Il 22 Ottobre su Netflix ha debuttato Il Mostro, miniserie televisiva ideata da Leonardo Fasoli e Stefano Sollima, che racconta della storia vera del Mostro di Firenze. Sarà riuscita questa nuova produzione a ricreare l’effetto Monster? Scopriamolo.
Ci sono serie che nascono per intrattenere, altre che provano a scuotere, e poi ci sono quelle che cercano di fare qualcosa di più sottile e profondo: farci specchiare nel nostro passato, costringerci a guardare le crepe della nostra identità nazionale attraverso il filtro del racconto. Il Mostro di Netflix – nuova produzione italiana firmata da Leonardo Fasoli e Stefano Sollima – appartiene a quest’ultima categoria. Non vuole semplicemente ricostruire le vicende legate al Mostro di Firenze, né ambisce a risolvere un enigma giudiziario che continua ancora oggi a generare dossier, ipotesi e ossessiona gli appassionati di true crime e non solo. Al contrario, decide di discostarsi rispetto alla cronaca per concentrarsi sul contesto, sulla cultura che ha reso possibile non solo gli omicidi, ma l’immaginario che li ha avvolti. E nel farlo, la serie ci trascina in un’Italia che non è solo scenario, ma personaggio vivente, soffocante e silenziosamente complice.
La miniserie consta di quattro episodi da circa un’ora ciascuno, episodi che hanno una traiettoria narrativa precisa: seguire la cosiddetta “pista sarda”, quella che coinvolge le famiglie Mele e Vinci, piuttosto che ripercorrere l’intera vicenda del Mostro assai più impegnativa. Non è quindi una docu-serie, non è una ricostruzione giornalistica né un thriller investigativo classico ma un pò un period drama. Questa concentrazione su un frammento di storia è sia un punto di forza, che il limite più grande di essa, che genera nello spettatore un senso di incompiutezza.
Fasoli e Sollima non cercano la soluzione, ma l’origine. Come se il Mostro non fosse una singola persona disturbata, ma una creatura generata da un intero clima culturale e sociale, un’entità collettiva partorita dal patriarcato, dalle repressioni morali, dall’arretratezza giuridica di un’Italia che si trova a metà tra il passato fascista e un futuro che fatica a prendere forma. La domanda implicita non è “Chi ha ucciso?”, ma “Chi ha reso possibile tutto questo?”.
Uno degli aspetti più riusciti della serie è la rappresentazione del Paese del dopoguerra. Non un’Italia romantica o pittoresca, ma un organismo brulicante di tensioni, miserie, leggi che ancora parlano il linguaggio del possesso e dell’onore. C’è una scena che resta particolarmente impressa: un uomo viene arrestato per aver abbandonato la famiglia; altrove si accenna al delitto d’onore ancora non perseguibile per legge. Non sono semplici dettagli d’epoca: sono colpi inferti allo spettatore, schiaffi morali che ci ricordano come quel Mostro non si nascesse nel vuoto, bensì in un terreno fertilizzato dalla violenza sistemica e dalla complicità sociale.
Sollima, come già in Romanzo Criminale e Soldado, dimostra di essere un maestro nel raccontare gli spazi invisibili tra bene e male, nel farci capire che il vero orrore non è sempre nel gesto estremo del singolo, ma nella normalità che lo rende accettabile. Svariati momenti che noi ora riteniamo problematici sono visti e discussi come la normalità all’interno della miniserie. La regia è precisa, cupa, spesso contemplativa: indugia sui silenzi, sulle espressioni, sui paesaggi rurali che sembrano inghiottire i personaggi e trasmettono un senso di claustrofobia, in aperto contrasto invece con le lunghe distese di campi della provincia Italiana che vediamo nella serie. Non c’è spettacolarizzazione della violenza, non c’è compiacimento. C’è invece la volontà di mettere lo spettatore di fronte a un’umanità spogliata delle sue illusioni civili.
