Distribuita in Italia da Paramount+, Girl Taken è una miniserie thriller britannica in sei episodi che si distingue per avere una chiara ambizione autoriale: spostare lo sguardo dal crimine al suo impatto umano. Adattamento del romanzo Baby Doll di Hollie Overton, la serie è interpretata da Tallulah Evans nel ruolo di Lily Riser, Delphi Evans nei panni della sorella gemella Abby, Alfie Allen nei panni del rapitore Rick Hansen e Jill Halfpenny nel ruolo della madre Eve. Abbiamo visto la serie e di seguito vi riportiamo il nostro parere.
Lily Riser, una delle due sorelle gemelle di una famiglia apparentemente ordinaria, viene rapita da Rick Hansen, insegnante stimato e perfettamente integrato nella comunità. Dopo anni di prigionia, Lily riesce a tornare a casa. Ma il ritorno non coincide con una liberazione: la famiglia che ritrova non è più quella che aveva lasciato, e lei stessa non è più la ragazza che era stata.
Girl Taken nasce come adattamento del romanzo Baby Doll di Hollie Overton, opera fortemente introspettiva, costruita quasi interamente sull’esperienza soggettiva della protagonista. Il passaggio dalla pagina allo schermo comporta una trasformazione inevitabile: la serie rinuncia a parte del monologo interiore per spostare l’attenzione verso l’esterno. L’adattamento sceglie di ampliare la prospettiva. Se nel romanzo il punto di vista è fortemente centrato sulla vittima, la serie apre il racconto alla famiglia, alla sorella gemella e alla comunità. La scelta più radicale di Girl Taken è quella di rifiutare la struttura classica del thriller investigativo. Non c’è una corsa serrata alla scoperta del colpevole, né un accumulo di colpi di scena. Lily non “guarisce”: impara, a fatica, a convivere con un corpo che non riconosce più come suo e con una mente attraversata da ricordi che non avrebbero mai dovuto appartenerle.
Accanto a lei, Abby rappresenta un’altra forma di trauma: quello di chi resta. Cresciuta nell’assenza della sorella, vive un senso di colpa irrazionale ma devastante. La sua identità è costruita come “quella che non è stata presa”. Il ritorno di Lily non ricompone l’unità famigliare, anzi la mette alla prova. La madre, Eve, incarna una forma di colpa totalizzante: quella di chi sente di aver fallito nel suo compito primario, proteggere. Ma la serie non costruisce un personaggio espiatorio. Mostra piuttosto come il senso di colpa diventi una struttura che imprigiona più di una cella. La casa, che dovrebbe essere spazio di protezione, è un luogo di tensione, uno spazio fragile in cui il dolore può moltiplicarsi. Rick Hansen, il rapitore, non è rappresentato come un mostro o una figura caricaturale. È inquietante proprio perché ordinario: educato, rispettato, apparentemente affidabile. La serie suggerisce che il male si annida nella normalità più rassicurante, ed è proprio qui che risiede l’orrore.
La regia adotta uno stile sobrio. Niente estetizzazione della violenza, mai un compiacimento visivo. La fotografia predilige toni freddi, luce naturale e il suono ha un ruolo fondamentale. Spesso la musica si ritrae, lasciando spazio ai rumori: passi, respiri. Non tutto però funziona allo stesso livello. In alcuni passaggi, soprattutto nei dialoghi, la scrittura tende a spiegare ciò che l’immagine aveva già suggerito con efficacia. Questo eccesso di chiarezza a volte, indebolisce la forza disturbante del racconto.
Girl Taken è una miniserie a tratti dura, che rinuncia alla seduzione del colpo di scena per inseguire una verità più profonda. I suoi limiti non cancellano la forza di un progetto che ha il coraggio di guardare il trauma non come evento, ma come condizione. Girl Taken sceglie la via più difficile: quella del silenzio, dell’attesa, dell’ascolto del dolore.
Girl Taken è disponibile su Paramount+. Ecco il trailer della serie:













