La fine di Oak Street segna il ritorno dietro la macchina da presa di David Robert Mitchell, regista di It Follows e Under the Silver Lake, che firma anche la sceneggiatura di questa avventura fantascientifica prodotta, tra gli altri, da J.J. Abrams. Il film e al cinema dal 12 agosto con Warner Bros. Pictures, con un cast guidato da Anne Hathaway ed Ewan McGregor, affiancati da Maisy Stella e Christian Convery. Abbiamo visto il film e di seguito vi riportiamo il nostro parere.
Ambientato negli Stati Uniti degli anni Ottanta, il film segue la famiglia Platt, alle prese con una quotidianità apparentemente ordinaria nella tranquilla periferia americana. Tutto cambia quando un misterioso evento cosmico sconvolge Oak Street: l’intero quartiere viene improvvisamente strappato dal luogo a cui appartiene e trasportato in un ambiente sconosciuto, ostile e completamente irriconoscibile. Privati di qualsiasi certezza e costretti a confrontarsi con pericoli che sembrano sfidare ogni spiegazione razionale, i Platt comprendono rapidamente che l’unica possibilità di sopravvivere è riuscire a restare uniti.
C’è un immaginario che negli ultimi quindici anni è diventato quasi una seconda casa per una parte della cultura pop contemporanea: quello degli anni Ottanta. Un decennio continuamente rievocato attraverso il cinema, la televisione, la musica e persino la letteratura, trasformato progressivamente da semplice periodo storico a vero e proprio linguaggio estetico. Biciclette lanciate lungo le strade di quartieri residenziali, villette residenziali, ragazzini lasciati liberi di esplorare il mondo, walkie-talkie, sale giochi, sintetizzatori, famiglie apparentemente perfette e qualcosa di inspiegabile pronto a nascondersi appena oltre il giardino di casa. È un insieme di immagini immediatamente riconoscibili, figlio tanto del cinema di Spielberg quanto della narrativa di Stephen King e di un’intera tradizione fantastica e avventurosa che continua ancora oggi a influenzare il nostro modo di rappresentare quel decennio.
Un immaginario sul quale si è costruita soprattutto la nostalgia di una generazione millennial cresciuta, direttamente o indirettamente, con quelle storie. Negli ultimi anni, però, quella stessa nostalgia è stata sfruttata così intensamente da iniziare a mostrare qualche segno di stanchezza. La cultura pop ha trasformato gli anni Ottanta in un repertorio dal quale continuare a pescare, spesso limitandosi a riprodurne simboli, colori e musiche nella speranza che il riconoscimento possa sostituire il racconto. E forse proprio le generazioni successive, che quel decennio non lo hanno vissuto e non possiedono nei suoi confronti lo stesso legame, hanno iniziato a percepirne la ripetitività.
David Robert Mitchell sembra essere perfettamente consapevole di questo rischio. La fine di Oak Street è ovviamente un film immerso negli anni Ottanta e non cerca mai di nasconderlo. Lo raccontano i costumi, le automobili, gli arredamenti, le acconciature, gli oggetti e soprattutto il modo in cui viene costruita la provincia americana nella quale prende vita la storia. Mitchell attinge a quell’immaginario e gioca continuamente con la memoria cinematografica dello spettatore, ma evita di trasformare il riferimento nell’obiettivo. È una distinzione fondamentale, perché dietro la superficie nostalgica rimane un racconto capace di funzionare indipendentemente dal periodo nel quale è ambientato. Cambiando costumi, automobili e tecnologia, La fine di Oak Street potrebbe continuare a esistere.