Le interpretazioni attoriali rappresentano uno dei punti di forza del progetto. Marco Bullitta e Valentino Mannias restituiscono con intensità e rigore psicologico la fragilità e la brutalità degli uomini coinvolti nei fatti. Non li vediamo come figure mostruose e distanti, ma come esseri umani che vivono in una tensione costante tra l’istinto e la legge, tra il desiderio e la repressione. Straordinaria anche Liliana Bottone, che interpreta la dottoressa Silvia Della Monica con una fermezza che diventa quasi un atto politico: il suo personaggio non è solo un’investigatrice, ma una figura di transizione tra un’Italia che opprime e una che tenta, con fatica, di cambiare. La sua presenza è un contrappunto necessario: porta in scena non solo la razionalità dell’indagine, ma anche la resistenza morale contro un sistema complice.
Se però Il Mostro affascina e conquista grazie alla sua atmosfera ed alle interpretazioni, non riesce fino in fondo a mantenere la stessa coesione narrativa. Quattro episodi sono pochi per abbracciare un arco temporale che va dal 1968 al 1985. La serie finisce così per sembrare quasi amputata: ciò che viene raccontato è suggestivo e spesso potente, ma c’è la sensazione che manchi un respiro più ampio. I salti temporali sono bruschi, alcuni personaggi entrano ed escono di scena senza un vero sviluppo, e il coinvolgimento emotivo fatica a mantenersi costante.
L’impressione è che Sollima e Fasoli abbiano puntato a costruire una grande allegoria del male italiano, ma abbiano finito per sacrificare quella progressione drammatica che rende una storia davvero memorabile. Le intenzioni sono ammirevoli e pregevoli, ma la forma breve non permette di farle maturare pienamente.
Uno dei limiti percepiti durante la visione è la volontà di posizionare Il Mostro in continuità con il filone internazionale delle serie sui serial killer, in particolare quelle americane che hanno consacrato figure come Jeffrey Dahmer o Ted Bundy a icone televisive disturbanti e magnetiche. Ma il punto è che la storia italiana del Mostro di Firenze è profondamente diversa: non ha un protagonista univoco, non si presta a una narrazione individuale del male. Il tentativo di “americanizzare” lo sguardo, pur rimanendo visivamente e culturalmente ancorati all’Italia, genera una sensazione di contrasto percettibile. La serie sembra in bilico tra l’essere un racconto corale sulla degenerazione sociale e il voler produrre un nuovo “mostro televisivo” da esportare. Questo conflitto interno toglie forza al risultato finale.
Il Mostro non è una serie sbagliata. È una serie incompleta. Porta sullo schermo una riflessione urgente e necessaria, soprattutto in un’epoca in cui il true crime è diventato ancora più popolare e da un interesse per la morbosità seriale è diventato un consumo d’intrattenimento per tutti. Ricorda allo spettatore che dietro ogni atto di violenza estrema esiste un contesto che lo rende possibile, una società che lo alimenta, un sistema che lo copre. Ma al tempo stesso, non riesce a trasformare questa consapevolezza in un racconto compiuto e coerente. L’impatto emotivo è intermittente, l’interesse iniziale si affievolisce nel corso degli episodi, fino a lasciare una sensazione di vuoto, come se mancasse l’ultimo atto di una tragedia.
Alla fine dei quattro episodi, ciò che resta non è tanto l’immagine del killer nascosto nelle campagne toscane, né il brivido dell’indagine. Ciò che resta è una domanda silenziosa e terribile: quanto di quell’Italia esiste ancora oggi? Il patriarcato, le zone d’ombra della giustizia, le complicità sociali, le paure represse: il Mostro, sembra dirci la serie, non è un individuo ma un riflesso collettivo. E guardarlo in faccia significa guardare anche noi stessi. Non un capolavoro, non un fallimento: un tentativo coraggioso che indica una strada da percorrere. Se ci sarà un seguito, non basterà il coraggio ma dovrà esserci anche una strada solida, capace di sostenere il peso della storia che si vuole raccontare. Per ora, resta l’eco di un racconto che ci insegna che il male, quando nasce, non lo fa mai da solo. E che l’Italia, talvolta, non è solo lo scenario del Mostro: è la sua culla.
Il Mostro è disponibile su Netflix Italia con i suoi quattro episodi diretti da Stefano Sollima, qui di seguito il trailer.

















