La produzione di In the Hand of Dante iniziò in tempi non sospetti, precisamente nel 2008, quando Johnny Depp, all’apice del successo al box office, decise di voler adattare il libro omonimo in un film. Fortunatamente, quel progetto non andò avanti, fino al 2025, quando In the Hand of Dante venne annunciato per il Festival di Venezia. La produzione principale resta quella di Depp, la Infinitum Nihil, affiancata dalla casa di produzione del cantante Drake, già nota per la fortunata serie Euphoria.
Spazio e tempo si scontrano in vite parallele che abbracciano 700 anni quando l’autore Nick Tosches viene coinvolto in una violenta ricerca per confermare le origini di un manoscritto che si ritiene essere la Divina Commedia di Dante, scritto di pugno dal poeta. Dopo l’improvvisa morte della figlia, Nick viene richiamato dall’esilio autoimposto da un boss mafioso per la sua competenza sullo scrittore italiano. Con l’aiuto di un imprevedibile assassino di nome Louie, la coppia intraprende un viaggio oscuro e omicida per rubare e autenticare l’opera inestimabile. Ambientato tra il XXI e il XIV secolo, In the Hand of Dante intreccia le vite di Nick e Dante nella loro ossessiva ricerca di amore, bellezza e divino.
Il cast del film comprende attori di talento come Oscar Isaac e John Malkovich, che però sembrano aver dimenticato come si recita e come usare le espressioni facciali, forse per non far sfigurare Gal Gadot, che continua a mostrare problemi nella recitazione parlata e nei movimenti corporei. Altri attori, come Martin Scorsese — qui nei panni di attore — interpretano personaggi mal scritti e irrealistici, mentre Gerard Butler rimane vincolato a uno stereotipo. Jason Momoa ha qualche battuta simpatica, mentre Sabrina Impacciatore, reduce dai consensi per White Lotus e dal nuovo progetto The Paper, sembra competere con Gadot in termini di interpretazione piatta, senza tono e con recitazione poco convincente. Da notare che Oscar Isaac ha sostituito Johnny Depp come prima scelta per il film: immaginare Dante interpretato da Depp, con la personalità di Jack Sparrow, avrebbe forse completato una serie di scelte discutibili.
La filmografia di Julian Schnabel non è molto ampia, contando solo sette film, ma la sua produzione artistica è vasta in pittura. Il regista si è distinto in passato per i suoi film biografici, ricevendo premi e una candidatura agli Oscar. Tuttavia, in questa pellicola nulla sembra appartenere a Schnabel: la regia appare scolastica, poco ispirata e priva di interesse, aggravata da una sceneggiatura che non aiuta minimamente e dall’uso del bianco e nero alternato al colore, scelta scontata e monotona.
Tratto dall’omonimo romanzo del 2002, il film segue la storia originale, e forse questo è il problema principale: adattare significa anche modificare ciò che è scritto per renderlo più fruibile sul grande schermo, cosa che qui non avviene. L’idea di base risulta errata e, in parte, offensiva per il pubblico italiano. La sceneggiatura, curata da Schnabel e Louise Kugelberg, autori anche di Van Gogh (2018) con Willem Dafoe, crolla su se stessa, in una vera e propria “Caporetto veneziana”, con una trama che non decide dove andare e troppi finti finali che allungano inutilmente la narrazione.
Anche costumi e scenografia risultano incongruenti: il film non si limita al periodo di Dante, ma include anche il 2001, epoca con uno stile ben definito che sta tornando di moda. Tuttavia, il film non riesce a trasmettere questa distinzione e rimane ancorato a un’Italia post Seconda Guerra Mondiale.
È difficile capire come questo prodotto sia finito nella selezione fuori concorso di Venezia 82. Il film appare confuso, con l’intento di raccontare una storia propria attraverso la Commedia di Dante. Il risultato è pressoché penoso: stereotipi sull’Italia del Sud, accenti alla “Super Mario”, e un film di due ore e trenta minuti che avrebbe potuto durare molto meno, considerando i numerosi finti finali che dilatano inutilmente la narrazione, frustrando lo spettatore.
In the Hand of Dante fallisce sotto ogni punto di vista a causa dei ritardi nei lavori. Forse sarebbe stato meglio lasciare il progetto come idea o, meglio ancora, come libro del 2002. Il film è un insulto a Dante, all’Italia e agli spettatori, che pagano il biglietto sperando in qualche momento di coinvolgimento o di emozione.
















