One Piece 1000 – Lettera d’amore al manga di Eiichirō Oda

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Qualche mese fa ho promesso al capo redattore di RedCapes.it che, in concomitanza dell’uscita in Italia del numero 99, che contiene il capitolo numero 1000 di One Piece (per cui Star Comics ha anche pubblicato un’edizione celebrativa), avrei scritto un editoriale sula serie, pur non essendo un articolista fisso del sito, ma occupandomi più che altro dei podcast.

Inizialmente stavo scrivendo un pezzo evocativo, come quelli che partono con un “Era il 19 Luglio 1997 bla bla bla”, ne avevo scritto una buona parte, ma poi mi sono bloccato.

Mi sono bloccato perché mi son detto: “Ok, non sta venendo male, ma è questo che voglio dire? Alla fine sono cose che sono state ripetute all’inverosimile, una cosa che potrebbe scrivere chiunque. Perchè dovrei fare il solito e noioso articolo celebrativo fatto di numeri e riassunti che potrebbe anche scrivere qualcuno che non ha mai letto One Piece, aprendo la pagina di wikipedia, o qualcuno che lo segue ma a cui non piace poi così tanto?”

Ho deciso che in questo editoriale non parlerò dell’opera One Piece, ma parlerò di quello che per me è One Piece.

Perché questo non sarà un editoriale, ma una lettera d’amore.

One PieceRicordo ancora il mio primo approccio, che non fu con il manga, ma con l’anime.

Un anime che inizialmente non mi convinceva perché, ai tempi, doveva essere alternato a Dragon Ball all’ora di pranzo su Italia 1 e mi chiedevo: “Ma che cavolo è sta storia? Chi se ne frega di sta roba, io voglio Dragon Ball!”

Tutto questo solo per delle pubblicità.

Poi arrivò il fatidico giorno della messa in onda del primo episodio…e fu amore incondizionato.

Non so perché, oggettivamente non era niente di innovativo, una cosa vista e rivista: il protagonista con il sogno di diventare il più forte (anche se tecnicamente in One Piece non è quello l’obbiettivo di Rufy) che, nel corso della sua avventura, incontrerà degli amici che lo aiuteranno e nemici sempre più forti che dovrà sconfiggere power up dopo power up.

Ma quel ragazzo con quel cappello di paglia mi piaceva e ancora oggi non vi so dire il perché ma forse, pensandoci mentre scrivo questo articolo, l’ho capito: è lo stesso motivo per cui i suoi compagni lo seguono, perché non puoi non essere affascinato da un personaggio del genere.

Monkey D. Rufy è un sempliciotto, neanche tanto intelligente, è sfrontato, pigro, impulsivo, un personaggio pieno di difetti ma, quando è il momento di essere un Capitano, nessuno è come lui. E forse è per questo che dal giorno in cui l’ho conosciuto non è più uscito dalla mia vita. Rufy e la sua ciurma sono parte di me ormai dal 2001.

One PieceVent’anni.

Penso che, a parte pochissime persone, nessuno abbia fatto parte della mia vita per tutto questo tempo e, anche se sono dei personaggi immaginari, una parte del mio cuore li considera come se fossero reali e li conoscessi da sempre.

E quello che ha fatto in maniera meravigliosamente efficace il Sensei Oda (che ha dichiarato più volte di essersi prefissato questo obbiettivo fin da subito) è fare in modo, tramite i lunghissimi flashback, di avermi fatto conoscere tutti quanti come se fossi stato con loro da sempre, sin da quando eravamo piccoli.

Dopo qualche anno iniziai a leggere il manga perché, durante una passeggiata con mia nonna, passammo dall’edicola del paese e mi prese il numero 20.

Il mese dopo, convinsi i miei a darmi una mancetta per poter prendere i numeri successivi della serie e presi il numero 21.

Non ne potevo fare a meno, avevo bisogno di sapere come andava avanti e la messa in onda era troppo, troppo lenta.

Fu proprio da quei due numeri che iniziai a collezionare fumetti: un po’ come Zio Paperone che ha iniziato a mettere via i soldi dopo la Numero Uno, dopo il numero 20 e 21 di One Piece io iniziai a collezionare fumetti, un altro modo in cui Rufy e Oda hanno influenzato la mia vita e oggi sono qui, dopo venti anni, a ripensare a quei momenti con le lacrime agli occhi.

