Il rapimento di Arabella è uno dei pochi, se non l’unico, film italiano diretto esclusivamente da una donna a Venezia 82, con Carolina Cavalli dietro la macchina da presa. La regista aveva già ricevuto il plauso della critica con la sua opera prima Amanda del 2022. Il film affronta tematiche importanti per il nostro periodo storico, utilizzando i colori in modo significativo e riuscendoci in parte, il tutto unito a un’ironia tagliente. La pellicola è prodotta da The Apartment, una costola ormai nota della Freemantle Company, e da Elsinore Film, casa di produzione italiana che aveva già collaborato con Cavalli per il suo precedente lavoro.

Holly, ventotto anni, ha sempre pensato di essere la versione sbagliata di se stessa e che la sua vita non sia andata come avrebbe voluto. Quando incontra una bambina di nome Arabella, si convince di aver trovato la sé stessa di un tempo. Decisa a scappare di casa, la bambina nasconde la sua identità e asseconda il desiderio di Holly: tornare indietro e diventare qualcuno di speciale.

Il focus principale della filmografia di Cavalli, evidente già nel film precedente, è raccontare storie di giovani donne. In questo caso Holly è interpretata da Benedetta Porcaroli, vincitrice del premio come miglior attrice nella sezione Orizzonti, mentre Arabella, che dà il titolo alla pellicola, è interpretata dalla giovane attrice italiana Lucrezia Guglielmino. La storia del rapimento è tra le più particolari che possiamo vedere in questo periodo storico: Holly non lo percepisce come tale, quanto piuttosto come un’opportunità per dare una seconda possibilità a una giovane sé stessa. Tra gli altri membri del cast, spiccano Chris Pine nel ruolo del padre di Arabella ed Eva Robin’s nel ruolo di una ballerina, figura fondamentale per Holly e per la sua infanzia. Se all’inizio la recitazione può sembrare strana, si capisce presto che è una scelta voluta da Cavalli, che racconta queste donne con un’ironia malinconica; un approccio ancora poco comune nel cinema italiano.

Cavalli dimostra nuovamente grande capacità nel creare un mondo cinematografico coerente e funzionale alla storia. La sua regia, pulita e priva di sbavature, non sovrasta la narrazione ma la accompagna, come già avveniva in Amanda. Anche qui emerge la cifra stilistica della regista, con riferimenti al road movie, un viaggio che serve ad aiutare Arabella, ma soprattutto Holly, a riscoprire se stessa.

La sceneggiatura, firmata dalla stessa Cavalli, è un viaggio alla riscoperta di sé attraverso due femminilità ribelli. Il cuore del film è il dialogo tra queste due figure simili ma al contempo diverse. Alcuni snodi narrativi nella parte centrale possono sembrare meno efficaci, ma nel complesso il film si regge bene, anche grazie alla suddivisione in capitoli e punti di vista.

Un ruolo fondamentale è giocato dalla scenografia, che evolve insieme alle protagoniste, così come dai costumi, che raccontano le trasformazioni dei personaggi. I colori predominanti – bianco e azzurro – non sono casuali: accompagnano i temi della pellicola e le sfide affrontate dalle protagoniste. Alcune scene possono apparire recitate in modo eccessivo, ma nel contesto della produzione questa scelta contribuisce a sottolineare l’intensità delle situazioni.

I due colori principali dei costumi hanno significati simbolici: l’azzurro richiama calma e risolutezza, spesso associati a protagoniste femminili in crescita, mentre il bianco rappresenta purezza e innocenza, incarnati da Arabella. In questo modo, Cavalli utilizza il colore per rafforzare la narrazione e la caratterizzazione dei personaggi.

Il rapimento di Arabella racconta quindi una storia che va oltre il rapimento: è una storia di crescita femminile e di come affrontarla attraverso gli occhi di Holly e Arabella, resa efficace anche dall’uso sapiente dei colori.


Il Rapimento di Arabella arriva al cinema a partire dal 4 dicembre. Ecco una clip dal film:

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