Si apre oggi la diciassettesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Dopo diversi anni in cui i film d’apertura erano opere straniere, quest’anno ad inaugurare la Festa sarà proiettato un film completamente made in Italy: Il Colibrì di Francesca Archibugi, basato sul romanzo omonimo di Sandro Veronesi. Il film che uscirà al cinema il 14 ottobre vanta un cast di stelle tra cui: Pierfrancesco Favino, Kasia Smutniak, Nanni Moretti, Laura Morante, Benedetta Porcaroli, Massimo Ceccherini e Francesco Centorame con la colonna sonora eseguita da Marco Mengoni. Di seguito il nostro parere direttamente dalla RoFF17.

È il racconto della vita di Marco Carrera, “il Colibrì”, una vita di coincidenze fatali, perdite e amori assoluti. La storia procede secondo la forza dei ricordi che permettono di saltare da un periodo a un altro, da un’epoca a un’altra, in un tempo liquido che va dai primi anni ‘70 fino a un futuro prossimo. È al mare che Marco conosce Luisa Lattes, una ragazzina bellissima e inconsueta. Un amore che mai verrà consumato e mai si spegnerà, per tutta la vita. La sua vita coniugale sarà un’altra, a Roma, insieme a Marina e alla figlia Adele. Marco tornerà a Firenze sbalzato via da un destino implacabile, che lo sottopone a prove durissime. A proteggerlo dagli urti più violenti troverà Daniele Carradori, lo psicoanalista di Marina, che insegnerà a Marco come accogliere i cambi di rotta più inaspettati. Il Colibrì è la storia della forza ancestrale della vita, della strenua lotta che facciamo tutti noi per resistere a ciò che talvolta sembra insostenibile. Anche con le potenti armi dell’illusione, della felicità e dell’allegria.

Sei come il colibrì. Impieghi tutte le tue forze per restare immobile” è così che il personaggio di Marco Carrera viene definito. Un uomo non convenzionale, uno Stoner contemporaneo che assiste allo scorrere inesorabile della vita. Un personaggio che per detta dello stesso Favino in conferenza stampa: “si allontana dal canone degli uomini che siamo abituati a vedere oggi.”, un padre, un nonno, un marito, un amante che si fa faro di una narrazione che esplora il passato, il presente e il futuro di un’Italia che cambia.

Basato sul romanzo omonimo di Sandro Veronesi, vincitore del Premio Strega, Il Colibrì è forse uno dei romanzi italiani più simili ai grandi romanzi postmoderni americani. Caratterizzato da una narrazione non lineare, frammentata, fatta di dialoghi, lettere, mail, liste, esce dalle regole della narrazione romanzesca classica procedendo per associazioni di ricordi, dando origine ad un’opera (apprezzabile o meno) unica almeno nel panorama italiano. Francesca Archibugi, grande amante del romanzo, seduta al tavolo di regia ha deciso di non tradire il romanzo, cercando di restare più fedele possibile sia alla storia sia a quella struttura tanto frammentata e sospesa. Quello che ne esce è sicuramente un film audace, che inciampa proprio là dove cerca costantemente di aggrapparsi al romanzo, non trovando una sua identità precisa.

Nonostante l’accuratezza nella messa in scena e l’eleganza della regia, tutto il film è intriso di questa caoticità dettata dall’alternanza dei piani temporali che fa perdere gran parte dell’aspetto emotivo che una storia del genere avrebbe potuto donare. Il continuo passaggio dagli anni ’60, ’70, 2000, 2020 e 2030 non è sempre ben scandito, complice un montaggio spesso confusionario che potrebbe spiazzare tutti coloro che non hanno letto il romanzo. Racconto corale che ruota completamente intorno al personaggio di Marco, artefice di un microcosmo fallace, fa delle interpretazioni del suo cast il suo punto più alto. Nonostante non tutti siano completamente focalizzati sulla parte, a spiccare sono le interpretazioni di Pierfrancesco Favino e Kasia Smutniak, quest’ultima in un ruolo assolutamente sopra le righe e nuovo per la sua filmografia. Sicuramente ottima la minuziosità nella ricostruzione degli ambienti, nel trucco e nei costumi, che fanno delle scene girate nel passato delle vere e proprie fotografie d’epoca. L’estetica fine a sé stessa però non basta quando le premesse della storia sono ben altre.

il Colibrì

Il Colibrì così come il romanzo, affronta tematiche importanti e scottanti, famiglia, rapporti umani, vita, morte, eutanasia, ma lo fa nel modo più evanescente possibile, quasi dimenticabile ed inutilmente pesante, per fossilizzarsi quasi unicamente sulle performance di quel cast di stelle che vista la sceneggiatura a volte troppo roboante e retorica risultano estremamente fuori luogo e poco contestualizzati con la storia raccontata finendo quasi per sembrare l’ennesimo delirio di borghesi in crisi. Ciò che probabilmente manca al Colibrì è quella stabilità presente nel suo titolo che come l’uccellino resta immobile, pur impiegando tutte le sue forze. Il film di Francesca Archibugi, tentando di emulare la struttura quasi impossibile da trasporre in immagini del romanzo di Sandro Veronesi, inciampa proprio in quella struttura frammentata e caotica facendo perdere quasi completamente l’impatto emotivo che una storia del genere avrebbe potuto regalare.


Il Colibrì arriverà nelle sale cinematografiche di tutta Italia dal 14 ottobre. Di seguito il trailer del film:

Lascia un commento