Per secoli le storie dell’uomo nero hanno fatto il giro del mondo e sono diventate una leggenda e una scusa perfetta per convincere i bambini a comportarsi bene. Bagman affronta la sfida di raccontare per l’ennesima volta il mito dell’uomo nero, un tema già ampiamente sfruttato nel cinema e in tv, basti pensare al recente The Boogeyman (2023). Inoltre, data la vastità di contenuti trovabili in streaming, risulta davvero difficile stupire e spaventare un pubblico che oramai ha visto di tutto. Queste sono state le principali sfide da superare per il regista Colm McCarthy (Outcast), che può vantare il merito di aver firmato episodi di serie di successo come Sherlock, Peaky Blinders, Doctor Who e Black Mirror.

Patrick McKee (Sam Claflin) è fuggito da Bagman quando era solo un bambino. Da allora, ha dovuto fare i conti con le conseguenze psicologiche di quel terrificante incontro. Come era prevedibile, gli psicologi pensarono che si trattasse della fantasia del ragazzo, così venne curato per anni. Ora, dopo essersi trasferito nella casa di famiglia con la moglie Karina (Antonia Thomas) e suo figlio Jake (Caréll Vincent Rhoden), gli incubi riprendono il controllo delle sue notti.

Bagman è un’opera che scava nei territori oscuri della memoria e della paura dell’infanzia, la figura dell’uomo nero diventa specchio di traumi irrisolti che, seppur sepolti dagli anni, restano latenti nella vita adulta. La pellicola affronta il tema della leggenda, ma è un po’ carente in termini di contenuto. Naturalmente, gli viene data una svolta per renderlo più originale e, sebbene rimanga la stessa premessa di sempre – l’uomo nero che terrorizza i protagonisti -, la ricerca delle vittime è diversa e originale. La trama, incentrata sulla figura mitica di un’entità che rapisce i bambini buoni, introduce una riflessione su come affrontiamo le nostre paure. Nel corso del film, McCarthy affronta la complessità del rapporto tra genitori e figli, l’eredità del trauma intergenerazionale e l’incapacità di alcuni adulti di superare i terrori che hanno segnato la loro infanzia. Il mito dell’uomo nero funziona come simbolo della paura irrazionale e del potere dell’ignoto, concetti che il film esplora ma non riesce ad approfondire e trasmettere con sufficiente forza. Il film entra subito nell’azione e ci mostra come la creatura malvagia rapisce le sue vittime, questo crea sin da subito un’atmosfera di tensione che il regista cerca di mantenere continuativamente, non sempre riuscendoci. Purtroppo la sceneggiatura è molto prevedibile e a tratti sembra addirittura scritta per un pubblico disattento perché oltre a ripetere gli stessi concetti più volte, anche con flashback superflui e ridondanti, vengono spiegate cose di facile deduzione. Altra pecca è la costruzione dell’incubo, che viene tratteggiata poco lasciando spazio principalmente ad aspetti poco interessanti della vita dei protagonisti piuttosto che al mostro, che viene mostrato pochissimo.

Spicca l’ambiente in cui si svolge la storia, davvero affascinante, circondato da un bosco che arriva fino ai confini della casa dei protagonisti. Nei suoi dintorni, la miniera abbandonata dove si dice viva una creatura malvagia, un luogo proibito, ma fin troppo raggiungibile. E in quel contesto, l’hobby peculiare del protagonista di intagliare figure in legno. I flashback che ricostruiscono il passato a volte enfatizzano elementi non necessari. Il design del mostro non è particolarmente notevole: trascina con sé una bambola usurata e una enorme sacca di pelle. Incappucciato e con un sorriso sinistro, viene rivelato il suo vero volto solamente una volta e non risulta particolarmente spaventoso. La prima metà del film appare frammentata e priva di coesione, con un abuso di salti temporali che vorrebbero spiazzare lo spettatore, ma finiscono per diluire l’impatto della storia. Sotto la superficie si percepisce che McCarthy sembra interessato a esplorare il modo in cui i genitori trasmettono le proprie paure e i traumi ai figli, ma mentre esalta il suo protagonista umano trascura la figura mitologica malvagia contro cui combatte. La performance di Sam Claflin (Hunger Games) è ottima e sostiene il film, l’attore riesce a far entrare lo spettatore in empatia con un personaggio vulnerabile, pieno di paure e traumi infantili, che fa tutto il possibile per affrontarli e per difendere la sua famiglia. I personaggi secondari, sebbene ben interpretati, non aggiungono abbastanza profondità alla trama, rendendo alcune delle loro interazioni superficiali e sottosviluppate.

Bagman è l’ennesima rivisitazione dell’uomo nero che non ha la giusta forza per rimanere impressa nel cuore dello spettatore. Pur avendo dalla sua un personaggio iconograficamente interessante il film punta più sul sonoro che sul visivo. Il film riesce a sviluppare un’interessante riflessione sul peso del passato e sulle paure che ci portiamo dietro, ma non fa mai paura veramente, pur essendo capace di mantenere un buon livello di tensione. Non aspettatevi di trovare il film horror dell’anno e tanto meno della vostra vita, ma va bene per una serata in compagnia sgranocchiando popcorn.


Bagman di Colm McCarthy è distribuito al cinema da Notorious Pictures, ecco il trailer italiano del film:

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