X-Men ’97 tornerà su Disney+ il 1 Luglio con la sua seconda stagione. Questo inizio sarà riuscito a continuare la strada percorsa dalla prima stagione? Scopritelo con noi.
La seconda stagione di X-Men ’97 prosegue con l’eroica squadra di mutanti degli X-Men, divisa e dispersa in diverse epoche temporali, mentre lotta per trovare la via del ritorno a casa. Nel frattempo, negli anni ’90, nemici sospetti e nuove forme di intolleranza nei confronti dei mutanti stanno prendendo piede sulla scia dell’assenza degli X-Men.
Con la sua seconda stagione, X-Men ‘97 si mette subito in chiaro: questa non è una storia di eroi che vincono facilmente. I primi quattro episodi funzionano come un prologo alla saga principale, la Vendetta di Apocalisse, e lo fanno con alti e bassi che rispecchiano la natura stessa della serie: ambiziosa, affettuosa verso il proprio materiale di origine, ma non sempre capace di bilanciare tutto quello che vuole raccontare.
Come già nella prima stagione, il team guidato da Beau DeMayo non si accontenta di raccontare una storia sola. Questi episodi mescolano liberamente elementi di saghe fumettistiche celebri — la Madre Askani su tutte — con l’introduzione o il reintroduzione di team come X-Factor (già visto nella serie originale degli anni Novanta) e X-Force. Il risultato è, come spesso accade con questo tipo di operazioni, altalenante. Alcune puntate sembrano voler correre, bruciare in pochi minuti mondi e personaggi che meriterebbero respiro e spazio. Altre, invece, trovano una cadenza più calibrata, riuscendo a dosare meglio azione, emozione e approfondimento. La differenza, spesso, sta nel grado di familiarità che lo spettatore porta con sé. Chi conosce già i personaggi coinvolti riesce a colmare i vuoti narrativi con il proprio bagaglio; chi si avvicina per la prima volta rischia di sentirsi spaesato, sopraffatto da nomi, poteri e riferimenti che arrivano senza troppi preamboli.
Il miglior esempio di equilibrio riuscito è il secondo episodio, che riesce a mescolare in maniera efficace fan service e avanzamento narrativo. Qui la serie sa esattamente cosa vuole essere: un omaggio intelligente che non dimentica però di raccontare una storia, e lo fa con la giusta dose di consapevolezza e affetto per il materiale di partenza. Uno dei risultati più significativi di questi episodi è la riabilitazione di Scott Summers. Nella prima stagione Ciclope aveva sofferto di una caratterizzazione che faticava a rendergli giustizia, schiacciato dagli eventi e da una serie di colpi narrativi che ne avevano offuscato il carisma. Qui, gli showrunner sembrano aver individuato il problema e lo affrontano a testa alta.
Il trauma che Ciclope porta con sé — la scomparsa del figlio Nathan Summers, proiettato nel futuro, e soprattutto la rivelazione che la Jean Grey con cui aveva vissuto era in realtà un clone creato da Mister Sinister — diventa il motore della sua crescita. Invece di lasciarlo spezzato, la serie usa quel dolore per ricostruirlo, restituendoci il Ciclope che i fan storici conoscono e amano: strategico, carismatico, la mente tattica degli X-Men. È un arco che funziona proprio perché non ignora il passato, ma lo trasforma in carburante per il futuro.
Anche Jean Grey beneficia di un trattamento narrativo più nitido rispetto alla stagione precedente. Lì, la crisi identitaria che aveva attraversato — legata alla sostituzione con il clone, alla confusione su chi fosse davvero, a tutto quello che aveva vissuto senza saperlo — aveva reso il personaggio frammentato, difficile da tenere a fuoco. In questi episodi, Jean sembra aver fatto i conti con sé stessa. Riabbraccia il suo ruolo, non solo al fianco di Ciclope ma all’interno del team, con una consapevolezza nuova. Non è una Jean che ha dimenticato le ferite, ma una che ha deciso di andare avanti lo stesso. C’è un altro elemento che questi primi episodi rimettono al centro con grande intelligenza, e che nella prima stagione era rimasto sullo sfondo più del necessario: il rapporto tra Charles Xavier ed Erik Magnus. La tensione dialettica tra i due — visioni del mondo opposte, un’amicizia profonda e irrisolvibile, la domanda sempre aperta su chi abbia ragione — è da sempre il cuore degli X-Men, la sua dimensione più adulta e più ricca. Qui la serie sembra essersene ricordata.