Inizialmente, anche se avevo amici che leggevano le scan con gli spoiler, io me ne tenevo alla larga. Per me comprare e leggere il Tankōbon era sacro: ricordo che una volta mi feci di corsa da scuola alla metro perché avevo visto che in edicola era uscito il nuovo numero e dovevo correre a prenderlo, come se fossi un drogato in astinenza.

Più avanti, però, ho dovuto anche io abbracciare il mondo delle scan, sicuramente non il modo più legale di leggerlo (fortunatamente ora c’è Manga Plus di Shonen Jump), ma era l’unico modo per non dover aspettare sei mesi per leggere nuove storie, tanto che avevo preso l’abitudine di leggere le scan settimanalmente e poi leggere le saghe intere in Tankōbon per rigodermele da capo e (in moltissimi casi) apprezzarle di più.

Fun Fact: appena iniziai a leggere le scan partì la saga di Marine Ford e, se avete letto il manga, sapete benissimo che cosa succede in quella saga e che spoiler avrei subito se avessi aspettato l’edizione cartacea.

Pensate che, qualche anno fa, ho deciso di rileggerlo da capo e ancora, nei momenti topici, mi emozionavo come la prima volta, oltre ad aver visto molto meglio la crescita e l’evoluzione dei personaggi da ragazzini scapestrati ad una ciurma di temibili pirati che possono addirittura fronteggiare le leggende che solcano il mare tagliando in due il cielo.

Anni fa, prima dell’avvento di Dragon Ball Super, che ha fatto rivalutare a molti il proprio amore per Dragon Ball (cosa che non capisco visto che Super è in linea con tutto quello che è sempre stato Dragon Ball), avevo trovato un meme che recitava “Io non racconterò ai miei figli/nipoti le favole, ma racconterò le avventure di Goku”.
Allo stesso modo, io ho sempre pensato “Se mai dovessi avere dei figli io racconterò loro le avventure di Rufy e della sua ciurma”: perché, per quanto mi sia piaciuto e mi piaccia ancora Dragon Ball (e sì, pure il Super mi piace) non ha segnato la mia vita come lo ha fatto One Piece.

Se Dragon Ball è stato “la prima cotta”, One Piece è stato il “vero Amore”.

One Piece non è un manga rivoluzionario, ad oggi se qualcuno mi dice “non l’ho mai letto perché è troppo lungo” lo capisco, non è il manga che consiglierei di recuperare ora per via della lunghezza (dovrete aspettare l’edizione Absolute che arriverà quando si concluderà, e allora sì, in quel momento ossessionerò chi non lo ha mai letto), ma è un’opera che per me è speciale; è forse l’unico fumetto che ancora, dopo venti anni, mi emoziona come la prima volta in cui, nel lontano 2001, vidi il primo episodio su Italia 1, quando ancora il nome “Rubber” non mi provocava dei brividi lungo la schiena.

One Piece, ma soprattutto il personaggio di Rufy, è quel qualcosa che, ancora oggi, mi fa credere che se mi impegno, se ho dedizione e se credo nelle mie forze posso raggiungere l’obbiettivo che mi sono prefissato nella vita e forse è per questo che ancora lo amo come se fosse il primo giorno.

One Piece è un pezzo di cuore per me ma lo è anche per tante persone che sono cresciute insieme a Rufy e la sua ciurma, citando Oda nella lettera per il capitolo 1000 a noi lettori:

“La teoria, per le opere di intrattenimento di lungo corso, è che “c’è un ricambio di lettori ogni cinque anni”. Per questo ho sempre preferito non chiamare “fan” i miei lettori, nella consapevolezza che siano persone che prima o poi se ne andranno. “Non crederti chissà chi”, mi sono sempre detto.

Tutti voi, però, avete creduto in Rufy tanto da farmi vergognare dei pensieri di cui sopra, così anch’io mi sono fidato di voi e ho potuto continuare a disegnare il mio manga come ho voluto.

[…]

A tutti voi fan di One Piece provenienti da ogni parte del mondo, a tutti voi con cui – tra una cosa e l’altra – sento di aver stretto un legame: è stata una lunga storia, ma vi chiedo di seguire ancora per un po’ le avventure di Rufy e i suoi compagni!”

E noi lo faremo Sensei. Sempre.

One PieceGrazie Sensei Oda per il lavoro che hai svolto con passione e dedizione per tutti questi anni, ci vediamo alla fine del viaggio, a Laught Tale, dov’è c’è il One Piece, per farci una risata tutti assieme.

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