Presentato in anteprima mondiale nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes e recentemente anche al Torino Film Festival, Urchin segna l’esordio alla regia di Harris Dickinson, qui impegnato anche in un piccolo cameo. Il film vede come protagonista Frank Dillane, affiancato da Megan Northam, Karyna Khymchuk, Shonagh Marie e Amy Waked e si inserisce tra le opere cinematografiche indipendenti più interessanti del panorama britannico contemporaneo.

Il film segue la quotidianità di Mike (Frank Dillane), un giovane senzatetto che vive ai margini di Londra cercando di tenere insieme i frammenti della propria esistenza dopo anni di dipendenza. Le sue giornate scorrono tra rifugi di fortuna, incontri fugaci e tentativi di rimettersi in carreggiata con lavori precari e un fragile equilibrio affettivo. Ogni passo avanti, però, sembra minato da vecchie abitudini, ricadute e da una città che assorbe e respinge senza fare distinzioni. 

Per comprendere davvero Urchin è necessario partire dal suo autore. Harris Dickinson, negli ultimi anni, si è affermato come uno degli interpreti britannici più versatili della sua generazione: lanciato da Beach Rats e consacrato da produzioni internazionali come Triangle of Sadness o la bellissima miniserie A murder at the and of the world, ha costruito un percorso attoriale ricco, attraversando con naturalezza cinema indipendente e titoli più commerciali, si pensi a The King’s Man o La ragazza della palude. Proprio nel momento in cui la sua carriera è in salita, Dickinson ha scelto qualcosa di inusuale: mettere in pausa ogni impegno per un intero anno allo scopo di dedicarsi completamente al suo primo lungometraggio da regista dopo il cortometraggio 2003 del 2021. Urchin è un’opera che porta con sé il sapore autentico del cinema indipendente “fatto a mano”: essenziale, costruito con un’attenzione minuziosa e con coinvolgimento emotivo. La sua mano registica si rivela sorprendentemente matura. Si percepisce l’occhio dell’attore dietro la macchina da presa: attenzione ai dettagli e alla vulnerabilità corporea, ma anche consapevolezza nella gestione della messa in scena.

La dipendenza da sostanze è il fulcro intorno al quale ruota il film. Dickinson non ne fa un elemento di spettacolo, né un espediente narrativo: la rappresenta come un fenomeno sfaccettato che da vita ad un circolo vizioso da cui uscire sembra impossibile. Attraverso Mike, il protagonista interpretato da Frank Dillane, il film scava soprattutto nella zona grigia del recupero: quella fase fragile e pericolosa in cui la volontà di cambiare si scontra con la realtà dei limiti personali. Un altro tema fondamentale è la difficoltà della vita in strada, qui resa come un sistema che ingloba, modifica e a volte determina chi ci vive dentro. Dickinson mostra con lucidità come la precarietà abitativa non sia solo mancanza di un tetto ma perdita di stabilità emotiva e di orizzonti. Le giornate di Mike diventano cicli ripetuti nei quali ogni piccolo progresso rischia di essere inghiottito dal caos che lo circonda. Al centro di questa spirale sta il tema più intimo del film: la forza e il coraggio di ammettere i propri errori, di guardare in faccia “il buio” che si porta dentro.

La regia è misurata ed essenziale, privilegiando un’estetica controllata. Le scelte registiche prediligono il realismo: la macchina da presa rimane spesso a distanza ravvicinata ma sa anche fare un passo indietro quando la scena lo richiede. Una mano attenta e sobria fa percepire quindi quanto Dickinson sembra sapere esattamente cosa trattenere e cosa rivelare.

Frank Dillane costruisce un personaggio complesso e stratificato: Mike è fisicamente scarno, ma emotivamente denso, adoperando una recitazione che rende possibile la piena identificazione: più Dillane tace, più lo spettatore è chiamato a ricostruire le sue ferite. Dickinson riesce a estrarre performance autentiche. Numerose scene funzionano grazie al lavoro sul non detto: silenzi lunghi, pause che rivelano la fatica dell’esistenza e la difficoltà di comunicare il dolore. È evidente anche l’uso dei corpi nello spazio che diventa linguaggio narrativo: la distanza fisica tra i personaggi spesso corrisponde a una distanza emotiva, e la riconquista di uno spazio condiviso è avvicinamento non solo fisico ma soprattutto psicologico.

Urchin è un esordio che sorprende per maturità e profondità emotiva. Harris Dickinson firma un film che non vuole stupire, ma toccare attraverso un linguaggio asciutto, umano e rispettoso dei suoi personaggi. La storia di Mike diventa il punto d’osservazione privilegiato di un’intera realtà sociale spesso rimossa e lo sguardo del regista riesce a restituirla con dignità e lucidità, senza mai indulgere nel pietismo.


Urchin di Harris Dickinson non ha attualmente una data di distribuzione italiana. Ecco il trailer del film:

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