A rafforzare questa sensazione, la straordinaria colonna sonora composta da Michael Giacchino non si limita a sottolineare l’ambientazione temporale o ad accompagnare nostalgicamente le immagini. La musica diventa parte integrante della costruzione narrativa del film, passando dal senso di meraviglia alla tensione e dall’avventura all’inquietudine insieme ai protagonisti. Una partitura capace di recuperare il respiro del grande cinema fantastico e avventuroso senza ridursi alla sua imitazione, contribuendo a dare alla storia una dimensione più ampia e quasi fiabesca. Ed è forse proprio qui che La fine di Oak Street trova una delle sue qualità più interessanti: non chiede allo spettatore di amare gli anni Ottanta per poter amare il film. Mitchell conosce il potere della nostalgia, la utilizza e a tratti sembra persino divertirsi a solleticarla, ma comprende anche che nessun riferimento può sostituire una storia.
È inevitabile quindi che questo immaginario debba moltissimo anche al cinema d’avventura tra anni Ottanta e Novanta, a quel modo di raccontare lo straordinario facendolo irrompere improvvisamente nella normalità. Altrettanto inevitabile è pensare a Jurassic Park quando entrano in scena i dinosauri, oppure a Jumanji quando la dimensione domestica viene contaminata da una natura impossibile, selvaggia e potenzialmente letale. Ma La fine di Oak Street non vuole essere un nuovo Jurassic Park, così come non cerca di replicare Jumanji. Mitchell sembra piuttosto partire dalla consapevolezza che quelle opere abbiano contribuito a creare un linguaggio talmente potente da essere diventato patrimonio comune. Il dinosauro, in particolare, è probabilmente una delle creature che il cinema ha caricato maggiormente di nostalgia: basta una sagoma, un verso, una presenza intravista tra gli alberi perché si riattivi immediatamente un’intera memoria di immagini. È meraviglia e minaccia, qualcosa che da bambini avremmo voluto vedere con i nostri occhi e dal quale, se davvero ce lo fossimo trovati davanti, avremmo disperatamente cercato di scappare.
Non è quindi difficile immaginare che dietro tutto questo ci sia David Robert Mitchell, autore che negli ultimi anni ha dimostrato la capacità di prendere generi e immaginari riconoscibili per trasformarli in qualcosa di personale. Con It Follows ha costruito uno degli horror più identificabili e influenti della sua generazione, trasformando un meccanismo quasi elementare, qualcosa che cammina verso di te e non smetterà mai di farlo, in una riflessione molto più profonda sulla paura, sul corpo e soprattutto sull’inevitabilità della morte. La fine di Oak Street assume quasi la forma di una parentesi nella sua filmografia tra It Follows e They Follow (di prossima uscita), ma definirla semplicemente una pausa sarebbe riduttivo. Mitchell cambia apparentemente dimensione, si concede un cinema più apertamente spettacolare e avventuroso, ma continua in realtà a interrogarsi su alcune delle ossessioni che attraversano il suo lavoro. Cambia la forma della minaccia, cambia il genere attraverso cui viene raccontata, ma rimane quella sensazione che qualcosa possa improvvisamente interrompere la normalità e ricordare ai personaggi quanto precario sia il mondo nel quale pensavano di essere al sicuro. Mitchell parla di famiglia senza rinunciare alla paura e parla della morte senza rinunciare alla meraviglia. È forse questo l’aspetto che avvicina maggiormente La fine di Oak Street al grande cinema d’avventura al quale guarda: la capacità di ricordare che le storie destinate ai nostri occhi di bambini potevano contenere sentimenti tutt’altro che infantili.
La fine di Oak Street funziona proprio perché riesce ad essere un film nostalgico senza vivere soltanto di nostalgia. Dietro i dinosauri, lo spettacolo e il fascino degli anni Ottanta rimane una storia sulla famiglia, sulla fragilità del tempo trascorso insieme e sulla paura di perdere chi amiamo. Non tutto deve necessariamente reinventare il cinema per riuscire a lasciare qualcosa. A volte basta ricordarci perché certe immagini ci hanno fatto innamorare del grande schermo e trovare un modo sincero per farle parlare ancora al presente. Mitchell ci riesce con un’opera personale e spettacolare e capace di guardare al cinema con cui siamo cresciuti senza rimanerne prigioniera.
La Fine di Oak Street è al cinema con Warner Bros. Ecco il trailer del film:















