La scorsa settimana è terminata la prima stagione di Star Trek: Picard, produzione di CBS All Access e Amazon Prime Video, ci sarà piaciuta? Scopritelo nella recensione.

L’Ammiraglio Jean Luc Picard (Patrick Stewart) si è ormai ritirato da dieci anni dalla Flotta Stellare, dopo un incidente durante l’evacuazione dei Romulani dall’esplosione del buco nero e il bando degli androidi. Ora si trova tuttavia costretto ad intraprendere una missione suicida insieme ad un nuovo gruppo di alleati per salvare quello che rimane dell’eredità di un vecchio amico nella forma delle sue figlie, Soji e Dahj Asha (Isa Briones). Con l’aiuto del Capitano Rios (Santiago Cabrera), Raffi (Michelle Hurd), il giovane Romulano Elnor (Evan Evagora) e Agnes Jurati (Alison Pill) combatterà contro la Zhat Vash e contro criminali spietati per ripulire il nome della Federazione dei Pianeti Uniti e salvare le figlie del comandante Data (Brent Spiner).

La serie, parte del rilancio dell’universo di Star Trek, non ci porta in una direzione diversa del canone come Discovery o i film di J.J. Abrams, ma ci riporta esattamente dove volevamo, nella flotta stellare, e ci racconta tutto quello che è cambiato in un clima politico che ricorda, non troppo vagamente, quello attuale, facendo però capire bene allo spettatore come alcune cose non cambino mai, mondo utopico o no. La Federazione non è più vista come una forza salvatrice: nonostante mantenga dei buoni rapporti con gran parte dell’universo si trova monca, criticata sulla Terra per le sue misure inefficaci che hanno portato al massacro di Marte di 10 anni prima e colpevolizzata da Picard, oltre che dai Romulani per averli abbandonati in un momento critico per loro. Questa disillusione verso la Flotta è facilmente intuibile dal fatto che il grande Picard si sia ritirato, come viene più volte rimarcato e, così come lui se ne è andato, anche una parte della flotta che si ispirava allo stesso ha perso mordente o ha definitivamente appeso l’uniforme al chiodo; tra questi abbiamo Raffi, personaggio che serve proprio ad enfatizzare quanto l’allontanamento di Jean Luc abbia colpito il morale della flotta, essendo stato tra chi ha lasciato proprio sulla scia dell’Ammiraglio.

Similarmente a lei abbiamo anche il Capitano Rios, Flotta Stellare fino al midollo diventato trafficante, che ora si ritrova nuovamente a sfidare la sorte per aiutare, ben oltre le sue mansioni, Picard, in cui vede una Flotta Stellare ideale che lo risveglia dal suo torpore e dai problemi. Il ruolo di ufficiale scientifico qui viene ricoperto dall’intraprendente Agnes Jurati, ex scienziata del Daystrom Insitute che si ritrova a dover fare i conti non solo con la scoperta di vite artificiali complesse, ma anche con tutti i dubbi di un essere umano rotto da un mondo fin troppo perfetto e le cui crepe l’hanno segnata. Elnor, il membro più giovane della nave, è un guerriero pronto a combattere per le cause perse e che vede in Picard anche un mentore a lungo perso: lui rappresenta forse la versione migliore di un Wesley Crusher, ancora ignaro di quanto sia pericolosa la galassia, ma pronto a tutto. Le figlie di Data invece rappresentano la redenzione e l’eredità di un amico e un grande comandante della flotta stellare, oltre che servire da paragone per i soprusi che determinati gruppi ricevono a causa di mirati interventi e del credo popolare, così come gli ex Borg. I nemici, rappresentati da un antico ordine della Tal’Shiar, la Zhat Vash, sono Narek (Harry Treadway) e Narissa (Peyton List): chi ha visto Penny Dreadful e Mr Mercedes sa quanto possa essere minaccioso e bravo Treadway, ma qui risulta quasi una macchietta e il suo poco background incide sulla percezione dello spettatore in maniera abbastanza evidente, e la sorella non è da meno; per quanto la presenza scenica dei due sia innegabile in alcuni momenti ben giocati, sono un po’ uno spreco, sopratutto considerando che proprio i Romulani hanno dato filo da torcere alla flotta in TNG e non solo.

