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[der Zweifel] Tobe Hooper – The Texas Chainsaw Massacre, le origini del male

  • di der Zweifel
  • 31 Agosto 2017
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Il film di Tobe HooperThe Texas Chainsaw Massacre” è ancora oggi uno degli horror più terrificanti di sempre. Girato con un budget bassissimo e con un gruppo di dilettanti registi, è diventato col tempo un punto di riferimento per migliaia di nuovi amanti del cinema, e soprattutto del genere dell’orrore. Il compianto regista del film originale, recentemente scomparso, è il padre di uno dei personaggi più temuti e spaventosi della cinematografia. Leatherface, “Faccia di cuoio” come viene chiamato spesso in Italia, è alla pari per terrore e immagine fisica a tutti quegli assassini e mostri nati dalla mente di scrittori e sceneggiatori; dal Frankenstein nel film di John Wales o il Nosferatu di Murnau. Dal Norman Bates di Hitchcock a un Hannibal, Freddy Kruger e tutti quelli che ancora oggi invadono il nostro animo in momenti di paura e angoscia: quando entri in una stanza buia e ancora ti guardi le spalle.

Tuttavia la creatura di Hooper non è tutta farina del suo sacco. Ci sono voluti gli omicidi di Ed Gein perché film come Psycho o “Il silenzio degli innocenti” potessero essere girati. “The Texas Chainsaw” –“Non aprite quella porta”- rientra in questo gruppo di film. Eppure è un personaggio a se, che poco ha a che vedere con gli altri. Entrambi sono frutto di efferatezze inaudite, di corpi scuoiati, di madri o parenti imbalsamati e messi a letto, di atti di cannibalismo. La cosa che, però, differenzia Leatherface da Hannibal, da Bates, è il fatto che lui sia un macellaio tutto d’un pezzo, proveniente da una famiglia di macellai che, nonostante la chiusura del mattatoio, continuano ad esercitare il mestiere. Non solo su bovini o suini stavolta. Ditemi voi se non è di per se una trama geniale, degna di tutto rispetto. Se il film del 1974 poteva sembrare grezzo, fotograficamente spoglio e inadatto, frettolosamente girato, i contenuti che lo compongono sono tanto agghiaccianti quanto stupefacenti. Un gioco che, sebbene la scarsità di mezzi, funziona e tutt’ora raggela il sangue.

La trama, che conoscerete di certo tutti, è molto povera. Cinque ragazzi, tra cui Sally e il fratello paralitico Franklin, arrivano nel profondo Texas per dare un’occhiata al cimitero di famiglia dopo che un misterioso malvivente aveva fatto irruzione sconsacrando tombe e rubando i resti di alcuni defunti. Dopo aver visto che tutto è al sicuro, sono in procinto di ripartire, ma non prima di aver fatto un’ultima visita alla vecchia casa dei nonni. Chiedono indicazione al proprietario di un ristoro con annesso distributore il quale vende loro un po’ di carne grigliata. I cinque arrivano sul posto e due di loro si allontano in cerca di benzina e di un po’ d’intimità. Una casa non molto distante li convince ad entrare ma cadono vittima di un energumeno alto quasi due metri e con una strana maschera sul viso. È la prima volta in cui compare la figura di Leatherface che, senza pensarci due volte, tramortisce prima il ragazzo con un martello e poi appende la ragazza ad un gancio da macello. Il terzo ragazzo, fidanzato di Sally, va in cerca dei due ma farà la loro stessa fine. Franklin e Sally aspettano che sia calata la notte e non vedendo tornare gli amici si mettono sulle loro tracce chiamandoli. Un rumore incuriosisce Franklin il quale chiede alla sorella di smettere di spingere la carrozzina ed ecco che la maschera della morte rientra in scena massacrando con una motosega il povero ragazzo disabile.

