Only Murders in The Building torna con la sua quinta stagione il 9 Settembre su Disney+, e lo fa tornando alle radici, rinnovando il legame tra il mistero e l’Arconia.

Con la quinta stagione di Only Murders in the Building, disponibile su Disney+, John Hoffman e Dan Fogelman riportano lo spettatore là dove tutto è cominciato: l’Arconia, quel condominio newyorkese diventato teatro non solo di crimini ma anche di relazioni, memorie e legami affettivi.

Dopo una quarta annata che aveva osato spostare il baricentro narrativo su un set cinematografico, il nuovo ciclo di episodi sceglie di stringere l’inquadratura sul palazzo e sul suo microcosmo. La morte improvvisa di Lester, il portinaio interpretato da Teddy Coluca, scuote dalle fondamenta la comunità e costringe Mabel Mora(Selena Gomez), Charles Haden Savage(Steve Martin) e Oliver Putnam (Martin Short) a riaprire i microfoni del loro podcast.

È un ritorno alle origini, dichiarato fin dal primo episodio: un cadavere nel giardino dell’Arconia, un trio di improvvisati detective e un mistero che coinvolge direttamente chi lo vive da dentro. Ma dietro questa apparente semplicità si cela una stagione sorprendentemente ricca, capace di intrecciare il giallo classico con una riflessione sul potere, sulle relazioni di comunità e sul senso stesso di appartenenza. Uno degli aspetti più riusciti della quinta stagione è la scelta di dare centralità a Lester, figura sempre rimasta ai margini ma familiare a ogni spettatore. La puntata interamente dedicata a lui rappresenta uno dei momenti più emozionanti dell’intera serie: non si tratta di un filler, né di un esercizio di sentimentalismo forzato, bensì di un approfondimento necessario. Attraverso flashback e confessioni, scopriamo come Lester sia arrivato al palazzo, quale rapporto abbia sviluppato con i condomini e quanto il suo lavoro fosse più di una semplice mansione. La regia riesce a rendere palpabile la connessione quasi organica tra il portinaio e l’Arconia: un legame fatto di piccoli gesti, di sguardi, di routine invisibili che però reggono l’intero equilibrio della comunità. La sua assenza diventa così un vuoto non solo affettivo, ma anche strutturale. Per Mabel, Charles e Oliver, indagare sulla sua morte significa in realtà confrontarsi con la perdita di un pilastro silenzioso, un uomo che aveva sempre saputo osservare senza giudicare e che spesso, tra le righe, aveva dato al trio intuizioni fondamentali.

Only Murders in the Building ha sempre avuto un talento particolare nell’integrare guest star di grande richiamo senza mai farle sembrare mere comparse di lusso. La quinta stagione conferma questa vocazione, anzi la amplifica: Bobby Cannavale, Christoph Waltz, Logan Lerman, Renée Zellweger arricchiscono la galleria di volti che orbitano intorno all’Arconia. Cannavale, nei panni del signor Caccimelio, un mafioso di second’ordine che gestisce affari poco chiari all’interno del palazzo, offre una performance intensa e credibile. È vero, l’attore si trova nuovamente intrappolato in un ruolo da “italoamericano losco”, ma il suo carisma riesce a dare tridimensionalità a un personaggio che poteva facilmente scivolare nella macchietta. L’intreccio che lega Caccimelio ai CEO interpretati da Waltz, Lerman e Zellweger è il cuore della sottotrama più politica della stagione.

I tre magnati rappresentano un’esplicita caricatura dei cosiddetti oligarchi tech della società contemporanea: uomini e donne che, più che per intimidazione fisica, dominano grazie a capitale, influenza e potere mediatico. Hoffman e Fogelman non si limitano a sfruttare questa figura come mero cliché narrativo, ma ne fanno un punto critico. I CEO non sono villain da fumetto, bensì incarnazioni di un sistema che manipola la società attraverso algoritmi, social media e concentrazione economica. In questo senso, la serie intercetta e amplifica discussioni molto presenti nell’America del 2025, dimostrando ancora una volta la sua capacità di raccontare il presente attraverso la lente del mistery.

Se Only Murders è diventata in pochi anni una delle serie più amate e premiate del panorama televisivo, il merito va soprattutto al suo trio di protagonisti. Selena Gomez, Steve Martin e Martin Short continuano a dimostrare un’intesa quasi magica: il contrasto tra la calma disincantata di Mabel, la goffa serietà di Charles e l’entusiasmo teatrale di Oliver resta la cifra più irresistibile dello show. Questa quinta stagione li mette a dura prova non solo come investigatori, ma anche come comunità affettiva. La morte di Lester li spinge a riflettere su ciò che significa invecchiare, radicarsi in un luogo, sentirsi parte di una famiglia scelta. I momenti più intimi — un dialogo sussurrato tra Charles e Mabel, una confessione improvvisa di Oliver — bilanciano perfettamente il ritmo serrato dell’indagine. Il merito degli autori sta nell’evitare il sentimentalismo: l’amicizia tra i tre non viene mai idealizzata, ma attraversa conflitti, incomprensioni e ironie pungenti. Proprio questa onestà rende il loro legame autentico e commovente.

