Diretto da Louis Leterrier e interpretato da Greta Lee Wagner Moura, The Last House arriva su Netflix il 7 agosto proponendosi come uno science thriller dai risvolti horror, che unisce fantascienza e survival in un racconto costruito quasi interamente all’interno di un’unica abitazione. Grazie a Netflix abbiamo visto il film in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.

La storia segue una famiglia che, da un momento all’altro, si ritrova inspiegabilmente intrappolata nella propria casa, impossibilitata a oltrepassarne la soglia. Mentre il tempo scorre, le provviste diminuiscono e la tensione tra i membri della famiglia cresce, diventa evidente che all’esterno si cela qualcosa di sconosciuto e potenzialmente letale. Nel tentativo di comprendere cosa stia realmente accadendo e se esista una via di fuga, il nucleo familiare sarà costretto a confrontarsi tanto con la minaccia invisibile che li circonda quanto con le proprie paure più profonde.

C’è qualcosa di molto contemporaneo nel modo in cui The Last House sceglie di approcciarsi al thriller fantascientifico. Pur appartenendo a quel filone di science thriller contaminato dall’horror, il film di Louis Leterrier finisce per evocare un’esperienza ancora molto viva nella memoria collettiva: quella del confinamento domestico vissuto durante la pandemia. Non perché voglia esserne un’allegoria diretta, ma perché sfrutta le stesse sensazioni di impotenza, isolamento e progressiva perdita dei punti di riferimento per trascinare lo spettatore all’interno della storia. A diversi anni dall’emergenza Covid, ritrovarsi davanti a una famiglia costretta a non poter oltrepassare la soglia della propria abitazione riattiva quasi automaticamente ricordi ed emozioni ormai sedimentati.

È proprio in questa claustrofobia, psicologica e fisica, che The Last House si sviluppa. Leterrier trasforma la casa in un microcosmo dove il tempo si perde, ogni decisione diventa un rischio e ogni tentativo di ribellarsi alle regole imposte dall’esterno alimenta nuove domande anziché fornire risposte. Come spettatori ci si sorprende spesso a immaginare cosa avremmo fatto al posto dei protagonisti, se avremmo cercato di uscire, aspettato, razionalizzato o ceduto al panico. È un coinvolgimento spontaneo che nasce proprio dalla familiarità di quella situazione estrema, capace di rendere credibile anche una premessa fantascientifica. Forse il film esaspera volutamente alcune dinamiche, ma riesce comunque a costruire un’esperienza immersiva proprio perché parte da una paura che, seppur in forme diverse, molti hanno già conosciuto.

Quella sensazione di prigionia, però, non diventa mai soltanto un espediente per creare suspense. L’isolamento forzato si riflette anche nei rapporti tra i componenti della famiglia, costretti a condividere ogni istante, ogni paura e ogni decisione senza alcuna possibilità di evasione. È qui che The Last House sceglie una strada meno scontata rispetto a molte opere dello stesso filone. Invece di trasformare il nucleo familiare in un continuo campo di battaglia, la sceneggiatura racconta una famiglia che, pur attraversando momenti di tensione, rimane sorprendentemente unita. I conflitti esistono, così come le incomprensioni e i dubbi, ma prevalgono la fiducia reciproca e la volontà di affrontare insieme una situazione che sfugge a qualsiasi logica. Ognuno mette a disposizione ciò che sa fare, le proprie competenze, il proprio modo di osservare il mondo, un approccio che rende credibili le dinamiche tra i personaggi e restituisce una dimensione umana a una vicenda che, per sua natura, avrebbe potuto facilmente scivolare nell’eccesso.

La stessa sceneggiatura dimostra consapevolezza nel gestire il mistero. In un’epoca in cui molti thriller sentono il bisogno di spiegare ogni dettaglio del proprio universo narrativo, The Last House sceglie la direzione opposta. Il film non ha fretta di fornire risposte, né sente il bisogno di razionalizzare ciò che accade. Lo spettatore scopre gli eventi esattamente insieme ai protagonisti, condividendone lo smarrimento e l’incertezza. Questa scelta rende il racconto molto più coinvolgente. Ogni tentativo di comprendere le regole di quella nuova realtà nasce dall’osservazione, dall’errore e dalla successiva correzione. I protagonisti sperimentano, falliscono, modificano il proprio comportamento e imparano gradualmente a convivere con l’ignoto, proprio come farebbe qualunque persona catapultata improvvisamente in una situazione impossibile da comprendere.

The Last House resta comunque un film che punta all’intrattenimento. Lo fa attraverso una buona messa in scena, una regia che sfrutta con intelligenza gli spazi ristretti dell’abitazione e una costruzione della suspense particolarmente efficace nella prima metà del racconto. È importante, però, approcciarsi al film con le giuste aspettative. Chi cerca risposte immediate, spiegazioni, potrebbe rimanere deluso. La forza del film risiede proprio nella scelta di condividere con il pubblico lo stesso livello di conoscenza dei protagonisti. Non esiste un narratore onnisciente, non ci sono personaggi che sanno di più, né lunghe sequenze esplicative pensate per sciogliere ogni dubbio. È una scelta narrativa che richiede fiducia allo spettatore, ma che rende il coinvolgimento ancora più autentico.

Pur senza reinventare il genere né spingersi verso riflessioni particolarmente profonde, The Last House riesce a distinguersi grazie a un concept intrigante e a un’esecuzione convincente. Qualche eccesso nella gestione della tensione e alcune dinamiche che, con il passare dei minuti, perdono parte della forza iniziale impediscono al film di compiere il definitivo salto di qualità, ma non compromettono un’esperienza che resta coinvolgente dall’inizio alla fine. Un’opera pensata per intrattenere e, sotto questo aspetto, decisamente efficace.


The Last House arriva su Netflix a partire dal 6 agosto. Ecco il trailer del film:

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