October 15, 2019
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  • Intervista a David Mack | Speciale Lake Como Comic Art Festival 2019

Intervista a David Mack | Speciale Lake Como Comic Art Festival 2019

  • di Nicolò Beretta
  • Giugno 6, 2019
  • Comments Off

Alla scorsa edizione del Lake Como Comic Art Festival (leggi qui il nostro reportage), era presente anche David Mack, uno che nel mondo del fumetto (e non solo) ha fatto davvero di tutto. Le sue copertine per la prima serie di Alias sono degli autentici capolavori, come tutti i lavori che erano esposti al suo stand durante la convention a Cernobbio. Abbiamo scoperto una personalità calma, piacevole ed accogliente verso tutti coloro che si avvicinavano ad ammirare i suoi disegni o a scambiare qualche parola.


Ciao David! Benvenuto su RedCapes! Come stai?

Tutto bene, grazie mille! Mi sto godendo questo Lake Como Festival

E’ un grande piacere poterti incontrare. Sei già stato in Italia?

No, questa è la mia prima volta qui. Rimarrò qui qualche giorno anche dopo la convention, così potrò visitare qualche bella città

Come avrai notato, questo tipo di evento è molto diverso da tutti gli altri, probabilmente diverso anche da quelle che hanno luogo in America. Cosa ne pensi?

Mi piace molto. Non essendoci troppa gente, c’è un clima molto tranquillo, si può parlare con molta calma. E’ molto intima, ecco.

Prima di parlare dei tuoi fumetti, mi piacerebbe molto sapere quali sono, in generale, i tuoi punti di riferimento

Quando ero piccolo, rimasi affascinato da Frank Miller, Will Eisner, Bill Sienkiewicz, Keith Williams, Mike Mignola. Erano questi i miei idoli, e lo sono tutt’ora. Facevano cose diverse da tutti gli altri, e per questo mi colpirono molto.

Quando penso al tuo nome, penso immediatamente alle splendide cover che hai realizzato per la serie Marvel di Alias. Le ritengo arte pura. Tornando indietro a quei tempi, come ricordi il lavoro insieme a Brian M. Bendis e Michael Gaydos?

Ti ringrazio per i complimenti. E’ stato splendido: ero in contatto con Brian già da tempo, ma non avevo ancora ben chiaro cosa volesse fare in quella serie. Mi disse solo che voleva che io realizzassi delle copertine per questa serie, un progetto che sarebbe stato molto diverso da tutto il resto, e voleva che le copertine fossero altrettanto. Da li poi, abbiamo cominciato a sentirci più spesso, dando vita a ciò che poi è diventata Alias.

Una caratteristica che adoro dei tuoi disegni è la forte umanità che, in particolare i supereroi, esprimono attraverso i loro visi, il loro sguardo. Insomma, come ci riesci?

Mettendoci sempre molto tempo, lavoro ai disegni solo dopo aver scritto la sceneggiatura, usando lo stesso tipo di approccio. Anche se sai di cosa parlerà la storia, mi chiedo sempre, ad esempio, da che punto di vista la racconterei. Appunto, cerco di fare questo anche nei miei disegni: mi chiedo se sia meglio usare la pittura piuttosto che un collage, cercare di capire quali colori utilizzare, che approccio usare. Allo stesso modo, mi pongo delle domande su come debba rendere dei personaggi, se renderli più misteriosi, più espressivi. Ho imparato molto lavorando a Kabuki e a Daredevil: in primis, metto in scena i personaggi, mettendo una certa distanza tra loro e il lettore, per poi avvicinarli sempre di più, sfruttando, ad esempio, delle inquadrature più ravvicinate. In queste situazioni, cerco di renderli i più realistici possibili, come se fossero delle persone vere. Ad un certo punto, può anche accadergli qualcosa di molto personale, e quindi non ho più bisogno di rendere questo “super realismo”. Se continuassi, si esaurirebbe questo effetto.

E tornando a parlare di Alias, come ti sei sentito quando la Marvel ha riunito il vecchio team della serie per scriverne il “sequel”?

Beh, è stato bellissimo. E’ passato molto tempo dal 2001, quando è uscita la prima serie di Alias, e nel frattempo è uscito pure lo show televisivo. Tornare a lavorare a quelle copertine, di nuovo insieme a Brian e Michael, è stato emozionante.

Ti è piaciuta la serie di Netflix?

Si, mi è piaciuta molto! Mi hanno anche chiesto di lavorare alla sigla di apertura, per cui abbiamo anche vinto una nomination agli Emmy. 20 anni fa, nessuno di noi ci avrebbe mai creduto.

Hai centrato il punto della prossima domanda. Com’è stato lavorare proprio su quell’opening?

Molto divertente. Avevo già realizzato i titoli di coda di Captain America: The Winter Soldier, ma si è trattato di un lavoro molto diverso. In Jessica Jones, ho cercato di creare un contesto, un’atmosfera, prima ancora che inizi a guardare la prima puntata. Ecco, ho cercato di fare la stessa cosa che faccio nei miei fumetti: creare un’atmosfera e catturare l’attenzione della gente.

Hai citato prima un altro personaggio Marvel su cui hai lavorato, ovvero Daredevil, nelle storie “Parti di un Buco” e “Gli Ultimi Giorni”. Ti piacerebbe tornare magari in futuro a lavorarci? Scrivendo o disegnando?

Mi piacerebbe molto. Daredevil è stato il mio primo lavoro in Marvel, parlando a livello di scrittura. Molto di quello che ho fatto deriva da Kabuki: durante una convention nel 1995, incontrai Joe Quesada, e gli mostrai alcune pagine della mia serie. Qualche tempo dopo, mi telefonò, proponendomi di lavorare ad una storia disegnata da lui. Tre anni dopo, mi richiamò, chiedendomi se avessi voluto raccogliere il testimone che lui e Kevin Smith avrebbero lasciato a breve. Era una grande sfida per me: avevo sempre lavorato su soggetti o personaggi creati da me. Daredevil ha una storia ricchissima, una vera e propria mitologia, dunque ho riflettuto a lungo su come avrei dovuto approcciarmi al progetto: dovevo rispettare il background del personaggio, ma al contempo cercare di dargli anche qualcosa di mio. In Kabuki, ho sempre fatto tutto io: sceneggiatura, disegni, colori, inchiostrazione, lettering. E allora mi sono ritrovato a scrivere una storia che sarebbe poi stata disegnata da qualcun altro. E’ stata una doppia sfida, ma mi sono trovato molto bene, e mi piacerebbe, prima o poi, riprendere in mano Daredevil.

Un’altra tua caratteristica, che si può notare proprio nella storia Parti di un Buco, è lo scrivere fuori dai balloon, andando anche a scrivere i pensieri dei personaggi sui loro stessi disegni. Perché questa scelta?

Quando lavori ad un fumetto, ci sono molti modi per mettere sulla carta la tua idea. In un film, i personaggi si muovono e parlano contemporaneamente, quindi puoi tranquillamente seguire una scena.  Nei fumetti, parole e immagini si contendono un determinato spazio, dovendo dunque cercare un equilibrio. Scrivere sulle immagini è semplicemente una “soluzione” a questo problema, amalgamando i due elementi. Ho fatto un sacco di prove su Kabuki, dove, se qualcuno pensava o provava qualche sensazione, ho provato ad utilizzare questo espediente, anziché utilizzare i soliti balloon. Riportando questo anche in Daredevil, ho capito che è stata una mossa vincente: si tratta pur sempre di un personaggio che sperimenta il contatto con il mondo esterno in una maniera unica, e ho voluto rendere questo utilizzando questa “tecnica”.

E che tipo di risposta hai ricevuto dai lettori?

Credo che sia piaciuta come resa. Il personaggio di Echo, ad esempio, vede, ma non può sentire. Ho cercato quindi di riportare quello che avevo fatto su Daredevil anche su di lei, cercando appunto di far provare alla gente il modo in cui anche lei percepisce il nostro mondo. E’ come se stesse facendo un puzzle, cercando coma può di non perdersi i pezzi. Questi personaggi sono molto profondi proprio perché è come se analizzassero tutto ciò che ci circonda, raccogliendo più informazioni possibili. Per scrivere Echo, ho letto molte biografie di persone come loro: ho imparato che i bambini sordi, ad esempio, si chiedono proprio se i fulmini, la pioggia, la neve, o gli arcobaleni, le stelle e il cielo abbiano un suono. Sono le stesse domande che ho cercato di far trasparire anche nella storia di Echo.

Mi hai lasciato letteralmente senza parole. Parlando più in generale, sei uno dei fumettisti più versatili. Ma quale aspetto apprezzi di più del realizzare un fumetto?

Mi piace fare di tutto. Adoro disegnare, ovviamente, ma anche raccontare storie e dipingere copertine. Mi piace fare molte altre cose, come ad esempio la sigla di JJ, ma dirigo anche videoclip musicali.

Davvero?

Si. Ho realizzato diversi video per Amanda Palmer, la moglie di Neil Gaiman e cantante dei The Dresden Dolls. Ne abbiamo fatto uno anche insieme a Neil: lei ha scritto la musica, lui ha raccontato il testo, e io ho animato il video. L’ultimo che ho fatto è per la canzone Pulp Fiction, uscito l’anno scorso, ed è fatto tutto in stop motion. Ne ho fatto un altro, sempre lo scorso anno, per i Dashboard Confessional. La canzone è We Fight.

David, c’è qualcosa che NON fai?

(ride, ndr) Ti dirò, ora sto anche sviluppando la serie tv di Kabuki insieme a SONY, e non vedo l’ora che cominci la lavorazione. Farò anche per quella i titoli di testa, ovviamente. Mi piacerebbe anche continuare a fare i video musicali. La cosa divertente è che accetto sempre proposte come queste… Ma poi non so mai come farli (ride, ndr). Però alla fine escono, senza nemmeno sapere come li ho fatti.

Ultima domanda. Personalmente, mi piacerebbe davvero molto vederti al lavoro su Sandman, e ora che mi hai detto che conosci anche Neil Gaiman, ci spero ancora di più. E’ una cosa che ti piacerebbe fare?

Molto! Ho fatto le copertine per Sandaman Universe che è uscito l’anno scorso, e sto comunque lavorando con Neil per le copertine di American Gods. Ho anche fatto una piccola animazione, di pochi secondi, per la serie Good Omens. E stiamo lavorando insieme per le stampe di Never Wear. Perciò, si, mi piacerebbe davvero molto se, prima o poi, portassi questa collaborazione con Neil anche sulla serie di Sandman.

Pensaci, ti prego.

Promesso!

Grazie mille per la tua disponibilità, David. E’ stato un grande piacere, e speriamo di vederti presto di nuovo in Italia, magari alla prossima edizione di Lake Como Festival!

Il piacere è tutto mio. Spero proprio di poter tornare presto in Italia. Ciao RedCapes!

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