Tutte le volte che mi sono preso del tempo per parlare di Black Hammer, non mi sono mai risparmiato nel dire che, a mio modestissimo parere, quella di Jeff Lemire sia una delle serie migliori attualmente in pubblicazione. L’uscita di questo quarto volume, sempre pubblicato da Bao Publishing, mi permette di fare un bilancio, trattandosi di una probabile conclusione di quella che (mi auguro) è solo la prima parte del progetto.

Quello precedente si era rivelato essere un volume di svolta per i nostri improbabili eroi: abbandonata ogni speranza di poter tornare a Spyral City e alla loro realtà, i protagonisti avevano ormai abbracciato le loro nuove vite. Ma si è trattata solo di una mera illusione. Scoperto l’inganno, gli altri eroi non hanno fatto in tempo ad ottenere spiegazioni: la nave su cui si trovano, alla deriva nella Para-Zona, sta per rientrare nella propria dimensione, andando a minare l’equilibrio tra bene e male che, con la loro scomparsa, si era ricostituito.

Nella prima parte del volume, vediamo il Colonnello Weird (che sarà protagonista del prossimo spin off della serie) risvegliarsi separato da tutti i suoi compagni, sperduto in una dimensione totalmente instabile. Ad accoglierlo, trova una serie di personaggi alquanto bizzarri, anche loro come lui intrappolati da tempo in questo luogo grottesco. Cosa ne è stato invece di Abraham Slam, Barbalien, Walky Talky, Madame Dragonfly, Golden Gail e di Lucy “Black Hammer” Weber? Tornando a casa, sembrerebbe che questi siano tornati alle loro vite di sempre, sentendosi però incompleti, come se avessero dimenticato qualcosa di importante per loro. Toccherà ovviamente all’eroina protagonista riunire i suoi compagni, quando si paleseranno i primi segni del ritorno dell’Anti Dio.

Parlando della prima parte dell’albo, la parentesi dedicata alle disavventure del Colonnello: si tratta di un paio di capitoli molto “pop”, illustrati per l’occasione da Rich Tommaso, in cui il folle esploratore spaziale viene in contatto con altri personaggi altrettanto stravaganti, che incarnano in qualche modo una tipologia differente di fumetto. Si passa dai polizieschi ai fumetti d’avventura, da quelli di guerra a quelli fantasy, dalle assurdità anni ’90 alle incarnazioni animalesche degli eroi di Spyral City: un’occasione per Jeff Lemire di tornare a raccontare il suo omaggio all’arte sequenziale. A questo, si incorpora anche il gioco che l’autore fa con la metanarrativa, approccio che avevamo già intravisto nelle ultime pagine del terzo capitolo, aprendoci le porte di un vero e proprio mondo, continuamente riplasmato dall’autore, dove finisco tutte quelle storie e personaggi che non hanno un futuro. O almeno, per adesso.

Approdando a Spyral City, come detto prima, ritroviamo immediatamente tutti gli altri eroi della della città. Dopo averne seguite le tristi vicissitudini, li ritroviamo alle prese con una vita tristemente normale, una quotidianità che avevano anelato e abbracciata tempo addietro, ma che ora, appunto, sembrano tenersi tristemente stretta. La rottura di questa nuova illusione costringerà gli eroi a riunirsi un’altra volta per un bene comune, cercando, seppur con riluttanza, si passare sopra al tradimento di uno di loro. Alla fine, insomma, hanno fatto quello che farebbe una famiglia: ci si scontra, si litiga, si discute, ma alla fine ci si riabbraccia sempre, ci si sostiene l’un l’altro.

La conclusione del volume, e presumibilmente della serie principale, è un enorme gesto d’amore di Jeff Lemire nei confronti dei suoi personaggi, chiudendo un cerchio aperto ormai diversi anni fa. Li abbiamo visti disperarsi, scontrarsi, riappacificarsi; catapultati in una realtà dalla quale non avevano alcuna possibilità di fuggire, sono finiti con accettarla e diventarne parte, per poi scoprire che era solo una mera illusione. Fin dalle prime pagine, ricordo, non ho potuto non provare empatia per Golden Gail: intrappolata nel corpo di una bambina delle elementari, frustrata da questa sua condizione che le impediva di compiere azioni tra le più comuni, come fumarsi una sigaretta. Lemire ci ha abituati non solo a questo genere di empatia nei confronti delle sue creature, ma anche ad uno splendido gioco di citazioni ed omaggi ai suoi fumetti preferiti (cosa che forse viene a mancare proprio in questo ultimo capitolo), facendo di Black Hammer uno splendido omaggio al fumetto americano. Non ultimo, Black Hammer mi ha anche insegnato ad amare Dean Ormstron, uno dei disegnatori che è entrato poco alla volta nel mio cuore, grazie a delle pagine a dir poco mozzafiato, e che ha creato una perfetta sintonia con il suo sceneggiatore.

Il viaggio di Black Hammer, però, non finisce qui, anzi: negli anni scorsi, Lemire ci ha abituati ad un continuo fiorire di serie parallele, spin off, prequel e sequel, addirittura un team up/crossover con la Justice League, tutte occasioni per coinvolgere artisti di altissimo livello, come David Rubin, Rafael Albouquerque e, prossimamente, anche Gabriel Hernandez Walta. Un flusso che non accenna affatto ad interrompersi: attualmente, è in pubblicazione Skulldigger e Skeleton Boy, che sarà seguito da Colonel Weird e poi da Barbalien. Però, non davvero vedo l’ora di ritrovare tutti insieme Jeff Lemire, Dean Ormstron e gli eroi di Spyral City.

Lascia un commento