Quello che rende però questa stagione particolarmente interessante è la direzione che viene scelta per Magneto. Magnus non è semplicemente il contraltare ideologico di Xavier: sta attivamente cercando di raccogliere il testimone del suo vecchio amico, di abbracciare a modo suo il sogno di un mondo in cui mutanti e umani possano coesistere. Non lo fa rinunciando a sé stesso o tradendo la propria storia — sarebbe una scelta narrativa falsa e poco convincente — ma cercando di trovare una sintesi tutta sua, portando il peso di un’eredità che non ha chiesto ma che ha deciso di non rifiutare. È una caratterizzazione che aggiunge profondità al personaggio e alimenta una domanda genuinamente interessante: fino a dove può spingersi Magneto lungo questa strada prima che la sua natura e le sue convinzioni più radicate tornino a reclamare il sopravvento?
Il confronto tra i due non è ridotto a semplice contrapposizione ideologica, ma viene trattato con la sfumatura che merita: due uomini che si conoscono meglio di chiunque altro, che si rispettano e si temono in egual misura, e che portano entrambi il peso di aver visto troppo per potersi fidare ciecamente del mondo. È una dinamica che dà alla stagione una spina dorsale emotiva più solida, e che promette di diventare sempre più centrale man mano che la minaccia di Apocalisse si fa concreta. Dopo una prima stagione in cui questa dimensione era rimasta in secondo piano, ritrovarla così nitida è uno dei piaceri maggiori di questi episodi d’apertura. Il vero punto di forza di questi quattro episodi è però la costruzione della figura di Apocalisse. En Sabah Nur è uno dei villain più iconici della tradizione mutante, e la serie si prende il compito di raccontarne le origini con una serietà e un’attenzione che sorprendono.
Gli showrunner non si limitano a trasporre le storie fumettistiche: le usano come punto di partenza per costruire qualcosa di nuovo. La trasformazione di Apocalisse viene resa credibile, quasi tragica, e l’inserimento nell’equazione di alcuni X-Men ricollocati temporalmente nel 3000 a.C. al suo fianco si rivela una mossa narrativa felice. Oltre a offrire sequenze d’azione spettacolari, questa scelta permette alla serie di raccontare una storia originale che omaggia i fumetti senza schiavizzarsi ad essi. Il risultato è un episodio — “Rise of Apocalypse” — che si impone come il migliore del lotto, quello in cui si sente con più chiarezza la libertà creativa del team quando non è costretto ad adattare materiale preesistente.
Ed è qui che emerge forse la riflessione più interessante su questa stagione: quando DeMayo e il suo team si allontanano dall’adattamento fedele e si fidano della propria capacità di creare, il livello sale visibilmente. C’è più energia, più coraggio narrativo, più piacere nel costruire. Le puntate più deboli, al contrario, sembrano quelle in cui la serie si sente in obbligo di omaggiare troppo fedelmente, di inserire tutto, di non deludere nessuno — e finisce per non accontentare pienamente nemmeno sé stessa. Sul fronte tecnico non ci sono molte critiche da muovere. L’animazione conferma la scelta stilistica della prima stagione: un ibrido riuscito tra l’estetica che i produttori originali avrebbero voluto realizzare negli anni Novanta e le possibilità di un’animazione più raffinata e contemporanea. Il ricorso al 3D nelle sequenze d’azione è un plus che non stona, anzi arricchisce le coreografie senza tradire lo spirito visivo della serie. Le musiche completano il quadro con coerenza, sostenendo i momenti emotivi senza sovrastarli.
Questi primi quattro episodi di X-Men ‘97 Stagione 2 fanno il loro lavoro: introducono la minaccia principale, rimettono in sesto alcuni personaggi chiave, e offrono almeno un episodio — “Rise of Apocalypse” — che vale da solo il prezzo del biglietto. I difetti ci sono e non vanno ignorati: il ritmo irregolare, la difficoltà a costruire il mondo quando si corre troppo, la dipendenza dal bagaglio pregresso dello spettatore. Ma la promessa è concreta. Se le puntate successive sapranno mantenere l’ambizione di “Rise of Apocalypse” e affrancarsi ulteriormente dalla necessità di adattare storie già scritte, X-Men ‘97 potrebbe costruire qualcosa di davvero notevole. La Vendetta di Apocalisse è appena cominciata — e per ora, vale la pena stare a guardare.
X-Men ’97 è atteso con i nuovi episodi su Disney+ a partire dal 1 Luglio 2026, di seguito potete trovare il trailer.




