In un panorama televisivo dominato da colpi di scena forzati e shock value, Only Murders in the Building resta fedele alla sua filosofia: disseminare indizi con coerenza, lasciare che lo spettatore giochi al detective insieme ai protagonisti, evitare twist gratuiti. La quinta stagione perfeziona ulteriormente questa formula, con una scrittura che privilegia la coesione narrativa alla sorpresa fine a sé stessa. La morte di Lester non è solo un enigma da risolvere, ma diventa catalizzatore di domande più ampie: chi custodisce davvero la memoria di un luogo? Chi decide quali vite contano e quali no? In questo senso, la serie conferma di essere molto più di un semplice whodunit: è una riflessione ironica e affettuosa sul vivere insieme, sull’essere comunità.

Un altro elemento che rende questa stagione particolarmente riuscita è il modo in cui l’Arconia torna a essere protagonista. Dopo aver esplorato teatri, studi e set, la serie sceglie di rinchiudersi nuovamente tra le mura del condominio, quasi a ricordare che ogni buon mistero ha bisogno di un luogo che respiri insieme ai personaggi. Le stanze, i corridoi, il giardino dove viene ritrovato Lester: tutto contribuisce a creare un’atmosfera claustrofobica ma affascinante, in cui ogni dettaglio può essere una traccia. È un ritorno alle origini che non sa di regressione, bensì di maturità: la serie conosce i suoi punti di forza e li valorizza con intelligenza.

Arrivare a una quinta stagione senza perdere freschezza non è un’impresa da poco. Hoffman e Fogelman dimostrano ancora una volta di avere ben chiara la direzione della serie. Ogni stagione ha avuto una propria identità: la prima come scoperta, la seconda come espansione, la terza come riflessione meta-teatrale, la quarta come immersione nel mondo del cinema. La quinta, invece, sceglie il ritorno a casa, ma con uno sguardo più maturo e consapevole. Il tono resta leggero e ironico, ma non mancano momenti di sincera malinconia. La serie riesce a parlare della morte e della perdita senza mai appesantire la narrazione, mantenendo sempre quella leggerezza che la contraddistingue. Un altro merito di questa stagione è la capacità di fondere il puro intrattenimento con la critica sociale. L’inserimento dei magnati tech non è un semplice pretesto per introdurre guest star di prestigio, ma diventa spunto per parlare del potere delle élite contemporanee. È un discorso che potrebbe facilmente scivolare nella retorica, ma che la serie affronta con ironia tagliente e intelligenza.

In un certo senso, Only Murders in the Building riesce a fare ciò che la commedia sofisticata americana ha sempre saputo fare nei momenti migliori: intrattenere e allo stesso tempo offrire uno sguardo critico sulla società. Questo filone, nato con i classici hollywoodiani e poi evolutosi nel cinema contemporaneo, trova forse i suoi esempi più vicini al pubblico moderno nei film di Woody Allen, come Manhattan o Annie Hall, e nelle commedie romantiche sofisticate degli anni Ottanta e Novanta come Harry ti presento Sally. Opere che, proprio come la serie, sanno bilanciare leggerezza, dialoghi brillanti e ironia affilata con riflessioni profonde sui rapporti umani e sulla società. La quinta stagione non chiude tutte le sue porte: anzi, lascia intravedere la possibilità di un finale carico di pathos e sentimento. Se da un lato la trama gialla trova una risoluzione soddisfacente, dall’altro emergono linee narrative che preparano il terreno per quello che potrebbe essere l’ultimo atto. Gli spettatori hanno ormai imparato ad amare non solo i protagonisti, ma anche la comunità di personaggi secondari che orbitano attorno all’Arconia. L’idea che la serie si avvii verso una conclusione genera un misto di attesa e malinconia: come ogni buon mistero, anche Only Murders sembra sapere quando è il momento di chiudere il cerchio.

La quinta stagione di Only Murders in the Building è un ritorno a casa, nel senso più profondo del termine. Tornare all’Arconia significa tornare al cuore pulsante della serie: le relazioni, le memorie, il senso di comunità che lega i protagonisti e gli spettatori. Con una scrittura solida, una regia attenta e un cast eccezionale — arricchito da guest star di primo piano — la serie dimostra di saper ancora sorprendere e commuovere. Non con colpi di scena gratuiti, ma con la forza dei personaggi e con la capacità di raccontare storie che, pur partendo da un delitto, parlano in realtà di vita, legami e appartenenza. Se questa stagione prelude davvero a un finale, possiamo dire che Only Murders in the Building si avvia a concludere il suo percorso con la stessa eleganza e intelligenza con cui lo ha cominciato. E per noi spettatori, sarà difficile dire addio a Mabel, Charles e Oliver: tre detective improvvisati che, episodio dopo episodio, ci hanno insegnato che la vera indagine non riguarda mai soltanto l’assassino, ma il significato stesso di vivere insieme.


La quinta stagione di Only Murders in the Building arriva su Disney+ a partire dal 9 settembre. Ecco il trailer italiano della serie:

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