Una scena questa rimasta nella mia testa per settimane. È l’inizio di un mito, se così possiamo chiamarlo, armato di motosega che non risparmia nemmeno un povero disabile; come a dire che tanto la vita era già stata crudele con lui.
Sally, di fronte alla morte del fratello, fugge verso la salvezza ma Leatherface le è alle costole. Più che una tensione horror è come se ci trovassimo in uno sketch comico, quasi surreale. Sally s’impiglia i capelli più volte nei rami degli alberi e quando l’assassino sta per raggiungerla riesce a liberarsi. Lui fa prima, e con la sua sega disbosca mezza foresta. La cosa più divertente, che quasi ti porta ad amare questo personaggio, è la sua voglia di uccidere quasi naturale. Non è sadico, non lo fa per cattiveria, è solo un omone ritardato e cicciottello che si guadagna da vivere cacciando ogni cosa che possa avere un buon sapore; come se si trovasse ad una battuta di caccia. La ragazza si intrufola in una casa non sapendo che è la stessa in cui sono stati uccisi i tre ragazzi.

La scena in cui Sally scende le scale e urla nel vedere Leatherface, e lui che per un istante si spaventa, è di una comicità assoluta. Tuttavia riesce a scappare trovando rifugio nel piccolo ristoro dove incontra il vecchio proprietario. Si sente al sicuro fino a quando non si rende conto che anche il vecchio è uno strampalato maniaco e la carne che vende non è tutta di animale. L’uomo la mette in un sacco e la riporta alla casa dove incontra anche il fratello di Leatherface; altro grande pazzo ma più sadico di quell’altro. Il vecchio è invece un uomo di casa che cerca di mantenere il controllo della situazione pur di non essere scoperto. Invece di complimentarsi con Letaherface lo sgrida per aver rovinato la porta di casa. Sally viene legata ad una sedia ed assiste alla cena dei tre uomini, che scherzano e la maltrattano. Portano anche il decrepito nonno ad assistere al banchetto al quale, successivamente, daranno l’onorato compito di uccidere personalmente la ragazza; alla vecchia maniera. Una bella martellata come quando era addetto all’uccisione dei vitelli al mattatoio. Naturalmente per la ragazza sono sofferenze continue dato che il vecchio non riesce a tenere in mano nemmeno il martello procurandole soltanto un’angoscia infinita. All’improvviso riesce a liberarsi e scappa sfondando la finestra. Leatherface e il fratello la inseguono in mezzo alla strada e quest’ultimo viene ucciso da un camion di passaggio. L’autista del mezzo, accortosi dello stato pietoso della ragazza, accorre in suo aiuto ritrovandosi davanti “faccia di cuoio” che ha già messo in funzione la motosega. L’autista, in una fuga disperata, lancia un arnese che colpisce in pieno Leatherface, il quale cade a terra ferendosi con la sua stessa arma. Nei minuti finali si vede Sally salire su un pickup andandosene coperta di sangue in un misto di riso e lacrime. Leatherface, sconfitto, volteggia la motosega alla luce dell’alba in un ballo di disperazione che chiude il film.

 

Grazie a Tobe Hooper abbiamo potuto aver paura per anni e la sua geniale visione per una particolare tipologia di film lo ha reso un maestro incontrastato accanto ad altri esperti del genere. Più che una storia di solo terrore è una sorta di fiaba moderna con accenni e critiche alla nuova società americana che si era creata in quegli anni. Una società cambiata e stravolta, con nuovi valori e nuove richieste. Le prime lotte animaliste sulle barbarie nei mattatoi, l’epoca dei capelloni e delle gite nel pulmino, la guerra e la disoccupazione. La famiglia di Leatherface, egli compreso, è un po’ il simbolo della società passata contro la generazione nuova. Sebbene la voce narrante affermi che si tratti di fatti realmente accaduti, non è propriamente così. Tobe Hooper usò la tecnica del falso documento per intimorire ancora di più lo spettatore, e riuscì a finanziare il film grazie agli incassi di un’opera precedente; il pornazzo amatoriale “Deep Throat. Chi lo avrebbe detto che dopo un film per soli uomini arrapati sarebbe uscito un vero capolavoro?

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