7 album, 19 anni di attività, una legacy musicale che ha continuato a vivere anche quando la band non esisteva più. E poi cappelli da pescatore, parka e un’attitudine diventata iconica. Una descrizione del genere, però, non basta neanche lontanamente a restituire l’impatto che gli Oasis hanno avuto prima sulla scena rock britannica e poi sulla musica mondiale. Le loro canzoni sono entrate quasi immediatamente nella cultura popolare, superando i confini del britpop e finendo per appartenere anche a generazioni che gli Oasis non hanno mai avuto la possibilità di vederli dal vivo. Poi, come spesso accade alle grandi band, tutto è finito nel modo più traumatico possibile. Nel 2009 il rapporto già complicato tra Liam e Noel Gallagher arriva al punto di rottura: i due fratelli litigano poco prima del concerto previsto a Parigi e sulla storia degli Oasis cala improvvisamente il sipario.

Gli anni passano, ma la musica resta. Anzi, il culto intorno alla band sembra diventare ancora più grande durante la sua assenza. Crescono i fan, arrivano nuove generazioni di ascoltatori e, mentre Liam e Noel continuano separatamente le rispettive carriere, l’idea di poterli rivedere un giorno insieme continua a sembrare tanto inevitabile quanto impossibile. Fino al 2025.

Dopo sedici anni gli Oasis tornano insieme per un nuovo tour mondiale, Oasis Live ’25, trasformando la reunion in qualcosa che va ben oltre il semplice ritorno sulle scene di una band. Prodotto da Disney+, Oasis: Don’t Look Back in Anger racconta proprio questa esperienza, seguendo diverse date del tour e cercando contemporaneamente di capire cosa significhi ancora oggi la musica degli Oasis per milioni di persone e cosa abbia significato, per gli stessi fratelli Gallagher, ritrovarsi nuovamente sullo stesso palco.

Il documentario cattura così l’energia e l’emozione della reunion e del trionfale Live ’25 attraverso le prime interviste congiunte di Liam e Noel Gallagher dopo oltre venticinque anni, immagini inedite delle prove, momenti dietro le quinte e naturalmente frammenti dei concerti. Alla regia troviamo Dylan Southern e Will Lovelace, due nomi che hanno già una certa familiarità con il racconto musicale. Sono infatti gli autori di Meet Me in the Bathroom, presentato al Sundance Film Festival, e di No Distance Left to Run, dedicato ai Blur. La sceneggiatura porta invece la firma di Steven Knight, conosciuto soprattutto per aver creato Peaky Blinders. Il suo contributo aiuta il documentario a non trasformarsi semplicemente in una successione di performance musicali, costruendo invece un racconto che prova a trovare un filo emotivo all’interno della reunion.

Naturalmente ci sono le canzoni, gli stadi pieni, il pubblico e tutta quella ritualità che accompagna un concerto degli Oasis. Ma il documentario è interessato soprattutto a quello che accade intorno al palco. La macchina da presa entra nelle prove, segue Liam e Noel nel loro modo molto diverso di approcciarsi alla band, osserva i momenti di relax e quelli precedenti alle esibizioni, cercando di capire cosa significhi tornare a essere gli Oasis dopo sedici anni trascorsi lontani l’uno dall’altro. Accanto ai Gallagher ritroviamo anche diversi musicisti coinvolti nella dimensione live della band, anche se inevitabilmente il centro del racconto rimangono la penna e la voce degli Oasis, Noel e Liam, con una particolare attenzione riservata a quest’ultimo.

Ed è quando si allontana dai due fratelli che il documentario trova alcuni dei suoi momenti più spontanei. Ci sono i fan incontrati durante le varie tappe, piccoli episodi divertenti legati ai concerti e persino gli addetti alla sicurezza che giocano citando i titoli delle canzoni del gruppo. Momenti secondari che, messi insieme, aiutano a comprendere quanto il linguaggio degli Oasis sia ormai diventato patrimonio condiviso. Le testimonianze raccontano infatti una musica capace di cambiare radicalmente la vita delle persone, di farle sentire comprese e meno sole. Dove altri linguaggi non riescono ad arrivare, le canzoni dei fratelli Gallagher sembrano essere riuscite a occupare uno spazio vuoto.

Perché dietro il racconto della reunion c’è una riflessione più ampia sul rapporto che abbiamo con la musica e sul modo in cui alcune canzoni finiscono per accompagnare intere fasi della nostra vita. Il documentario racconta quindi anche il rapporto personale di Liam e Noel con quelle stesse canzoni, come sia cambiato nel corso degli anni e cosa significhi tornare a interpretarle insieme dopo tutto quello che è successo tra loro. C’è spazio anche per osservare il rapporto del duo con gli altri musicisti e per affrontare le assenze che inevitabilmente pesano su una storia lunga decenni, compreso il vuoto lasciato dalla scomparsa di Gary Mounfield nel 2025.

Dopo sedici anni dal loro ultimo concerto, gli Oasis tornano e riescono ancora a sorprendere il pubblico, soprattutto quello che ha continuato ad aspettarli. Oasis: Don’t Look Back in Anger parla prima di tutto al cuore di chi ama il gruppo e il suo sound, ma riesce anche a raccontare qualcosa di più universale: il modo in cui la musica può sopravvivere alle persone che l’hanno creata, ai conflitti e persino allo scorrere del tempo. Il documentario segue dodici dei diciotto concerti dell’Oasis Live ’25 e trova proprio nella sua natura ibrida uno degli aspetti più interessanti, ma anche potenzialmente divisivi. Chi si aspetta un vero e proprio film-concerto potrebbe infatti rimanere parzialmente deluso. Le performance e le canzoni naturalmente ci sono, ma Southern e Lovelace sono molto più interessati a quello che succede prima, dopo e intorno al palco.


Oasis: Don’t Look Back in Anger arriva al cinema il 10 settembre. Ecco il trailer del film:

RASSEGNA PANORAMICA
Oasis: Don't Look Back in Anger
7,5
Articolo precedenteWarhammer 40.000: Dawn of War IV – La battaglia si intensifica in tre nuovi Battlefield Report
Articolo successivoSNK Corporation ha svelato oggi METAL SLUG ULTIMATE COLLECTION
Matteo
l'anno di nascita corrisponde con l'uscita di The Truman Show, studente di scienze della comunicazione, vive tra letteratura fantastica e cinema horror. Una personalità basata su Jennifer Check, Barbie e Orlok

Lascia un commento