Con Good Boy, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, il regista polacco Jan Komasa firma il suo primo film in lingua inglese, dopo il successo internazionale di Corpus Christi (candidato all’Oscar nel 2020) e The Hater (premiato a Tribeca). Komasa abbandona i confini del realismo sociale per addentrarsi in un territorio più oscuro e universale, dove la psicologia e la paura diventano strumenti di indagine morale. Al suo fianco: Stephen Graham, che oltre a interpretare il protagonista maschile figura anche come produttore, Andrea Riseborough e Anson Boon, astro nascente del panorama britannico.
Tommy (Anson Boon) è un diciannovenne autodistruttivo, immerso in una spirale di eccessi, droghe e relazioni tossiche. Una mattina si risveglia incatenato in un seminterrato sconosciuto, senza memoria di come ci sia arrivato. Davanti a lui, una coppia distinta e apparentemente benintenzionata, Chris (Stephen Graham) e Kathryn (Andrea Riseborough), gli comunica che è lì per essere “curato”, “rieducato”, riportato alla disciplina e al controllo di sé. Ma dietro il linguaggio terapeutico si cela un meccanismo di dominio: Chris e Kathryn non vogliono guarire Tommy, vogliono plasmare un figlio perfetto, eliminare ogni traccia di devianza, di disobbedienza, di libertà.
La filmografia di Komasa è da sempre attraversata da una tensione morale; in Sala samobójców (Suicide Room, 2011), affrontava il disagio adolescenziale e la fuga nella realtà virtuale, in Corpus Christi esplorava il desiderio di redenzione di un ex detenuto che si finge prete, in The Hater, smascherava la manipolazione digitale e la violenza dell’odio mediatico. Con Good Boy, Komasa sposta il conflitto dalla società alla famiglia, ma la sua indagine resta la stessa: osservare come il potere si insinui nei rapporti più intimi fino a deformarli. Girato tra il North Yorkshire e Varsavia, il film unisce la precisione formale del cinema europeo con la tensione narrativa del thriller psicologico anglosassone e proprio per questo inquieta.
Al centro di Good Boy c’è la famiglia come luogo di formazione e deformazione del sé. Komasa disegna un microcosmo gotico, immerso in un’atmosfera di decadenza borghese, dove l’amore diventa sorveglianza e la cura si trasforma in violenza. La villa in cui si svolge la vicenda è sia platea che prigione: un palcoscenico claustrofobico. Komasa attinge al racconto gotico, ma la rilegge in chiave contemporanea: la mostruosità non nasce dal soprannaturale, ma dall’ordinario, è l’atto di voler “correggere”, a generare il mostro. L’orrore domestico è la maschera sotto cui si cela l’ansia moderna di controllare, guarire, normalizzare.
Stephen Graham è Chris, un padre autoritario all’apparenza magnanimo, un uomo che confonde disciplina con amore. La sua presenza fisica, nervosa, incarna un’autorità che non urla ma inquieta. Graham costruisce un personaggio tragico, prigioniero delle proprie convinzioni. Accanto a lui, Andrea Riseborough offre una prova di straordinaria finezza. Kathryn è una madre silenziosa e ambigua, segnata da un’estetica decadente che riflette la sua interiorità. È spettatrice e complice, figura sfuggente che vive in bilico tra empatia e crudeltà. Poi c’è Anson Boon, il suo Tommy è ribelle, provocatorio, infantile e animale allo stesso tempo. Boon affronta il ruolo con una fisicità viscerale ma sempre controllata; è sopra le righe, ma mai caricaturale. La sua metamorfosi, da vittima passiva a forza selvaggia rappresenta l’essenza del film.
In alcune sue parti Good Boy non può non ricordare Arancia Meccanica di Kubrick, non solo nel tema della rieducazione forzata e della violenza come strumento di controllo, ma soprattutto nella riflessione sulla società che pretende di normalizzare il diverso. Come Alex DeLarge, Tommy è il simbolo di una generazione “malata” che non può essere guarita perché è la società stessa a essere malata. Komasa si muove su una linea sottile tra realismo e allegoria: la violenza non è spettacolare ma interiore, la crudeltà si esprime nel linguaggio, il film diventa così una parabola sull’educazione come potere.
Good Boy è un’esperienza cinematografica intensa. Jan Komasa costruisce un film che uniscetensione narrativa e profondità morale, capace di penetrare nei meccanismi del potere affettivo e della manipolazione familiare. Grazie alle interpretazioni magistrali di Graham, Riseborough e Boon, il film raggiunge un equilibrio tra realismo psicologico e simbolismo gotico, confermandosi come una delle opere europee più affascinanti dell’anno.
Good Boy arriverà in Italia nel 2026. Ecco una clip del film:
















