Emily in Paris torna su Netflix a partire dal 18 dicembre, consolidandosi come una delle serie più riconoscibili ma anche controverse della piattaforma. La serie, creata da Darren Star, segue le vicende di Emily Cooper (Lily Collins), giovane professionista americana nel marketing catapultata in Europa, sospesa tra ambizioni lavorative, intrecci sentimentali e frequenti contrasti culturali. Con questi nuovi dieci episodi, la serie amplia il respiro della narrazione: Roma, Parigi e ora anche Venezia. Abbiamo visto la serie in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.
Emily Cooper lascia temporaneamente Parigi per trasferirsi a Roma, dove ha accettato la sfida di diventare capo dell’ufficio romano di Agence Grateau. In questo nuovo capitolo, la sua vita lavorativa e sentimentale si intreccia con nuove sfide: mentre si adatta a un ambiente culturale diverso e tenta di far decollare il suo ruolo professionale, una proposta lavorativa si rivela più complicata del previsto e porta a conseguenze affettive e lavorative inaspettate. Quando tutto sembra finalmente sistemarsi, un grande segreto minaccia uno dei suoi rapporti più stretti, spingendo Emily a riconsiderare le sue scelte e il suo equilibrio tra lavoro e vita privata.
Dopo cinque stagioni, Emily in Paris mostra i segni di una formula narrativa consolidata: le dinamiche sentimentali, le sfide professionali e i conflitti culturali sono sempre gli stessi e raramente offrono evoluzioni significative. Questa ripetizione crea un senso di familiarità e rassicurazione, ma al tempo stesso limita l’impatto della narrazione, rendendola prevedibile. La comfort zone della serie è evidente: non è presente alcuna ricerca di innovazione o di approfondimento psicologico dei personaggi secondari e persino i conflitti sembrano più strumenti per intrattenere che veri momenti di introspezione. Nonostante questo, l’aspetto prevedibile della scrittura contribuisce al fascino del guilty pleasure.
L’universo visivo di Emily in Paris è indissolubilmente legato alla sua estetica iper-glamour. La serie è ormai una vetrina commerciale, con un product placement sempre più evidente: dai marchi di moda e lingerie come Intimissimi, ai prodotti cosmetici L’Oréal, fino a brand alimentari come Peroni. Questa scelta, se da un lato coerente con la serie, dall’altro mette in evidenza una distanza crescente dalla realtà e una semplificazione della vita quotidiana europea. La moda e il design sono sempre utilizzati come strumenti narrativi: i vestiti e gli accessori non solo definiscono il gusto personale di Emily, ma segnalano stati d’animo, cambiamenti nella trama e persino gerarchie sociali.
Le location, da Roma a Venezia, sono accuratamente selezionate per creare un effetto visivo da cartolina. Il racconto mantiene un punto di vista fortemente americano sull’Europa: città come Parigi e Venezia sono ridotte a scenografie ideali, luoghi perfetti in cui i conflitti personali di Emily possono svolgersi senza complicazioni esterne. Personaggi secondari e situazioni culturali vengono spesso semplificati, trasformando l’Europa in un mosaico pittoresco e leggero, un set visivo più che un contesto realistico. Emily rimane il fulcro della narrazione: la sua personalità intraprendente, curiosa e determinata guida la storia. Tuttavia, i personaggi secondari mostrano pochi cambiamenti significativi e il loro sviluppo appare spesso subordinato alla funzione di supporto al percorso della protagonista.
La quinta stagione di Emily in Paris consolida ciò che ha sempre funzionato: location da sogno, glamour, romanticismo leggero e intrattenimento immediato. Tuttavia, i limiti sono evidenti: scrittura prevedibile, personaggi poco evoluti, product placement invasivo e una visione stereotipata dell’Europa. Nonostante ciò, la serie rimane coerente con la propria identità e continua a offrire un guilty pleasure visivamente accattivante.
La quinta stagione di Emily in Paris arriva su Netflix a partire dal 18 dicembre. Ecco il trailer della serie:















