Monster: The Ed Gein Story è la stagione della serie Monster che più di tutte mette a nudo il rapporto tra individuo e contesto: non tanto un semplice resoconto di orrore, quanto un’indagine sulla catena di influenze culturali, familiari e sociali che possono trasformare una persona in icona del male. Diretta da Max Winkler insieme a Ian Brennan e sostenuta dalla produzione di Ryan Murphy, la miniserie allinea una produzione di qualità cinematografica a un cast guidato da Charlie Hunnam e Laurie Metcalf. Fin dall’apertura la serie dichiara la sua ambizione: non solo raccontare Ed Gein, ma mostrare il circuito, spesso perverso, tra vita reale, mito mediatico e cinefilia dell’orrore. Di seguito la nostra recensione.

Ambientata nella provincia americana degli anni ’50, la serie ricostruisce la vita e la follia del “macellaio di Plainfield”, l’uomo che avrebbe ispirato figure leggendarie dell’orrore come Norman Bates, Leatherface e Buffalo Bill. Cresciuto sotto il controllo ossessivo di una madre religiosa e autoritaria, Ed Gein vive un’esistenza di isolamento e repressione, fino a trasformare il proprio trauma in una spirale di violenza. Mentre la cittadina del Wisconsin ignora i segnali del suo delirio, la serie segue la lenta discesa dell’uomo verso la mostruosità, portando riflessioni sul mito mediatico che nascerà dai suoi crimini.

Le prime due stagioni della serie avevano già definito il progetto narrativo di Monster: prendere casi di cronaca nera reali e trasformarli in drammi seriali capaci di oscillare tra fedeltà alla realtà e interpretazione creativa. Dahmer I fratelli Menendez avevano suscitato un ampio dibattito sul confine tra empatia e spettacolarizzazione nel true crime televisivo, mostrando quanto sia delicato rappresentare crimini atroci senza trasformarli in mero intrattenimento. Con questa terza stagione, Monster prosegue su quella strada, ma sposta il baricentro: non si limita più a indagare responsabilità istituzionali o effetti mediatici, bensì esplora le radici culturali e sociali che contribuiscono a creare un “mostro”, mostrando come l’ambiente, la famiglia e il contesto storico possano plasmare le pulsioni più oscure di un individuo. A differenza di Mindhunter, che adotta un approccio da laboratorio, clinico e investigativo, spesso quasi documentaristico nello scavo psicologico, Monster preferisce la forma della fiction che elabora: immaginazione scenica, ricostruzioni emotive e libertà narrative usate come strumenti di comprensione simbolica. Si potrebbe quindi dire che Mindhunter analizza; Monster rielabora e teatralizza. (Non è un caso che sia stata presa come esempio la serie di Fincher sempre prodotta da Netflix).

Interessante come sia importante per la serie la lettura criminologica di Ruben De Luca, nel suo saggio Ed Gein – Il macellaio di Plainfield pubblicato in Italia da Newton Compton. Il saggio rappresenta infatti un riferimento fondamentale per comprendere le scelte narrative della serie. De Luca interpreta Gein non come incarnazione del “male puro”, ma come prodotto di un insieme di fattori sociali e psicologici: isolamento, mancanza di supporto psichiatrico, fanatismo religioso e dinamiche familiari oppressivamente distruttive. Sono proprio questi elementi a plasmare comportamenti devianti, più che una spiegazione moralistica o istintiva del male. La serie traduce visivamente questa tesi, mostrando che l’orrore non nasce soltanto dall’individuo, ma è il frutto di un contesto culturale e sociale degradato. La regia di Winkler e Brennan mette in scena questa prospettiva: non per giustificare Gein, ma per spiegare le radici delle sue azioni. La rilettura criminologica diventa così guida per lo spettatore, suggerendo che comprendere i traumi è fondamentale per prevenire simili tragedie. In questo senso la fiction non è una semplice celebrazione del macabro.

La serie mostra un microcosmo americano del dopoguerra fatto di province rurali, povertà morale e scarsi servizi sanitari e psichiatrici, un contesto che favorisce distorsioni nella sessualità, nel desiderio e nella capacità di empatia. L’educazione religiosa imposta dalla madre Augusta, trasforma il corpo e il sesso in peccato, generando vergogna invece di offrire sostegno o dialogo. I ruoli maschili rigidi e patriarcali creano emarginazione e Gein ne risente profondamente. La serie evidenzia anche come l’eredità della guerra e la cultura della violenza contribuiscano a normalizzare la brutalità nella vita quotidiana.

L’accostamento tra Ed Gein e Ilse Koch, nota come “La Bastarda di Buchenwald”, è una scelta simbolica che va oltre il semplice confronto storico. Koch, moglie di un comandante del campo di concentramento di Buchenwald, è tristemente celebre per il sadismo estremo e per l’ossessione macabra nei confronti dei prigionieri, diventando un simbolo dell’orrore nazista e della brutalità umana. La serie utilizza questo parallelo per mettere in scena due archetipi di sadismo e ossessione, mostrando come comportamenti estremi possano emergere in contesti storici, culturali e sociali molto diversi. L’obiettivo non è quello di mettere sullo stesso piano le due figure né suggerire un’influenza diretta, ma offrire uno strumento di riflessione sui meccanismi universali che trasformano traumi, repressioni e ideologie in violenza concreta. Il riferimento a Koch diventa quindi una lente attraverso cui osservare l’orrore come fenomeno culturale e umano.

Come ogni stagione della saga, anche questa si prende numerose libertà rispetto ai fatti reali. Le licenze narrative sono molte: dialoghi, scene intime inesistenti nei resoconti ufficiali, l’enfasi su relazioni affettive come quella con Adeline Witkins e inserti metacinematografici che fanno dialogare la serie con i film ispirati a Gein. Tutto ciò serve a mettere a fuoco temi più ampi: l’emulazione, il mito, la responsabilità culturale. Queste libertà creative non sono prive di rischi. La finzione può alimentare fraintendimenti storici e dare adito a letture sensazionalistiche. Alcuni spettatori, giustamente, possono sentirsi traditi se cercano una cronaca rigorosa. Tuttavia la serie non nasconde la sua natura: è chiaro fin dalle scelte stilistiche che si guarda la verità attraverso lo specchio della fiction. Monster non è un documentario, ma una rielaborazione che usa la narrazione per comprendere il mito.

La stagione insiste su un’idea inquietante: Gein non è solo prodotto del suo tempo, ma divenne anche fonte per l’immaginario criminale e cinematografico. Norman Bates di Psycho, Leatherface di Non Aprite Quella Porta e Buffalo Bill de Il Silenzio degli Innocenti, sono evocati visivamente come figure che nascono dalla sua ombra. Sul piano storico il nesso diretto tra Gein e i serial killer successivi non è sempre documentato, ma la serie suggerisce la plausibilità di emulazione: notizie, film e leggende urbane possono dare vita a modelli comportamentali. L’attenzione al dettaglio rituale, l’uso di parti umane, la ripetizione di simbolismi, possono diventare “copioni” per imitatori in cerca di identità o notorietà. L’idea che i media e il “glamour del killer” creino figure mitiche è centrale: la spettacolarizzazione produce emulazione e per alcuni individui fragili la notorietà diventa un richiamo irresistibile.

Sul piano tecnico Monster: La storia di The Ed Gein è ineccepibile. La regia di Max Winkler e Ian Brennan controlla il ritmo, usa i salti temporali con decisione e sperimenta incursioni metacinematografiche citando apertamente PsychoNon aprite quella porta  Il Silenzio degli Innocenti. La fotografia alterna toni terrosi e luci fredde al colore verde simboleggiato in cinema per esprimere la malattia, comprimendo lo spazio domestico fino a renderlo soffocante. Le scenografie fanno della casa di Gein un personaggio a sé, mentre il sound design e la colonna sonora giocano sui silenzi e sulle ripetizioni ossessive. Il gore, esplicito e disturbante è decisamente ben realizzato.

Le interpretazioni sono uno dei punti più alti dell’opera. Charlie Hunnam è magnetico e inquietante, alternando momenti di innocenza infantile a improvvise esplosioni di violenza. La sua performance riesce a far percepire quanto Gein sia al tempo stesso vittima e carnefice. Laurie Metcalf, nel ruolo della madre Augusta, è una presenza totalizzante: autoritaria, ossessiva, incarna la radice del fanatismo e del controllo. Suzanne Son dà vita a una Adeline Witkins che introduce la prospettiva dell’ambiguità e della fascinazione reciproca, mentre Vicky Krieps, Leslie Manville e Tom Hollander (peccato per il suo trucco) completano con intensità l’universo corale del racconto.

Nonostante l’alto livello complessivo, la serie non è priva di difetti. Alcuni eccessi “alla Murphy”, con momenti melodrammatici o visivamente sopra le righe, rompono talvolta la tensione realistica. I salti temporali, per quanto coerenti con la struttura, possono disorientare lo spettatore e diluire l’impatto emotivo. Inoltre, per quanto la serie cerchi di decostruire la mitizzazione del male, la potenza visiva e la brutalità esplicita rischiano di generare, in parte del pubblico, una fascinazione indesiderata per la figura di Gein.

Monster: La storia di Ed Gein è un’opera coraggiosa e dolorosa, più che il racconto di uno dei primi serial killer – quando ancora il termine no nera stato coniato – è un’indagine sulle condizioni che generano il male e sulle vie attraverso cui il male diventa mito. La serie richiama la responsabilità collettiva: famiglia, comunità, media, istituzioni e impone uno sguardo clinico, non pietistico: Gein è allo stesso tempo un mostro e il risultato di omissioni sociali e come tale non va compatito ma studiato per evitare che il ciclo si ripeta.


Monster: La storia di Ed Gein è su Netflix. Ecco il trailer della serie:

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