconosce più il proprio volto. Come nei suoi lavori precedenti, Aster dimostra un’innegabile abilità nello scomporre e rimontare i generi cinematografici. Dopo aver riscritto l’horror familiare e il dramma rituale, sceglie il western come contenitore simbolico per esplorare la crisi identitaria degli Stati Uniti. È un gesto coerente con la sua filmografia: Eddington non è tanto un cambio di rotta, quanto un’espansione del suo discorso autoriale, un cinema che mette in scena comunità chiuse, regole morali distorte e individui travolti dal proprio contesto. Tuttavia, questa volta qualcosa non ha funzionato. L’ibridazione dei toni genera più disordine che tensione. Il film vuole essere tutto: satira politica, parabola religiosa, dramma sociale, allegoria filosofica. Invece di fondere questi registri, Aster li accumula e il risultato è un racconto che continuamente apre porte senza mai chiuderne nessuna.
Il punto di partenza è la pandemia, ma il film si allarga fino a inglobare tutte le grandi nevrosi dell’America recente: il movimento Black Lives Matter, la cultura delle armi, la supremazia bianca, la solitudine digitale, la sfiducia nelle istituzioni, la polarizzazione politica e la diffusione delle fake news. Ciascun tema è affrontato con una certa intuizione ma raramente trova sviluppo o coerenza drammaturgica. C’è un prete armato che predica la redenzione tramite la violenza; un gruppo di cittadini che si organizza in una milizia locale; le proteste per la morte di un ragazzo afroamericano; le teorie complottiste che circolano tra radio locali e social network. Tutto sembra voler dire tutto contemporaneamente, senza una vera prospettiva unificante. Il risultato è un film che parla di un’America confusa attraverso una forma altrettanto confusa.
Eddington aspira a essere una moderna epopea americana, un viaggio fisico e spirituale attraverso una nazione al collasso. La cittadina inventata da Aster diventa una metafora trasparente di un Paese malato: tra virus e paranoia, tra isolamento e fanatismo. Ma a differenza di Nashville di Altman a There Will Be Blood di Paul Thomas Anderson, Aster manca di un centro di gravità. L’idea di fondo resta interessante, ma la regia, per quanto formalmente curata, non riesce a dare un ritmo o una coerenza a queste idee. Sul piano tecnico, Eddington è spesso notevole. La fotografia restituisce un’America quasi post-apocalittica; la messa in scena alterna realismo e simbolismo e alcune il controllo formale di Aster, ma la durata (oltre due ore e mezza) appesantisce il ritmo. Il film vive di episodi isolati, momenti di potenza che però non si tengono insieme. L’uso di volti noti di Hollywood — Phoenix, Pascal, Emma Stone, Austin Butler — accentua la discontinuità: attori di primo piano ridotti spesso a funzioni narrative o apparizioni simboliche.
Con Eddington, Ari Aster conferma di essere uno dei pochi registi americani contemporanei capaci di unire ambizione autoriale e visione estetica personale, ma mostra anche un limite evidente: l’incapacità di contenere il proprio stesso progetto. La sua voglia di ampliare lo sguardo lo conduce a un film che sembra voler riassumere l’intera crisi americana senza davvero scavarla. È un film che trabocca di idee, simboli e buone intenzioni, ma finisce per soffocare sotto il peso della propria ambizione. L’immagine di un’America in frantumi, attraversata da paura e rabbia, è potente, ma il racconto non riesce a sostenerla.
Eddington di Ari Aster arriva al cinema con I Wonder Pictures a partire dal 17 ottobre. Ecco il trailer italiano del film:















