Il 23 ottobre arriva nelle sale italiane Springsteen: Liberami dal nulla, il nuovo biopic diretto da Scott Cooper, già autore di pellicole come Crazy Heart e Hostiles. Il film si concentra su uno dei momenti più delicati e creativi della carriera di Bruce Springsteen: la genesi dell’album Nebraska, disco essenziale e profondamente personale che proiettò l’artista al di fuori dei confini americani. Il film non si limita a raccontare eventi musicali, ma cerca di esplorare la dimensione interiore di Springsteen: le sue paure, le fragilità emotive e la solitudine che accompagnarono la creazione di un’opera destinata a diventare leggendaria. Nel cast: Jeremy Allen White nei panni di Springsteen, Jeremy Strong, Odessa Young e Stephen Graham.
Ambientato nei primi anni Ottanta, il film segue Bruce Springsteen subito dopo il successo di The River. Lontano dalle luci della ribalta, l’artista si ritira nella sua casa nel New Jersey, armato solo di una chitarra acustica e di un registratore a quattro tracce. Qui registra i brani di Nebraska, alternando momenti di isolamento e introspezione a flashback familiari e incontri con collaboratori e manager.
Il 2025 si conferma un anno fertile per i biopic musicali: Ad inizio anno uscì A Complete Unknown, il film su Bob Dylan, diretto da James Mangold e interpretato da Timothée Chalamet. Quel film – insieme ad altri ormai – ha aperto nuove prospettive sul genere, concentrandosi su momenti specifici della vita di un artista ancora in vita, piuttosto che raccontare intere carriere o celebrare figure scomparse. Springsteen: Liberami dal nulla segue questa direzione: non racconta la vita intera di Springsteen, ma si concentra su un periodo preciso e cruciale. Questo approccio permette di esplorare non solo l’artista, ma anche l’uomo, le sue fragilità e i momenti di crisi che hanno influenzato la sua creatività. A far sfondo alla storia c’è l’album Nebraska, un unicum nella discografia di Springsteen. Registrato su un nastro domestico, con solo voce e chitarra, è un lavoro minimalista, intimo ed emotivo. I testi raccontano vite marginali, sconfitta, solitudine e tensioni sociali: un’America fragile e quindi universale. Il film cerca quindi di trasmettere queste sensazioni attraverso sequenze dedicate alla registrazione domestica, ricreando l’atmosfera della stanza in cui Springsteen lavorava, il silenzio, la concentrazione. Tuttavia, pur rispettando lo spirito dell’album, la narrazione resta troppo lineare, senza riuscire a trasmettere pienamente l’emotività e la forza che caratterizzano quella musica. La messa in scena riflette la sobrietà dell’album: spazi ristretti e luce naturale. Questo approccio minimalista è coerente con Nebraska, ma al contempo rischia di rendere la visione troppo statica, priva di guizzi visivi che avrebbero potuto amplificare l’esperienza emotiva dello spettatore – specialmente di quello meno legato all’artista, non un vero e proprio fan.
Il tema centrale del film è la depressione di Springsteen mostrata attraverso i silenzi e la costante solitudine. La pellicola evidenzia l’alienazione dell’artista: la difficoltà a relazionarsi con la famiglia e con i collaboratori, la pressione del successo e il peso delle aspettative. Tuttavia, nonostante l’intento chiaro, il trattamento risulta troppo blando. I momenti di introspezione non sono sufficientemente scanditi: la sofferenza interiore rimane spesso accennata, senza diventare un’esperienza emotivamente percepibile per lo spettatore. In particolare, la pellicola non esplora a fondo la dimensione più oscura della depressione: i dubbi creativi, la sensazione di inadeguatezza, l’angoscia e la perdita di motivazione appaiono solo come sfumature superficiali. L’isolamento, sepppur evidente, è narrato più come elemento scenografico che come esperienza vissuta. Le sequenze di Springsteen da solo nella sua stanza, pur efficaci nell’evocare un senso di solitudine, non trasmettono pienamente la tensione psicologica e il dolore esistenziale che hanno caratterizzato la genesi di Nebraska.
Jeremy Allen White, pur bravo nel rendere la fisicità e i silenzi del personaggio, è limitato da una sceneggiatura che non consente di esplorare in profondità le sfumature della depressione e della fragilità emotiva. Jeremy Strong, solitamente capace di grandi prove intense, resta relegato a un ruolo marginale, mentre il resto del cast funge più da contorno. Il risultato è che il film, pur credibile, non riesce a trasmettere pienamente l’intensità del dolore e della lotta interiore di Springsteen, rendendo le interpretazioni più funzionali che memorabili. Scott Cooper opta per una regia pulita, lineare e sobria, coerente con il tono minimalista dell’album. Gli interni, la luce naturale, la fotografia e i dettagli della casa contribuiscono a creare un senso di intimità. Tuttavia, manca un linguaggio visivo distinguibile: la regia non introduce elementi innovativi o memorabili che possano differenziare il film da altri biopic musicali contemporanei. La camera segue le azioni in modo semplice, senza trovare ritmo o tensione. La messa in scena, quindi, pur coerente, risulta limitata, quasi statica e non riesce a rendere pienamente l’energia creativa e il tormento interiore di Springsteen.
Springsteen: Liberami dal nulla è un biopic corretto ma limitato, che offre uno sguardo interessante sulla vita e sulla creatività di Bruce Springsteen, senza riuscire a trasmettere pienamente la forza emotiva della sua depressione e dell’isolamento creativo. La pellicola permette di apprezzare Nebraska e la genesi di un’opera straordinaria, ma resta un ritratto distaccato, sobrio, che lascia lo spettatore con il desiderio di un’esplorazione più profonda e intensa del dolore e della solitudine dell’artista.
Springsteen: Liberami dal Nulla arriva al cinema a partire dal 23 ottobre. Ecco il trailer italiano del film:














