Un inverno in Corea (Hiver à Sokcho) è un dramma romantico franco-coreano diretto da Koya Kamura e co-scritto dal regista con Stéphane Ly-Cuong (Nguyen Kitchen). Il debutto alla regia del franco-giapponese Kamura è una storia che dà vita all’omonimo romanzo dell’autrice franco-coreana Elisa Shua Dusapin. Abbiamo visto il film in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.

A Sokcho la 25enne Soo-Ha (Bella Kim), studentessa di letteratura e cuoca alla pensione Blue House, sta per sposare il fidanzato Jun-Oh (Doyu Gong). L’arrivo di Yan Kerrand (Roschdy Zem), noto illustratore francese in cerca di un alloggio e di ispirazione per il nuovo lavoro, incrina la routine della giovane. Nel cuore dell’inverno i due instaurano un rapporto fatto di gesti minimi e scambi essenziali: comunicano in francese, condividono il cibo e l’atto del disegnare. Le domande della protagonista sulle proprie origini e su un padre francese mai conosciuto trovano un inatteso spazio di elaborazione in questo incontro.

Un inverno in Corea condivide somiglianze con molti altri film asiatici in cui anime solitarie si incontrano in luoghi non usuali e condividono un pezzo della loro esistenza facendoci sentire osservatori silenziosi del loro percorso. C’è un dramma familiare preesistente che conferisce un peso leggermente più classico alla narrazione, ma nonostante ciò il film mantiene quel tono da racconto breve asiatico dall’inizio alla fine, esplorando relazioni fugaci che potrebbero non sembrare poi così importanti, ma che lasciano comunque un segno duraturo sia nel protagonista che in chi guarda.

La pellicola esplora in maniera delicata i temi dell’identità e dell’accettazione di sé. Soo-Ha è una giovane donna intelligente che, tuttavia, soffre di insicurezze e mancanze che elimina attraverso un disturbo alimentare. Non ha mai conosciuto suo padre, un francese che ha abbandonato sua madre, e questa assenza di una figura paterna ha plasmato la sua vita fin dall’infanzia, portandola a sentimenti di rifiuto e a una lotta con l’immagine corporea. Le esigenze della società asiatica in materia di bellezza femminile e la necessità di formare una famiglia come simbolo di successo sociale fanno parte dello sfondo del film. Per la protagonista queste aspettative familiari e sociali hanno un impatto negativo, infatti Soo-Ha trova una sorta di rifugio sicuro nella sua vita a Sokcho, non ambisce al successo e non vuole lasciare la piccola città dove vive, usando l’apparente normalità della sua routine quotidiana nella pensione come meccanismo di difesa per isolarsi, rimanendo nella sua infelicità non espressa. Per sottolineare alcuni dei pensieri che la ragazza evita di condividere con chiunque per paura di essere fraintesa, il film utilizza frammenti animati creati dall’artista parigina Agnès Patron; senza dubbio un modo astratto, audace e poetico di dar loro forma e condividerli con lo spettatore, ma poco efficaci.

Il secondo protagonista di questo racconto è Yan Kerrand, un fumettista introverso e distaccato che arriva a Sokcho in cerca di ispirazione per il suo prossimo libro. Di lui scopriamo poco e soprattutto poco alla volta, grazie alle ricerche online che fa Soo-Ha. Tra questi due personaggi solitari si svilupperà gradualmente un rapporto di solidarietà e confronto. Dopo l’iniziale curiosità, Soo-Ha si troverà attratta da quest’uomo misterioso, cercando in lui ciò che le manca, una figura paterna, ma anche qualcuno da amare.

Questo film ha un che di sensoriale, si aggrappa ai gesti (lui dipinge, lei cucina) per creare un legame tra i due personaggi, e il suono attutito dei passi sulla neve riecheggia la modestia di un uomo assorbito dalla sua arte e dalla sua malinconia e di una giovane donna che si sforza di riconciliarsi col suo passato.

L’incontro tra i due personaggi non li condurrà a una storia d’amore invernale, ma sarà lo stimolo di cui entrambi avevano bisogno per superare un momento difficile della loro vita e rimettere in carreggiata i rispettivi percorsi, indipendentemente dalle opinioni degli altri. Il regista Koya Kamura dimostra una sorprendente maturità nel ritrarre con semplicità le emozioni umane più complesse. Il suo film raggiunge il perfetto equilibrio tra il fascino quotidiano dell’ambientazione e il rigore delle riflessioni sulla ricerca dell’identità. La pellicola brilla per la sensibilità con cui esamina l’incontro di due anime spezzate senza mai sottostare ai soliti tropi e cliché del genere.

Un Inverno in Corea è un dramma tenue che evoca il dolore della vita senza bisogno di riversarlo sullo schermo. Ricco di sensibilità e di idee argute, delicate e meravigliose, il film di Koya Kamura è una storia toccante che suggerisce più di quanto si possa vedere nella superficie. Un meraviglioso incontro artistico tra Francia e Corea del Sud, un dramma che abbraccia la malinconia dell’inverno in una città semi deserta.


Ecco il trailer italiano di Un inverno in Corea, al cinema dal dall’11 dicembre distribuito da Wanted Cinema:

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