Con l’uscita della terza stagione di Squid Game, disponibile su Netflix dal 27 giugno 2025, si chiude un arco narrativo che ha ridefinito le regole del drama survival a livello globale. La serie ideata da Hwang Dong-hyuk, esplosa nel 2021 come fenomeno planetario, aveva già virato nella seconda stagione verso una maggiore complessità politica e psicologica. Con questo terzo e ultimo capitolo, non solo si porta a termine una narrazione che ha saputo evolversi nel tempo, ma si compie anche una riflessione sul significato stesso del gioco e sull’eredità che lascia dietro di sé. Grazie a Netflix abbiamo potuto vedere la stagione in antperima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.
Una ribellione fallita, la morte di un amico e un tradimento segreto. Riprendendo le vicende dopo il sanguinoso cliffhanger della seconda stagione, la terza e ultima stagione della serie più popolare di Netflix vede Gi-hun, alias Giocatore 456, al suo punto più basso. Ma i giochi non si ferma davanti a nessuno, quindi Gi-hun sarà costretto a fare delle scelte importanti nonostante una disperazione opprimente mentre lui e i giocatori sopravvissuti vengono catapultati in giochi sempre più letali che mettono alla prova la determinazione di tutti. A ogni round, le loro scelte portano a conseguenze sempre più gravi. Nel frattempo, In-ho riprende il suo ruolo di Front Man per dare il benvenuto ai misteriosi VIP, e suo fratello Jun-ho continua la sua ricerca dell’inafferrabile isola, ignaro della presenza di un traditore tra loro. Gi-hun prenderà le decisioni giuste o il Front Man gli spezzerà finalmente la sua anima?
Sin dalla prima scena si comprende che non siamo davanti a una “nuova stagione” in senso pieno, ma piuttosto a una prosecuzione diretta della seconda. Questo elemento non è necessariamente un difetto, ma influisce sul modo in cui si fruisce la storia: non c’è un incipit vero e proprio, nessuna presentazione di nuovi assetti narrativi o una ridefinizione del contesto, come avveniva tra la prima e la seconda stagione. La sensazione è quella di trovarsi in una lunga seconda parte, dove la tensione, invece di essere costruita da zero, si poggia sulle emozioni già sedimentate. È una stagione che non si regge da sola, e la cui forza deriva proprio dal rapporto simbiotico con ciò che l’ha preceduta: per questo, probabilmente, chi recupererà la serie in futuro senza seguirla in tempo reale troverà nella seconda e terza stagione un unico grande snodo narrativo più che due stagioni distinte.
Proprio questa struttura “a blocco” permette però una maggiore attenzione allo sviluppo dei personaggi secondari, alcuni dei quali erano stati solo accennati nei capitoli precedenti. Tra questi spicca la giocatrice Numero 222, una giovane donna che partecipa ai giochi in stato di gravidanza. La sua presenza altera il codice della serie, introducendo un tema finora marginale ma comunque sempre presente: la maternità. Non si tratta solo di un espediente narrativo per accrescere la tensione, ma di un vero e proprio fulcro: in un contesto dominato dalla morte, il corpo di una madre diventa simbolo di resistenza. La giocatrice 222 non è idealizzata: le sue scelte sono complesse, a volte spietate, ma è proprio questo che rende il personaggio potente. Il suo arco narrativo diventa uno dei più riusciti della stagione, soprattutto per come costringe gli altri concorrenti a confrontarsi con un’idea diversa di sopravvivenza.
Parallelamente, si approfondisce il percorso di Seong Gi-hun, protagonista fin dal primo episodio della serie. Se nella seconda stagione lo avevamo visto abbandonare la passività del sopravvissuto per intraprendere una crociata contro il sistema, qui la sua trasformazione raggiunge l’apice. Gi-hun assume i tratti di un moderno Prometeo, eroe mitologico che ruba il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, pagando un prezzo altissimo per il suo gesto, venendo incatenato con un aquila che gli mangia il fegato. Seong sfida i “poteri forti” e verrà messo a tacere non una volta per tutte ma continuando imperterrito la sua sofferenza. La sua ribellione è destinata a fargli perdere tutto: amici, alleati, diventando quindi una figura tragica impossibilitata a tornare indietro.
In perfetta continuità con le stagioni precedenti, anche in questa terza parte il tema della rivolta è centrale, ma viene trattato in modo più stratificato. Non assistiamo a una semplice “lotta contro il potere”, ma a una guerra interna al sistema, in cui le alleanze si fanno più fragili e le motivazioni più ambigue. La serie approfondisce le conseguenze psicologiche del resistere, mostrando una rivolta contraddittoria, dove chi combatte il gioco ne assume i meccanismi. Sul piano estetico, la serie mantiene la solita cura, capace di unire la geometria pop dei set alla brutalità del sangue e alla tensione psicologica. Uno dei momenti più riusciti è sicuramente il gioco del salto della corda, già anticipato nel trailer. Senza rivelare troppo, è una sequenza che mescola tensione coreografica, dramma collettivo e simbolismo, in un crescendo che non è solo visivamente potente ma anche emotivamente devastante.
Tuttavia, nonostante la solidità drammatica, la terza stagione di Squid Game manca dell’iconicità che aveva reso la prima stagione indimenticabile. In parte per la scelta di non rilanciare davvero la storia ma di concluderla, in parte perché alcune dinamiche diventano prevedibili, la stagione non riesce a rimanere impressa con la stessa forza. Il ritmo, pur ben orchestrato, risulta più statico e la costruzione dei giochi – che era sempre stata una delle cifre stilistiche più forti – sembra piegarsi maggiormente alle esigenze narrative che non a un autentico senso di pericolo. Chi ha seguito la serie passo dopo passo coglierà il senso di questa scelta, riconoscendo la coerenza dell’impianto, ma chi si aspetta un climax spettacolare potrebbe restare deluso. Nonostante questo non sono però assenti colpi di scena. Uno in particolare, ben cucinato a fuoco lento sin dal primo episodio della scorsa stagione, a nostro avviso perfetto ma che farà molto discutere.
In conclusione, la terza stagione di Squid Game è un capitolo conclusivo coerente, riflessivo e cupo, che sceglie di concludere un evento globale non con l’esplosione, ma con una lenta caduta. Meno spettacolare della prima iconica stagione, ma più tematica, più poetica e più tragica. È una stagione che ragiona su cosa resta dopo il trauma, su come cambiano le persone quando cercano di cambiare il mondo e su cosa significhi davvero sopravvivere ed essere umani.
La terza stagione di Squid Game è disponibile su Netflix a partire dal 27 giugno. Ecco il trailer italiano della serie:














