Con Overcompensating, Benito Skinner — autore e interprete della serie — firma una delle opere più interessanti nell’attuale panorama televisivo. Distribuita da Prime Video e prodotta da A24 insieme alla Strong Baby di Jonah Hill, la serie si muove tra farsa e verità, camp e tenerezza, cultura pop e introspezione, costruendo un universo narrativo che si presenta come un’iperbole, ma rivela presto il bisogno di essere compreso.
La commedia segue le avventure di un giovane giocatore di football di nome Benny (interpretato da Benito Skinner). Benny è all’università e fa fatica ad accettare il suo orientamento sessuale. Per questo motivo cerca di “sovracompensare” cercando di apparire quello che non è.
“Overcompensating”: un verbo che in inglese dice molto più di “esagerare”. È un comportamento, un istinto difensivo, una strategia. Benny Scanlon, il protagonista, lo incarna perfettamente: ex quarterback, bello, sicuro, popolare, all’apparenza eterosessuale (issimo). Ma tutto — lo capiamo presto — è costruito. Il corpo scolpito, la voce profonda, l’esuberanza sessuale millantata: ogni gesto è un modo per nascondere ciò che realmente è. Benny è un ragazzo gay non dichiarato che, per sopravvivere in un sistema che lo premia solo se rientra nei canoni della mascolinità classica, ha imparato a “sovracompensare”. Il titolo, quindi, non è solo ironico, è la sintesi perfetta di un’identità finta, il punto d’incontro tra psicanalisi e cultura pop, trauma e commedia. La serie mette in scena quel meccanismo per cui l’eccesso diventa protezione e la bugia diventa norma. Ed è qui che Overcompensating trova la sua verità più profonda: nel mostrare come l’identità queer, quando repressa, non sparisce — esplode.
La prima cosa che colpisce, sin dal pilot, è l’estetica visiva e sonora della serie: ogni dettaglio grida anni 2000. I colori sono saturi, le scenografie volutamente artificiali, i costumi e le acconciature sembrano usciti da un armadio condiviso tra Britney Spears e Cruel Intentions. La regia — affidata a diversi nomi ma sempre coerente con la visione di Skinner, tra cui Desiree Akhavan, regista del bel La Diseducazione di Cameron Post — costruisce un mondo che sembra più una proiezione mentale che una realtà tangibile. E poi ci sono gli attori: visibilmente adulti, in ruoli da neodiplomati universitari. Una scelta voluta, dichiaratamente in debito con i teen drama di quegli anni (si pensi a The O.C., Dawson’s Creek, One Tree Hill), dove ventottenni interpretavano diciassettenni con una disinvoltura oggi impensabile. Questo scarto produce un effetto straniante ma affascinante: il tempo narrativo si sfasa, e l’universo di Overcompensating diventa un non-luogo, sospeso tra ricordo e satira, tra nostalgia e reinvenzione. Skinner non si limita a rievocare: riscrive. Prende i codici del teen movie maschile (da American Pie a Not Another Teen Movie) e li queerizza dall’interno, contaminandoli con ironia, consapevolezza e cultura camp. Il risultato è un oggetto ibrido, divertentissimo ma anche radicale.
Il lavoro sulla colonna sonora è centrale: curata in parte da Charli XCX, la musica di Overcompensating è un campionario queer di banger millennial, inni pop e hit adolescenziali remixate. Non è solo accompagnamento: è un personaggio. La musica sottolinea crisi identitarie, sogni infranti, momenti di euforia o abbandono, diventando una vera estensione emotiva del protagonista. È il karaoke interiore di una generazione cresciuta con la cultura remix e il filtro nostalgia. Ad arricchire ulteriormente l’universo ci sono i numerosi cameo — spesso legati alla cultura queer, pop o televisiva anni 2000 — che trasformano la serie in un archivio affettivo queer-millennial. Alcuni sono fulminei, altri più integrati nella narrazione, ma tutti hanno un significato simbolico: sono presenze che certificano l’appartenenza di Overcompensating a una tradizione culturale che ha sempre vissuto tra il margine e lo specchio.
Ma il vero cuore della serie, ciò che impedisce a Overcompensating di diventare solo una parodia ben riuscita, è la sua scrittura emotiva. L’arco narrativo di Benny — fatto di esitazioni, bugie, goffaggini, paure e piccoli gesti di verità — è raccontato con profondità sorprendente. Il rapporto con Carmen (Wally Baram), ragazza brillante e outsider con cui mette in scena una finta relazione eterosessuale, è uno dei fulcri più delicati e riusciti della serie: non è una “ally” stereotipata, ma una figura complice, quasi sorella, che accompagna Benny nel suo percorso senza mai giudicarlo. I momenti migliori sono quelli in cui la serie rallenta, abbandonando l’ironia per lasciare spazio al dubbio, alla vergogna, alla paura di non essere amabili. Skinner, nei panni di Benny, riesce a esprimere con sguardi e silenzi quella frattura tipica di chi ha dovuto performare un ruolo troppo a lungo.
Overcompensating è una serie che osa, esagera, mescola stili e registri, e non sempre riesce a tenere tutto insieme. Ma è proprio questa sua natura caotica, sovraccarica, intensamente personale a renderla “necessaria”. È una serie che parla a chi si è sentito fuori posto, a chi ha imparato a recitare per essere accettato, a chi ha usato il sarcasmo come armatura. È una dichiarazione d’amore alla cultura queer e alla sua capacità di trasformare la vergogna in linguaggio, la parodia in forma di resistenza, l’eccesso in vulnerabilità. Una serie esagerata, sì. Ma di quelle che restano.
Overcompensating è disponibile su Prime Video. Ecco il trailer della serie:















