Dal 22 febbraio arriva su Sky e NOW, Il signore delle mosche, adattamento televisivo in formato seriale del capolavoro letterario di William Golding. Presentata in anteprima alla Berlinale 2026, la serie è una produzione originale BBC che rilegge uno dei romanzi più disturbanti e simbolici del Novecento. Ideata e scritta da Jack Thorne, nome ormai centrale nel panorama della serialità britannica, e diretta da Marc Munden, la serie porta sullo schermo l’omonimo romanzo pubblicato nel 1954 senza tradirne l’impianto allegorico. Abbiamo visto la serie in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.

La storia segue un gruppo di ragazzi inglesi che, in seguito a un incidente aereo, si ritrovano dispersi su un’isola deserta, lontani da qualsiasi forma di civiltà e privi di supervisione adulta. Inizialmente la necessità di sopravvivere li spinge a collaborare e a tentare di organizzarsi secondo regole condivise, ma l’equilibrio fragile della comunità improvvisata si incrina rapidamente.

Pubblicato nel 1954, Il signore delle mosche è uno dei romanzi fondamentali del ‘900. William Golding costruì un apologo feroce e lucidissimo sul collasso della civiltà, mettendo in scena l’illusione dell’ordine sociale pronta a cadere nel momento in cui vengono meno le regole. Il libro, spesso letto come una parabola politica e antropologica, è stato nel tempo oggetto di numerose interpretazioni: dalla critica al colonialismo al discorso sul potere, fino alla riflessione sulla violenza come elemento innato nell’essere umano. Viene da sé che il romanzo abbia conosciuto diversi adattamenti cinematografici nel corso dei decenni, spesso segnati da un approccio più diretto e drammatico, talvolta più spettacolare che analitico. Ciò che rende però questa nuova versione BBC particolarmente interessante è che si configura come la prima vera trasposizione seriale dell’opera: una scelta che permette finalmente di dilatare la narrazione e, soprattutto, di esplorare in modo più organico il graduale processo di disgregazione psicologica e sociale.

A rendere questo adattamento particolarmente centrato è la mano di Jack Thorne, autore che negli ultimi anni si è distinto per la capacità di intercettare le fratture sociali della contemporaneità, con uno sguardo spesso rivolto proprio al mondo della giovinezza. Thorne scrive adolescenti e giovani adulti senza idealizzarli, con una sensibilità che evita la retorica del disagio. È inevitabile pensare al suo lavoro recente in Adolescence, serie in cui la rabbia giovanile diventava materia narrativa, osservata come sintomo di un contesto più ampio: isolamento, frustrazione, mancanza di ascolto, bisogno di appartenenza e, soprattutto, incapacità di gestire un’identità ancora instabile. Il signore delle mosche quindi appare quasi come una prosecuzione naturale di quel percorso. Se Adolescence raccontava la rabbia in un contesto realistico e contemporaneo, qui Thorne la sposta in una dimensione più archetipica, astratta e simbolica, dove l’isola diventa un laboratorio umano. Cambia lo scenario, ma non la domanda di fondo: cosa succede quando un gruppo di ragazzi viene lasciato solo con le proprie paure, il proprio desiderio di potere e la propria fame di riconoscimento? Il risultato è un adattamento che non si limita a “mettere in scena” la storia, ma la riattiva, la rende attuale e riconoscibile: un racconto di formazione rovesciato, in cui crescere significa imparare quanto sottile sia la linea che separa il gioco dalla crudeltà.

Uno degli aspetti più convincenti de Il signore delle mosche è proprio la sua capacità di essere, senza compromessi, fedele allo spirito del romanzo. Non solo nella ricostruzione narrativa, ma soprattutto nel tono: la serie è sporca, ruvida, fisica, attraversata da una violenza che non viene mai edulcorata né trasformata in spettacolo. È una violenza che cresce lentamente, come nel romanzo, e proprio per questo risulta inquietante. L’adattamento riesce così a restituire quella sensazione claustrofobica tipica della pagina di Golding. Ed è qui che la serie mostra tutta la sua intelligenza: nel rendere evidente l’allegoria senza mai sottolinearla. Il signore delle mosche resta un racconto sul collasso della civiltà, ma soprattutto sulla condizione umana e sul conflitto eterno tra ordine e pulsione, tra ragione e istinto. La progressiva deriva verso il caos non viene trattata come una semplice tragedia, bensì come una dimostrazione: quando la struttura sociale si indebolisce, quando la paura prende il sopravvento, la razionalità diventa fragile e la violenza non è più un’eccezione, ma una possibilità.

Fondamentale è anche la decisione di puntare su un cast composto da attori bambini e adolescenti quasi tutti esordienti, scelta che si rivela non solo coerente ma decisiva per l’efficacia dell’operazione. Non c’è nulla di costruito o patinato nelle loro interpretazioni: la serie lavora su una recitazione istintiva, vitale, spesso irregolare nel modo più giusto possibile. I protagonisti non sembrano giovani interpreti che imitano la paura o la ferocia: sembrano ragazzi che la stanno vivendo. La macchina da presa di Munden li osserva da vicino, spesso senza filtri, e lascia emergere quell’energia tipica dell’infanzia e dell’adolescenza.

A rendere Il signore delle mosche un prodotto televisivo di livello superiore è anche la sua evidente ambizione formale. La regia di Marc Munden è precisa, tesa, spesso inquieta, la macchina da presa si muove con un realismo nervoso, seguendo i personaggi da vicino e restituendo la sensazione di un mondo che si restringe, che si chiude su se stesso. Munden lavora sulla materia, sulla pelle, sulla fatica, sui dettagli sporchi e concreti della sopravvivenza, costruendo una messa in scena che comunica degrado e tensione senza bisogno di eccessi gratuiti. Anche la sceneggiatura di Jack Thorne dimostra una solidità notevole. Il testo è asciutto, calibrato, capace di far emergere conflitti e gerarchie attraverso dialoghi credibili e dinamiche di gruppo che sembrano nascere in modo naturale. La componente sonora contribuisce ulteriormente a dare respiro cinematografico al progetto. Nella serie è presente anche un brano composto da Hans Zimmer, elemento che impreziosisce ulteriormente la produzione e sottolinea la volontà di costruire un immaginario epico e perturbante al tempo stesso.

Il signore delle mosche è una visione dura, spesso scomoda, un racconto che continua a parlare del presente mentre mette in scena una verità antica, quella di un’umanità sempre in bilico tra ragione e istinto. Grazie alla scrittura lucida di Jack Thorne, alla regia intensa di Marc Munden e a un cast giovanissimo, la serie riesce a essere insieme fedele e contemporanea, cinematografica e profondamente disturbante.


Il Signore delle Mosche arriva su Sky e Now TV a partire dal 22 febbraio. Ecco il trailer della serie:

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