Il viaggio, come sempre, è la parte più importante della storia ma purtroppo, in questa prima stagione, è anche la parte più debole. L’idea solida dietro al ritorno in campo di Picard, che viene stabilita in maniera così interessante nei primi due episodi, viene purtroppo a mancare nella parte centrale, dimostrando quanto l’intera sceneggiatura presenti punti deboli che non sono propri dell’universo. In Star Trek ogni puntata era un’avventura, mentre in questa serie, con il delineare di un obbiettivo sin dalla prima puntata ed un cast che può contare solamente su Picard per le prime puntate, si perde molto del bello di quelle fantastiche storie, ossia uomini e donne normali ma anche straordinari per quello che fanno in barba alle avversità. Quando la sceneggiatura di Star Trek: Picard si prende un attimo per i personaggi, per quanto poi questi momenti si rivelino critici per futuri sviluppi, ci si sente quasi di star tralasciando un’urgenza, ossia la salvezza della figlia di Data. La stagione riprende poi saldamente le redini arrivata ad un importante punto di snodo per i rapporti Federazione/Romulani, e riesce a riprendere tutta l’attenzione dello spettatore che in parte se ne era andata, ma rende ancora più evidente quanto la sceneggiatura sarebbe stata molto più adatta ad un film e che ben poco si confà allo stile televisivo. I numerosi cammei sono anche apprezzabili e ben in linea con l’evoluzione che hanno avuto alcuni personaggi come Ryker (Jonathan Frakes) e anche Sette di Nove (Jeri Ryan), o lo sprecato Hugh (Jonathan Del Arco), non fanno che ricordarci quella che era la spinta emotiva che portava a guardare queste serie in primo luogo, ossia un senso di meraviglia e scoperta.

Questa prima stagione, da un certo punto di vista, serve intanto a riportare quelle atmosfere ed allo stesso tempo a parlare di vita e di quello che vuol dire essere speciali: Data era un essere speciale, che non aveva ben capito ancora la sua funzione nella serie di TNG, e che in questa serie viene invece mostrato come colui che aveva davvero capito tutto e basato un’intera vita su un solo obiettivo. Spesso ci si chiede se la vita di un androide che può essere prolungata quanto si vuole sia vita, se l’estenderla oltre i limiti naturali sia giusto, e la prima stagione della serie prende questo tema e lo sviscera in maniera eccellente sotto questo punto di vista, attraverso il personaggio mortale e ferito dell’Ammiraglio Picard. In funzione dei temi portanti della serie, discriminazione e vita artificiale, la sceneggiatura non delude, anzi riprende e amplia quanto fatto in TNG, quindi il passo falso nella parte centrale risulta inconcepibile per un prodotto che si presenta comunque con tutti i crismi. Dal punto di vista tecnico, per effetti speciali e anche regia (uno degli episodi è anche diretto dall’ottimo Jonathan Frakes) siamo di fronte ad un prodotto solido, che dimostra di aver avuto un buon budget a disposizione, così tanto che certe volte ci si dimentica di trovarsi di fronte ad un prodotto televisivo e, sopratutto, se si pensa a quello che ci si faceva andare bene un tempo con la scusa del “eh, ma è solo tv”.

Star Trek: Picard nella sua prima stagione ci ha riconsegnato il mito, l’ammiraglio Picard, ma anche l’uomo che si nasconde dietro alla sua leggenda, con tutti i suoi dubbi e i suoi rimpianti, ci ha di nuovo ricordato cosa vuol dire essere un capitano della flotta stellare e cosa voglia dire combattere nelle cause perse che si crede siano giuste. Pur con tutti i difetti, la prima stagione è riuscita ad intrattenerci e farci riscoprire l’universo di Star Trek grazie ad un amato personaggio: sicuramente gli appassionanti guarderanno la serie con un occhio nostalgico e, almeno in parte, la disillusione di Picard li colpirà per poi venire di nuovo rischiarati dalle doti di un uomo che ha guidato la galassia fuori dai peggiori conflitti e lo fa tutt’ora. Ora attendiamo con ansia la seconda stagione che speriamo possa imparare dagli errori della prima. Attivare!

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