In arrivo nelle sale italiane il 22 gennaio, distribuito da Lucky Red, Sentimental Value è il nuovo film di Joachim Trier, autore ormai centrale nel panorama del cinema europeo contemporaneo. Presentato in anteprima al Festival di Cannes, dove ha immediatamente catalizzato l’attenzione di critica e pubblico, il film sta vivendo una stagione trionfale: premi, nomination e riconoscimenti si moltiplicano, mentre il titolo figura già nella shortlist degli Oscar come miglior film straniero, con la sensazione sempre meno velata che la candidatura ufficiale sia in dirittura d’arrivo. Nel cast: Renate Reinsve, ancora una volta magnetica, affiancata da Stellan Skarsgård, Inga Ibsdotter Lilleaas ed Elle Fanning. Trier orchestra il tutto con la consueta precisione chirurgica, confermandosi maestro nel raccontare i legami familiari, le ferite non rimarginate e il modo in cui l’arte può diventare rifugio, arma o alibi. Abbiamo visto il film in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.

Dopo la morte della madre, le sorelle Nora e Agnes si ritrovano a fare i conti non solo con il lutto, ma anche con il ritorno nella loro vita del padre Gustav, regista affermato ma emotivamente distante, con cui i rapporti sono da tempo incrinati. Gustav tenta un riavvicinamento proponendo a Nora, attrice di teatro, di interpretare il ruolo principale nel suo nuovo film, un progetto fortemente autobiografico. Il rifiuto di lei apre una nuova frattura e porta il regista a scegliere una giovane star internazionale, innescando una spirale di tensioni, gelosie e confronti mai risolti.

Per comprendere fino in fondo Sentimental Value è necessario collocarlo all’interno della filmografia di Joachim Trier, autore che, fin dal debutto, ha costruito un cinema profondamente legato all’osservazione delle fragilità emotive, dei rapporti familiari e delle identità in crisi. Da Reprise a Oslo, 31. august, passando per Louder Than Bombs e Thelma, fino al successo internazionale di La persona peggiore del mondo, Trier ha affinato uno sguardo capace di unire introspezione psicologica e racconto generazionale, sempre con sensibilità nel cogliere le contraddizioni intime dei suoi personaggi. Al centro del suo cinema c’è quasi sempre la famiglia, intesa non come luogo rassicurante ma come spazio di tensioni, di silenzi e di legami che fanno male proprio perché indissolubili. I genitori nei film di Trier sono spesso figure fragili, distanti o inadeguate; i figli, al contrario, crescono portandosi addosso il peso di aspettative mai esplicitate e di ferite mai davvero curate. Le relazioni amorose seguono una traiettoria simile: intense ma costantemente minacciate dall’incapacità di comunicare fino in fondo.

Un altro elemento centrale è il rapporto con lo spazio, in particolare con Oslo e la Norvegia. Trier filma la sua città come un organismo vivo: strade, parchi, interni domestici e locali notturni diventano estensioni dei personaggi. Oslo non è mai semplice sfondo, ma specchio delle loro inquietudini, dei loro slanci e delle loro solitudini. È una città luminosa e malinconica, attraversata da una luce che sembra sempre sul punto di svanire. In Sentimental Value tutti questi elementi tornano, ma in una forma più piena e consapevole. Qui Trier sembra guardare ai suoi temi storici con uno sguardo più distaccato e al tempo stesso più empatico. Non c’è più solo l’urgenza generazionale dei film precedenti, ma una riflessione più ampia sul tempo che passa, su ciò che resta irrisolto e su quanto sia difficile, a qualsiasi età, imparare davvero ad amare. È il suo film più maturo proprio perché non cerca soluzioni: osserva e e nel farlo, conferma Trier come uno degli autori europei più lucidi e profondi nel raccontare l’intimità contemporanea.

La famiglia è il punto di partenza, ma anche il punto di ritorno. In Sentimental Value Trier costruisce il racconto a partire dalle radici: i luoghi che definiscono l’idea stessa di famiglia — la casa, prima di tutto, ma anche la città — diventano veri e propri personaggi. La casa non è mai un semplice contenitore: respira, osserva. Ogni stanza conserva una traccia, ogni oggetto è carico di un significato. È lì che si stratificano i ricordi, che si sono consumate le incomprensioni, che si è formata quella memoria invisibile che continua ad agire anche quando nessuno la nomina. La famiglia, nel film, è insieme luogo di frattura. È il posto dove si impara a fraintendersi prima ancora che a capirsi, ma anche l’unico spazio in cui la memoria può diventare davvero condivisa. Trier lavora su una doppia idea di memoria: quella collettiva, che appartiene a un nucleo familiare e quella relazionale, fatta di ricordi che cambiano a seconda di chi li racconta e di come li porta dentro di sé.

Sentimental Value è anche un film profondamente metacinematografico. Ambientato tra cinema e teatro, non idealizza mai il mondo artistico: lo osserva da un’angolazione intima, fragile, quasi domestica. Il set, le prove, i momenti dietro le quinte non sono spazi di glamour, ma luoghi di tensione, esitazione, bisogno di riconoscimento. L’arte non è presentata come salvezza, ma come campo di battaglia, dove le ferite personali vengono trasformate in racconto, spesso senza che chi le espone sia davvero pronto a farlo. Il lavoro dietro le quinte diventa così la vera struttura portante della storia. Non è solo contesto narrativo, ma metafora: come un film o uno spettacolo nascono da ciò che non si vede, anche questa famiglia è il risultato di tutto ciò che è rimasto non detto, non chiarito, non risolto. La creazione artistica e la storia familiare si riflettono l’una nell’altra, mostrando come ogni gesto creativo porti con sé un’eredità che non può essere cancellata, ma solo rielaborata.

Le interpretazioni del cast sono tutte all’estrema potenza. Ogni personaggio è costruito con una precisione tale da risultare immediatamente riconoscibile, umano, fragile. Renate Reinsve porta sullo schermo una figura fatta di contraddizioni, forza apparente e vulnerabilità; Stellan Skarsgård è un padre ingombrante e carismatico, ma anche tragicamente incapace di leggere fino in fondo il dolore che ha generato. È proprio questa verità emotiva a rendere possibile l’empatia. La storia, per molti versi, è lontana dalla vita di una persona comune: il mondo del cinema, del teatro, le dinamiche artistiche, il peso della notorietà. Eppure, ciò che muove i personaggi è profondamente universale: il bisogno di essere visti, capiti, riconosciuti. Le loro ferite non appartengono a un’élite culturale, ma a chiunque abbia sperimentato la distanza affettiva, l’incomunicabilità, il desiderio di essere amati senza condizioni.

Sentimental Value è, in definitiva, un film che parla di legami prima ancora che di storie. Parte dalla famiglia per arrivare all’arte, passa attraverso i luoghi e la memoria, e costruisce un racconto che sembra semplice solo in superficie. In realtà è un’opera stratificata, fatta di silenzi, di parole che fanno male, di tentativi maldestri di riparare ciò che forse non può essere davvero riparato. Joachim Trier firma il suo film più maturo, capace di tenere insieme intimità e riflessione, racconto personale e sguardo universale. La forza dei dialoghi, la profondità delle interpretazioni e l’uso emotivo degli spazi trasformano una vicenda familiare in qualcosa che riguarda tutti: il bisogno di essere visti, ricordati, amati nonostante le nostre mancanze.


Sentimental Value sarà in sala dal 22 gennaio con Lucky Red. Ecco il trailer del film:

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